Archivio per ottobre, 2012

Newborn

Pubblicato: 10/29/2012 in Giorno

Non sono stanco, non sono vivo. Non sono sogno, non sono morto. Non sono una scusa. Di quelle che inventi e dimentichi nel giro di un respiro. Non sono una vetta. Di quelle che scali solo per poi buttarti giù per provare a volare. Non sono una musica, non sono una melodia, non sono parole. Non sono vento. Non sono un colore. Non sono un bagliore. Non sono una mano che tendi per trovare il calore di un’altra mano. Non sono dita che inventano schiene e brividi. Non sono la bestemmia che infiamma un bicchiere svuotato troppo in fretta. Non sono terra. Non sono cenere. Non sono voce. Non sono pensiero. Non sono la preghiera che getti sul mondo per svegliarti in pace con dio. Non sono pensiero. Non sono azione. Non sono pioggia. Non sono quella nebbia che senti intorno ai fianchi e che vorresti fosse un abbraccio, o una sillaba di silenzio. Non sono speranza. Non sono futuro. Non sono passato. Non sono cultura, non sono discorsi, non sono braccia e non sono gambe. Non sono occhi che languono nel buio, cercando curve appena accennate sotto lenzuola vuote. Non sono assassino. Non sono preda. Non sono passi. Non sono presente. Non sono stanco. Non sono vivo. Non sono un sogno. Non sono morto.

Sono un neonato che apre gli occhi per dare un nome nuovo ad ogni cosa degli uomini.

Catene

Pubblicato: 10/26/2012 in Giorno

Apri cerchi, chiudi cerchi. Respira, non guardare. Ascolta, tocca, lecca. Non pensare. I cocci sono una montagna di vetri rotti e gambe di bambole che riflettono immagini distorte, lontane, vicine, inutili, inesistenti. Insistenti. Cocci in bianco e nero da rimettere insieme inventandosi un universo nuovo e parziale. Se vuoi. Se ti va. Metti da parte la superbia. Metti da parte i ricordi. Buttali in mezzo ai cocci, ai pezzi di vetro, alle teste di bambole con gli occhi chiusi. Metti da parte l’arroganza. Metti da parte lo stomaco. Le sensazioni. Scava. Scava e seppellisci tutto e poi nasconditi dietro una tenda rossa. Non c’è bisogno di un’elegia per il tuo rito funebre. Quello di cui hai bisogno è qualche dio in cui credere. Qualche dio da maledire. Qualche dio con cui parlare, certe volte, davanti a una bottiglia di vino e puzza di fumo intorno. Ambivalente. Nullatenente. Difficile, duro, spigoloso. Non vivi così. Non scrivi così. Saranno quei cocci del cazzo. Saranno quei bagliori verdastri. Saranno quelle urla silenziose che anche stavolta hai sepolto dentro, invece di farle esplodere in mezzo alla gente, così, solo per fare qualche morto, per torturare qualche prigioniero. Illusorio. Sei solo un mendicante della vita che non sa uccidere il suo domani. Sopraffatto dai giorni sui giorni, dalle notti sulle notti. Dai cerchi chiusi intorno ai polsi.

Alba

Pubblicato: 10/21/2012 in Sera

Il fruscio della matita sgrana il silenzio del tardo pomeriggio, quando guardi fuori dalla finestra, e non ti eri accorto che è già buio. Come si sono accorciate le giornate, pensi. Poi ti accendi un’altra sigaretta. C’è qualcosa che non funziona in tutto questo. C’è un errore di base. Un’increspatura di troppo. Quella virgola che non torna. E che però cazzo, ti fa saltare tutto il ragionamento. La luce arancione dei lampioni, in strada, è morbida. Velluto. Ci sono i miei bracciali e ci sono i miei tatuaggi e c’è il mio corpo. Stanco, lento, impacciato. Abbaio per provare che sono vivo. C’è mio corpo adagiato su quegli errori. Su quelle increspature. Su quelle virgole che non tornano. C’è il mio corpo nudo, la mia pelle. C’è la mia carne viva che tremolando prova a proiettare ombre di sé. Ci sono le mie labbra e ci sono le mie dita. Gli orpelli. Gli ornamenti. Gli occhi e le pupille e i fianchi. Contenitori di passato. Scatole ammucchiate e fumo di sigarette. Occhi scuri e labbra carnose. Laghi che mi piacciono perché posso solo immaginarmeli. E fianchi e orpelli. Il fruscio di una matita sul foglio ruvido e svogliato in un tardo pomeriggio in cui guardi fuori ed è buio prima che te ne fossi accorto. Non ci vuole niente a immaginarsi un tramonto. O un’alba.

Ipotesi

Pubblicato: 10/20/2012 in Uncategorized

Nel vino rosso galleggiano le malinconie peggiori. Sono naufraghi che per provare a respirare si aggrappano ai tuoi occhi e scalciano sui polmoni e nello stomaco e ogni calcio ti toglie il respiro un po’ di più. È un po’ come spalancare tutte quelle finestre del cazzo. Quello che vorresti fare è lasciar filtrare un po’ d’aria nuova e pulita. Invece no. Invece un cazzo. Invece sono i tuoi pensieri che invadono il mondo e lo fanno a brandelli. Tu non sai che fare, e va a finire che non fai un cazzo. Sei uno spettatore inerme e ingenuo. Sei uno che aspetta di vedere passare se stesso, portato dal fiume. Sei uno che aspetta che passi. Che tutto passa. Tutto è sempre passato. Anche il passato è finito, un poco alla volta. Anche tutti quei presenti che ti hanno lasciato mezzo morto a terra, in una pozza di vuoto, sepolto tra le macerie di vite in rovina. Eppure passa. Tutto passa. Non importa se passa. Non passa. Il futuro non passa, perché non esiste, da valutare come ipotesi, come le persone, e le parole e i fatti e i verbi del cazzo che messi tutti in fila sembrano un serpente piumato che qualche volta ti si attorciglia addosso e ti costringe a guardarti dritto in faccia. La tua, la sua. Occhi negli occhi. Fino a quando le tue preghiere fanno effetto, tutto svanisce nel nulla, e nel vino rosso del cazzo galleggia un disperato e insolente naufrago in più.

Questo domani

Pubblicato: 10/17/2012 in Uncategorized

Questa casa finirà per ammazzarmi e io non faccio nulla per la mia salvezza, questa è la cazzo di verità. Giorno dopo giorno le pareti si stringono e soffocano e comprimono tutto quello che ho in testa e tutto quello che non dovrei avere in testa ma che da qualche parte c’è anche se io non so dove sia, come sia, perché sia. Però è tutta roba mia. E’ tutta roba che mi appartiene. Un animale in gabbia che ha paura di aprire la finestra. Il rancore come una gabbia. Le ombre come catene. Questa casa finirà per ammazzarmi un domani alla volta, un mai alla volta. Un’implosione che non provoca danni al mondo degli altri. Beffardo. Codardo. Un animale che si aggira e prova a ruggire. Ma tutto quello che esce è: silenzio. Qualche graffio. Qualche condizionale. Qualche rigolo. Un risucchio al contrario. Questa casa di merda finirà per ammazzarmi ed è come se l’avessi accettato. Io, lei. Come se fosse una condizione naturale. Un passo in più verso un disastro annunciato che non si avvererà mai. Questa casa finirà per possedere i miei sforzi e i miei stenti. Dovrò distruggerla per avere indietro me stesso. Ma non so se è ciò che voglio. Io non so ciò che voglio. Io non sono ciò che voglio.

Il Problema dei Sogni

Pubblicato: 10/15/2012 in Sera

Il problema dei sogni è un paradosso vizioso, un po’ come la memoria, un po’ come la fede. Sognare è un atto di fede, un recipiente da cui attingere e in cui riversare. Il problema dei sogni è che iniziano e che non si sa mai dove vanno a finire, mentre tu gli corri dietro e non hai abbastanza fiato per raggiungerli. Il problema dei sogni è che sono una creatura solitaria che si aggira nella notte, ma che mai sono un sogno solo. Ci vive tanta gente, dentro ai sogni, così tanta che tu fatichi a trovar posto e allora provi a farci a botte, coi tuoi sogni, ma quello che ti ritrovi è qualche livido e un sapore colorato tra le labbra. Il problema dei sogni è che sono appigli durante il naufragio. Il problema dei sogni è che esistono più della realtà. E che tu lo voglia o no, sono i sogni che ti fanno prendere una strada o un’altra. Il problema dei sogni è che stringi il cuscino, ma quello non mugola, non geme. Stringi mani di nebbia. Il problema dei sogni è che piove e vorresti non finisse mai. Il problema dei sogni è che se affondi il volto tra le nuvole, quello che senti è oscurità e devozione. Il problema dei sogni è che piangi e ridi e vivi e provi qualcosa. Qualcosa di bello, di brutto. Qualcosa. Il problema dei sogni è che non finiscono quando apri gli occhi. Il problema dei sogni è chiudere gli occhi. E non desiderare.

I miei sensi

Pubblicato: 10/14/2012 in Giorno

Appoggia l’affanno su quei cuscini. Guarda come sono soffici. Ti viene voglia di sorridere solo a guardarli. Ecco, così. Togli le maschere, adesso. Non ne hai bisogno. Non c’è nessuno, qui. Niente rischi. Respira, intanto. Ti ricordi come si fa? Non è difficile, provaci. Lascia che ti aiuti. E tutte quelle parole, che te ne fai, di tutte quelle parole? Non ne hai bisogno. Appoggiale da qualche parte. Appoggiale sul pavimento. E’ nero, come le tue parole. Nessuno le vedrà. Nessuno le ruberà, per una notte. Ecco, così. Siediti, adesso. Lasciami ascoltare i tuoi sorrisi, se non ti dispiace. Lasciami ascoltare i tuoi respiri, e il suono che fanno i tuoi pensieri. Non raccontarmi nulla, di te. Io non voglio sapere nulla, di te. Spengo la luce, vuoi? Lascia che ascolti il profumo dei tuoi pensieri. Lascia che ascolti il sapore delle tue speranze. Ne hai, lo so. Sono sul pavimento nero. Cenere. Non ostinarti. L’ostinazione non ti serve. Lascia che ascolti il sapore di un tuo sorriso. Così raro. Così silenzioso. Chiudi gli occhi. Lasciami ascoltare il fruscio di una carezza inaspettata. Lasciami ascoltare il sentiero di una lacrima. Chiudi gli occhi. Spogliati, resta nudo di fronte alle inconsapevoli lotte che combatti. Non ne uscirai vincitore. Non ne uscirai vivo. Questo lo sai. Eppure continui. Perché continui. No, no. Prendi i tuoi punti interrogativi e riponili da qualche parte dove io non possa vederli. Sferragliano quando cozzano tra loro, li senti. Pesanti. Inutili. Arroganti. Persistenti. Lasciami ascoltare il silenzio pieno e denso dei movimenti lenti. La sensualità degli occhi chiusi. Delle mani aperte. Lasciami ascoltare le tue labbra socchiuse. Invitanti incantesimi. Maledizioni perpetue. Lasciami ascoltare il tempo che scorre lento e che non sai com’è. Il tempo. Le ore. Le mani e le labbra e la pelle e i punti e le virgole. Zitta. Non parlare. Non dire una parola, non dire un respiro. Lasciami ascoltare il graffio che squarcia un mai ed un sempre. Spegni l’universo e le stelle e il mondo. Lasciami ascoltare il buio. Lo sfrigolare morbido di un senso che non vuoi e che c’è. Il tuo pregiudizio. Fammi l’amore mentre sprofondo nel tutto. Senza appigli. Senza credere. Senza speranze. Fammi l’amore. Violenta la mia anima. Scopa tutti i miei sensi. E io ti amerò per sempre.