Archivio per settembre, 2012

Morning Half Light

Pubblicato: 09/29/2012 in Uncategorized

Dello scrivere su un quaderno con un lapis, quello che mi piace di più è il rumore. Un’ovattanza che ti tranquillizza. Che ti culla. Come una ninna nanna che placa ciò che stai vomitando su quel foglio. Con quella calligrafia a cui stai attento, manco dovessi far leggere quelle cose a qualcuno. E’ un ovattato cullarti i pensieri, è il riempire di parole qualcosa o qualcuno che prima non esisteva e che poi esiste perché è quel suono, quella foce, quel vuoto pieno di silenziose speranze. Maledici ciò che dici, perché la verità è guerra (cit. Anges23). Un vangelo che non conoscevo e che nessuno ha visto mai. Parole disordinate e occhi. Occhi ricordati, occhi sospesi. Occhi che non esistono. E quel rumore. Quel profumo. Quell’inesistenza che si trasforma. Maledici ciò che dici, perché la verità è guerra: del frastuono e delle spiagge, dei tetti muti sopra la nebbia in bianco e nero. Maledici ciò che dici perché non siamo nient’altro che animali con un’impalcatura in testa, su cui appoggiamo pensieri e idee e speranze e sogni che traballano in bilico nella penombra. Scuotiti, tu, perché la verità è guerra. La verità è guerra e tu ci sbatti il muso. L’impalcatura si schianta al suolo e tutto ciò che senti è rumore di matita su un foglio di carta dai bordi bruciati e ingialliti dal tempo che non passa mai. La verità è guerra. Maledici ciò che sogni.

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Piero

Pubblicato: 09/28/2012 in Uncategorized

Sapevo che te ne saresti andato presto, e forse te nemmeno c’hai fatto caso. Non è che eravamo amici. Quando mai. Ci siamo visti solo quelle volte lì, quando mi hai preso subito per il culo e io che mi vergognavo a dirti che ero un giornalista e che volevo scrivere un libro e tutto il resto. Te lo ricordi? Ma sì. Ti ricordi quel “non c’è il cane”, quando ti dissi che mi stavo cagando addosso per uscire da casa tua. Che uno che è Vigna da una vita, almeno un cagnaccio rognoso a fare la guardia uno pensa che ce l’abbia. Ti ricordi forse anche come ti guardavo quando mi dicevi cosa avresti scritto tu. E io che ti dissi: mi sa che non c’hai capito nulla di quello che voglio fare. E te ridevi e mi pigliavi per il culo. Quando ti rileggesti nelle mie pagine, poi, sembrava quasi tu fossi commosso. Ora, io non voglio pensare di aver raccolto il tuo testamento morale. Anche perché dopo è uscito un tuo libro, che chissà cosa ti stava passando per la testa quando rinnegavi le tue battaglie. Io non ho mai pensato tu fossi un uomo perfetto. La perfezione è illusione. E chi sguazza nella merda una vita, non può essere illibato. Nemmeno Baresi finiva le partite coi pantaloncini puliti. Ma mi ricordo come mi chiamavi e scandivi il mio cognome. Mi ricordo quando arrivasti in Palazzo Vecchio e sorridevi e dicevi che questo ragazzo è riuscito a convincermi nonostante i miei dubbi e le mie perplessità. E anche quando hai raccontato tutto dalla prima all’ultima pagina, cazzo. E io ti guardavo male ma te eri partito e la tua era stima sincera, e profonda. L’ho sentita. La sento. Ora tu non ci sei più, le mucche nel giardino continueranno a ruminare, e io, quando ti penserò, penserò alla tua canottiera bianca di luglio e al tuo sorriso mentre leggevi di te nelle mie parole. Ciao, Piero, che la terra ti sia lieve.

 

Mi Minore

Pubblicato: 09/26/2012 in Sera

Riff di angosce, si attorcigliano dentro la pancia e ti sembra di avere delle mani che spingono e che provano a farsi spazio e a risalire su attraverso la gola e gli occhi e il naso e le orecchie. I cerchi chiusi con anelli deboli rotolano come stelle che cadono ma che non sanno la strada e continuano a cadere, a cadere, a cadere sempre più giù, sempre più in là, che ti sembra quasi scompaiano ma che invece lo sai che son lì che continuano a cadere, a cadere, a cadere. Gli occhi pesanti per il sonno e per il fumo e la testa che rotola, ghigliottinata dal suo stesso non essere, dalla voluttuosità di una fede mal espressa e non compresa. Scatole e sacchetti, buio e parole farfalle e blues e riff di angosce in mi minore e la voglia di strillare perché in fondo dare di matto è una soluzione, nonostante quello che ti dicono, nonostante quello che non ti dicono, nonostante quello che ti vorresti sentir dire ma che invece non ascolti. La tua distrazione è la tua salvezza. La tua salvezza ti porterà alla fine.

Juta

Pubblicato: 09/25/2012 in Giorno

Fuori dalla finestra, attraverso le sbarre della vita prigioniera, vedo due castelli, molto verde, un bel po’ di blu, e montagne dolci e colline morbide, come quando i desideri si spogliano e lasciano le vesti di velluto sul pavimento nudo di tappeti e petali. Fumo troppo. Ma quei ghirigori e vortici, è come se portassero via un po’ di pensieri. Solo un po’. Li guardo dissolversi e diventare aria. Viziata. Colpevole. Ci sono nuvole così grandi che ti ci potresti addormentare sopra e coprirti con lenzuola fatte di vento. Oh, così non vorresti più svegliarti, e faresti anche a meno di sognare, e non guarderesti mai nel fosso laggiù di sotto. Che il mondo non ti è mai piaciuto. Ed ora che ti ritrovi a doverlo mettere in scatole colorate, un po’ ti tremano le mani e gli occhi. Copri gli specchi. Rompili a pugni e lascia un po’ di rosso sulle pareti candide. Nessuno se ne accorgerà, perché lì, nella tua prigione, non sono ammesse visite, neanche dei ricordi, neanche dei dubbi, neanche delle domande e dei fantasmi sospesi.

Una scatola nera per la rabbia, le bestemmie, i piatti rotti e i bicchieri sporchi, per l’insonnia e il pianto, per le incertezze, le scelte sbagliate, per le urla e per i silenzi, per i non capisco e i non capirò mai, per i forse ho capito. Per gli ormai.

Una scatola verde per i semi che germogliano e che non nascono, che sono nati e non li ho visti, troppo preso dal cielo e dalle nuvole e dai tetti, per il profumo di cose buone e per ciò che poteva essere e che, per colpa delle nuvole, non è stato più.

Una scatola rossa per i sorrisi e le carezze, per gli abbracci ed i balletti, per gli scherzi e le complicità, per i libri e per le ricette, per i disegni e le foto, per i momenti e le perfezioni, per la carnalità e il sudore. Per le preghiere e i sogni, che anche se sono sogni restano belli, e così fragili che tu, oh, no, tu non li puoi distruggere.

E per me? Oh, non ti preoccupare. Per me basta poco. Per me, ti dico, basta un sacchetto di iuta. Piccolo. Non esagerare. Io ho così poco. Sono così poco che entro in un piccolo sacchetto di iuta, di quelli che puoi chiudere con uno spago raccolto per terra. E’ solo vuoto che accoglie altro vuoto. Non si romperà nulla, non ti preoccupare. Non c’è nulla che si può rompere. Qualcosa, ti dico, me lo porto dentro gli occhi. Qualcosa, ti dico, me lo porto tra le mani, tra le dita, sulle braccia. Qualcosa, ti dico, ce l’ho così dentro lo stomaco che anche se lo dovessi perdere per la strada, quel qualcosa rimarrebbe dentro di me. Qualcosa, ti dico, ce l’ho nel petto, conficcato come un proiettile da cannone, di quelli che non esplodono e che poi ritrovi dopo anni e che devi evacuare tutte le tue emozioni perché, oh, cazzo, in qualche modo tu, che sei tu, in qualche modo tu ti devi salvare. O sarai vivo per sempre.

 

A/men

Pubblicato: 09/22/2012 in Mattina

Scrivo troppo e scrivo cose insensate, spesso. Ma tu lo sai, com’è. E’ come una terapia. Una terapia peggiorativa. E’ come quando senti che la corrente ti tira giù e tu smanacci e cerchi di prendere dei respironi per provare ad arrivare, ad arrivarci, a planare da qualche parte. Le mie smanacciate producono parole che nemmeno rileggo. Che dimentico subito. Che vomito nel cesso di una bettola di periferia. E poi  me ne vado. Dimentico lo sciacquone, ma lo sai com’è, sono disperato, lo vedi, non posso pensare a tutto io, lo sai com’è, non vedi che annaspo e non respiro e smanaccio. Casca tutto a pezzi, non lo vedi. Qua si sbriciola tutto, cazzo. A/sociale. A/bulico. A/patico. A. A me che non ricordo dove ho messo quelle pagine, che non ricordo dove stavo andando, che non ricordo quale sia il mio nome del cazzo. Ma lo sai com’è. Dentro a questa bolla di cristallo si sente poco. Si sente solo il passare dei secondi filtrati. A/nomali. A/nonimi. Le anomalie dei volti che non ritrovo e che cazzo, eppure erano qua, da qualche parte. A/ttesa. Di una disillusione che non scorre. Come una cappa. Fanculo. Scolpito nell’aria immobile. A/men.

Per la prima volta

Pubblicato: 09/18/2012 in Notte

Guardandosi nello specchio, subito dopo, non poté fare a meno di pensare: cazzo, quelli sono gli occhi di un sopravvissuto. Di un reduce. Provò a distendere la pelle degli zigomi con un gesto meccanico delle dita. Ma quella rimase immobile, ferma, come una parete in cartongesso di colore indefinito. Si rese conto che non aveva saliva, in bocca, e allora cercò di schiudere le labbra. Ma quella che vedeva allo specchio sembrava essere la bocca di qualcun altro. Gli pareva sussurrare parole estranee, in una lingua che lui non conosceva. Distolse lo sguardo, abbassandolo sul lavandino sporco di sangue. Cazzo, pensò. Cazzo. Per la prima volta. Era per la prima volta. Ma si sentiva come fosse entrato in una sorta di labirinto verso il basso. Uno di quelli che, vai dove cazzo ti pare, sempre più giù sei. Per la prima volta era stato sul punto di morire. Non ne aveva mai avuto paura, lui, della morte. Gli era sempre sembrata una cosa non decisiva. Qualcosa di lontano. Di eventuale. Per la prima volta, invece, tutto era precipitato, come un buco nero che si mangia l’universo così, dal nulla, per il nulla, per nulla. Era bastato un attimo. Era bastato rivolgere verso il proprio petto quel cacciavite rugginoso. Chissà dov’è il cuore, aveva pensato. E chissà quanta forza ci vuole, dal cuore, per bloccarlo, il cuore, per spaccarlo a metà con un cacciavite di merda che non ricordo neanche più a cosa cazzo servisse ma che è qui e luccica in toni rossastri. Basterebbe una piccola spinta, forse. Per la prima volta. Basterebbe una piccola spinta e tutto sarà finito. Soldi, casa, lavoro, amore, parole, futuro, passato. Capitolo chiuso. Avanti il prossimo treno, io da questo scendo, che questa corsa non mi piace, non mi piace. Per la prima volta, aveva pensato, potrebbe essere questa qui la soluzione. Un colpo secco? Un affondo deciso? La punta del cacciavite si lasciò condurre poco dopo la soglia epidermica. Un bastione ben scarso per quel carrarmato violento e docile. Una goccia di sangue scivolo sulla sua pelle. Neanche se ne accorse, preso com’era dal pensare sul da farsi. Chissà cosa direbbero di me, pensò. Chissà quanto ne parlerebbero di una cosa così. Un giorno? Due? O forse meno. Giusto il tempo di piangere mezzora al funerale. Cazzo. Per la prima volta quei pensieri avevano una forma tangibile e ferrosa e la punta a stella. Iniziò ad avvertire dolore. Forse basterebbe un colpo secco e bum. E’ fatta. O forse no. Ma cazzo, pensò, se poi non basta? E se poi devo affondare un nuovo colpo? Ma se perdo sangue, se il mio cuore si spompa? Cazzo. Cazzo, pensò per la prima volta, basterebbe così poco. Si rese conto che forse, fosse stato ubriaco perso, probabilmente l’avrebbe fatto. Aveva già fatto qualcosa del genere. Qualcosa di cui ancora portava le cicatrici addosso. Quei segni bianchi sulla pelle olivastra che ogni tanto gli capitava di guardare, distrattamente, come si possono guardare le foto di un futuro che non arriva mai. Per la prima volta, si disse. Aprì l’acqua del rubinetto. Il sangue diluito diventò sempre più chiaro, fino a diventare un filo, poi più nulla. Ebbe l’istinto di prendere a pugni lo specchio con la sua immagine riflessa. Respirò a fondo. E pianse. Silenziosamente.

Nocturnal Breathless Road

Pubblicato: 09/17/2012 in Notte
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Chiudi gli occhi.

Ci sono spazi che, se li vuoi riempire, non ti basta parlare. Perché parli, parli, parli e poi, quando vai a vedere e sei convinto che quegli spazi siano ormai colmi, cazzo, ci dev’essere una falla, un buco del cazzo da qualche parte. Perché vai a vedere e ciò che trovi sono rimasugli. Robetta.  Ci sono spazi che non sai nemmeno e che non conosci. Si aprono improvvisamente, dietro ad una curva, dietro a una collina. Dietro al piattume di una vita senza sogni. Si aprono e tu cazzo, resti lì fermo, imbambolato, stupito e disperato e meravigliato perché tutto quello che ti viene in mente è e adesso, ora, come cazzo faccio a salvarmi da me stesso? Aguzzi lo sguardo in cerca di un riparo, di un po’ d’ombra. Vedi figure strambe muoversi immerse nella luce, e tu pensi cazzo, quella è la salvezza; cazzo, è ciò che mi può salvare. E allora ti avvii, zoppichi ma vai. Poi arrivi lì e quel bagliore è nulla, inconsistenza concreta e misera. Altre volte no. Altre volte è realtà vera. Provi ad allungare una mano ma no, no, te con le tue mani non le puoi mica afferrare le fulgide splendenti riflessioni che solo un bagliore sa gettarti addosso.

Respira.

Perché in quegli spazi manca l’ossigeno, manca l’ossigeno, l’aria, le nuvole, sei immerso, cazzo, sei immerso e non riesci a respirare e però tu non capisci se sei in cielo o in mare o forse sei sepolto vivo e cazzo, non ci puoi fare nulla, forse, forse non ci puoi fare nulla o forse ci puoi fare tutto ma cazzo, sei troppo intento a respirare, a provarci, a provare a respirare, bocca, naso, bocca, naso, mani su, e i piedi che non sfiorano e cazzo, respira, provaci, respira, quelle figure non esistono le vedi solo tu, solo tu, tu.

Respira.

Prova a collegare tutti i pezzi, se puoi. Non serve a nulla, ma tanto cazzo c’hai da fare nella vita, no? Provaci allora, rifatti dall’inizio, cerca il capo del gomitolo e se ne trovi a centinaia prendine centinaia, che quelli sono, e sono tutti tuoi. Inizia a tirare e guarda quanti volti e quanti nomi e quante voci escono da quel gomitolo, man mano che si assottiglia e che diventa più scuro, più buio, più fragoroso. Le vedi tutte e ne ricordi molte, ma non tutte. Guardale tutte negli occhi. Sono gli occhi delle persone che hai ferito, deluso, ucciso. Ti guardano e tu le guardi e dici cazzo, ma io non lo sapevo che sarebbe andata a finire così. Non chiedere scusa, cazzo. Cosa cazzo chiedi scusa. Non hai nulla di che scusarti. In guerra ci sono sempre morti e feriti. E se tu sei così stupido, non è che colpa di qualcun’altro.

Respira.

Prova a distendere i muscoli disegnati e i pensieri dipinti. Prova ad allungare le gambe e a prendere fiato. Prova a credere a qualcosa, qualche volta. Così, anche solo per scoprire che rumore fanno i pensieri quando prendono forma. Prova a metterti da parte, qualche volta. Finché ci sarai tu, nel mezzo, sarà un casino del cazzo.

O forse no.

Tu, intanto, respira.
Qualcosa, qualche volta, succederà.