Archivio per novembre, 2012

I Sogni degli Eroi

Pubblicato: 11/28/2012 in Notte

Tono su tono, parte su parte, navigando a vista senza occhi per vedere e mani per ascoltare i toni, i tuoni, il vento e tutto quello che gira intorno. Gli eroi fanno sogni che si sbriciolano sotto il peso dei giorni e della verità, gli eroi sono ostinati e testardamente non credono che la realtà e la verità combacino, visionari, pazzi, delittuosi ed assassini di certezze e promesse. Come le preghiere di carne che sfidano l’assoluto e non vogliono risarcimenti. E il suono del nulla che stride contro la volontà degli eroi, dei fregi e delle tacche dei mostri solitari morti e sepolti nei sogni e nei giorni e in tutto quello che c’è intorno. Dal corpo di Medusa decapitata uscirono i sogni degli eroi orfani dei propri sogni, racconti di battaglie e vittorie e fama e volti tristi. Il Cavaliere dalla Trista Figura, che combatte contro il mondo perché il mondo non c’è più, il mondo non è questo, il mondo è in bilico ed io schiacciato in mezzo. Come se non fossi io. Come se fosse un altro. Le storie che escono dalle dita partono dalla pancia. Dalla pelle. Pelle e nei e capelli e disegni di eroi. Quello che c’è, e quello che non c’è, e tutto il resto gira intorno ma troppo forte e io, oh, io no, io non ho occhi e non ho orecchi e non ho mani e non ho braccia ma sono qui. Ostinatamente fedele nella fede. Navigando sui toni e le sfumature, le declinazioni del non essere e dell’essere, più o meno. Ma adesso no, adesso basta, adesso così. L’onda e il vento e il cielo e le nuvole, quelle non è che si fanno prendere. Il tutto non lo puoi mica stringere tra le dita. Non subito. E non troppo. Ora no. Ed è quello che non vuoi. Inseguiti. Inseguiti adesso.

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In fondo agli occhi #2

Pubblicato: 11/23/2012 in Notte

Perché poi io le parole le mastico e le addento e le mastico e le assaporo, mi dice mentre volteggia come un desiderio inesploso, io le parole le amo e ad ognuna di esse vorrei dare un nome. Io non so se sono svenuto o morto, ma alla fine non le stacco gli occhi di dosso ed è come se volessi imprimere il mio sguardo sul suo corpo che non esiste ed io lo so, ma esiste ed io lo so. Non dovresti pensarci, le dico, perché questo non è il modo giusto di colorare il mondo. Lei segue la sua musica e mi guarda distrattamente, e io non so capire il suo volto. Ogni volta che i capelli le coprono la faccia, ogni volta che gira su se stessa, è come se avesse sembianze diverse. Che ogni volta dimentico. E che ogni volta rinascono. Forse, mi dice, non sono io a cambiare. Forse sono i tuoi occhi a cambiare. Ma no, non può essere, non è così. Queste cose non succedono e io voglio da bere. Queste cose non succedono e tu non esisti. Tutto questo lo penso. Non lo dico. Perché lei balla e sorride ed è così bella nel suo turbinio rosso leggero che sento il fruscio del desiderio sulla pelle come dita che parlano la verità. Non esiste la verità?, le chiedo. Quello che so, mi dice, è che essere come siamo è un casino, siamo l’estremizzazione dei vertici che si allungano a dismisura, fino alle stelle e fino agli abissi, e che riempire tutto quello spazio, mi dice, è un problema, certe volte, certe volte è davvero un gran problema.

In fondo agli occhi

Pubblicato: 11/22/2012 in Sera

E se poi tutto finisse?, mi disse lei guardandomi negli occhi. Ma io stavo già pensando ad altro e non ricordo bene quale fu la mia risposta. Quello che mi pare di ricordare è che lei provò ad abbracciarmi. Ma per quello che ne so, avrebbe potuto abbracciare un cadavere. E ricevere più calore umano come risposta, invece di un suono indistinto. Uno scricchiolio. Non stringere troppo, le dissi o forse solo lo pensai, perché non sono uno che regge agli abbracci, e pure con le parole ho qualche difficoltà. Lei non mi mollò neppure per un secondo. Sai, le dissi, è un po’ come se tutto quello che accade… Però non finii. Era così banale quello che stavo per dire. E non credo che fosse vero. Una cosa è vera nel momento in cui credi che essa sia vera, mi sussurrò lei in un orecchio. Io chiusi gli occhi e pensai che forse tutta quella roba non era roba mia. Pensai che forse mi stavo trovando lì per uno sbaglio. Tutti commettiamo degli errori, le dissi. Lei sorrise e fece sì con la testa. O almeno immagino che questo è quello che fece. Nel momento in cui credi a una cosa, quella cosa esiste, aggiunse. Io stavo cercando di ricordarmi il nome di un pittore di cui non avevo mai sentito parlare e che forse mi ero solo sognato. Non è quello che hai detto prima, le risposi, non ci provare. Non sono uno di quelli che puoi prendere per il culo. Lo dissi con convinzione, questo. Come se ci credessi davvero. Ma tutto quello che ero in grado di fare era sentire il suo respiro sul collo. Non ho mai saputo resistere ai respiri sul collo. Cercavo solo di controllarmi. Ecco quello che cercavo di fare. Facciamo l’amore?, le chiesi, fingendo disinteresse. Hai la guerra in fondo agli occhi, disse lei iniziando a danzare nel suo vestito rosso, danzerò per te e per le tue guerre e per i tuoi occhi, questo è ciò che posso fare per te, se tu lo vuoi. Le sorrisi. Aprii gli occhi.

 

Ora e adesso

Pubblicato: 11/19/2012 in Giorno

HE LIVES UNDER WATERFALL
Nobody can see him

Nuvole nere, nato su una nuvola nera, abbandonato sul cielo e poi giù sotto, sotto le nuvole nere, e strilli e imprecazioni nelle orecchie e non sento, sono morto, non sento mentre guardo il letto disfatto per l’ultima volta e tra le pieghe vedo solo lacrime e scherzi e mi chiedo se l’amore non sia forse questo e cioè un cazzo, e io che avevo sempre pensato fosse tutto, un tutto, un riflesso del tutto e che però un po’ ci credo ancora sennò che cazzo ci farei io ora adesso qui da solo e indifferente come se svuotassi la casa di un morto, di un parente morto che non vedi da tanti anni e che si ci pensi ora e adesso ti stava anche un po’ sul cazzo.

 

THE SUN WILL SHINE ON YOU AGAIN
a bell will ring inside your head
and all will be BRAND NEW

Ora e adesso guardi il respiro freddo uscire dalle labbra ma quella nuvola è una nuvola bianca e non è una nuvola nera ma

A MAN’S GOT A LIMIT

Ora e adesso guardi il letto vuoto.
I mobili vuoti.
I cassetti vuoti.
I muri vuoti.
I sorrisi vuoti.
Gli specchi vuoti.
E però ti viene da pensare che fanculo, non sono mai stati pieni, che fanculo, che cazzo cambia in fondo. La tua è solo nebbia. La tua è un’ode funebre sprecata, un’ode funebre al nulla, un’ode funebre al silenzio, un’omelia del cazzo che affidi al nulla e al vento tra le nuvole nere. Quello che fai è spogliare un morto che non ha mai vissuto.

I’LL BE BY YOUR SIDE

Ora e adesso quello che provi è: niente. Forse è per questo che scrivi queste parole del cazzo. Perché non sia tutto freddo e morto e nuvole nere in lontananza. Le nuvole nere che dovrebbero essere qui e che qui invece c’è: niente. Perché non sia tutto sprecato. Dovresti piangere sentire piangere morire. E’ questo che si fa ai funerali.
Invece, ora e adesso quello che senti è: urgenza. Urgenza di calma. Urgenza di ritmi. Urgenza di fame. Urgenza di non morte. Urgenza di te stesso al centro del mondo del cazzo. Urgenza di ora e adesso.

I’M GONNA LEAVING THIS CITY

E poi ora e adesso è TERRA SELVATICA e sentieri inesplorati, come dice quella sconosciuta fatta di parole, terra selvatica da toccare con le mani ad occhi chiusi. Primordiale. Carnale. Distruggi il tuo raccolto, fanculo le coltivazioni, prendi il buono e il resto brucia brucia tutto e non voltarti a guardare le fiamme che si spengono all’insù. Terra vergine e selvatica da toccare con le mani e con i piedi e con la pelle e con gli occhi chiusi ora e adesso.

WANNA BE A BETTER MAN
Just wanna see what’s in your hand

Ashes to ashes, pochi giorni ancora e tutto questo nulla, tutto questo vuoto, tutto questo silenzio non sarà mai successo. Tutto questo non sarà mai successo, non sarà mai esistito davvero. Due parentesi che abbracciano il niente. Come un sogno che hai fatto ma che ora sulla tua nuvola nera, ora e adesso, non avrai sognato mai.

ALL THE DREAMS ARE MADE
Need a little time to wake up
Need a little time to WAKE UP

Primavera

Pubblicato: 11/16/2012 in Sera

Le mani, le mani, abbassa le mani, percorri le mani, con le mani nelle mani e le dita nelle dita e lingua, le mani e i fianchi nel buio che sono come colline ma no, non guardare, mangia, apri la bocca e ingoia e guarda, descrivi ciò che vedi gemendo e con le dita e gli occhi chiusi e poi lingua e odore e sapore, senti, assapora, apri gli occhi e tutti i sensi e poi lascia le mani, intreccia le gambe con le gambe e sfilati e poi bacia, percorri, scopri, esplora, lascia il segno sulla pelle del tuo passaggio infinito e lento, non volare, apri gli occhi, ricorda la strada di casa e lascia, e prendi, e afferra e mordi, inarcando la schiena e i brividi e capelli sulla faccia, respira profondamente, non parlare, respira profondamente e lingua e dita, e labbra su labbra e fianchi stretti tra le mani che si muovono, fermi, si muovono, sapore e possesso e ti tengo in mano, ti tengo tra le dita e sulle labbra su labbra e i muscoli che si contraggono e le lacrime di piacere, ed il sapore, e il ritmo che è uno e che è mille, come i sobbalzi, e i respiri, e le dita intrecciate e la lingua e le labbra e le mani, che il mondo non esiste e se esiste fanculo il mondo, che il tempo non esiste e se esiste fanculo il tempo, ciò che senti è ciccia tra i denti e mordi e lecca e stringi e poi ancora smetti e poi continua e non ti fermare, piano, piano fai piano, un millimetro per volta e capelli addosso e occhi chiusi, poi aperti, poi pieni, dove tutto inizia e tutto non finirà mai ma chi cazzo se ne frega, la base del collo e le spalle eppure no, eppure un po’, oppure tutto, mordimi cazzo, mordimi, animale di ciccia e carne e sangue, senza tregua fino in fondo, senza paura, senza esistere se non qui e ora e dita e lingua e labbra sulla pelle, millimetri in espansione, universi compressi e respiri, morte, vita, morte, vita, come se tutto fosse da inventare, come se tutto fosse la prima volta, come se quello che siamo non fosse altro che ciccia su ciccia, imperfezioni da leccare e baciare e imparare a memoria con gli occhi chiusi e le mani aperte, pelle sulla pelle da una parte e dall’altra e senza speranza e senza passato, le mani, le mani, abbassa le mani e leccami e guardami perché io ti sto guardando come si guardano i miracoli e solo occhi e lingua e movimento e capelli, e poi torna qui e poi non andare mai via e poi un centimetro che duri secoli come i miracoli e per sempre, stuprami, non ho più un’anima e se ce l’avessi è a te che la sacrificherei, al tuo corpo imperfetto e miracoloso e perfetto ed apri la bocca, apri gli occhi, apri le mani, apri ogni singolo poro della tua pelle, vestito delle mie voglie e dei miei sogni e di tutto ciò che sono, e che sarò.

Quello che succede

Pubblicato: 11/14/2012 in Giorno

Quello che succede è che apri gli occhi.
Quello che succede è che le montagne nere sono gomitoli di lana nera e che però quando ne prendi un capo e inizi a tirare diventa viola poi rossa e verde e gialla e di un miliardo e mezzo di colori, che nemmeno pensavi ne esistessero di così belli, di così nuovi.
Quello che succede è che lo capisci. E che devi fare qualcosa.
Quello che succede è che non devi più stare lì, in quella casa. Perché quello che succede è che capisci che non è più una gabbia. Ti eri sbagliato. Non è più una gabbia, non lo è mai stata una gabbia.
Quello che succede è che capisci che quella casa è una bara.
Una bara.
Quello che succede è che quella è una bara e che tu ti stavi seppellendo come un faraone del cazzo. Un faraone del nulla. E si stavi seppellendo assistito da tutti i tuoi demoni peggiori. Da tutti loro che non stavano piangendo. Non era compassione quella. Quella era derisione. Quella era: missione compiuta. E tu, Faraone del nulla, non avevi schiavi e statuette da portare con te, né gioielli. Avevi solo mostri a tormentarti. Ecco quello che avevi.
Quello che succede è l’Arno è in piena e che purifica e lava e distrugge. E che dopo una settimana sei pronto a togliere quegli scatoloni dalla macchina. E a portarli dentro. E a riempirli.
Quello che succede è che non si tratta di salvezza. Non salvi un cazzo. Perché quel posto lo hai abbandonato, è un guscio vuoto su cui piove a dirotto, un involucro senza senso, senza sesso, senza vita. Non è salvezza.
Quello che succede è: giudizio.
Quello che succede è che assolvi o condanni. Punti il dito e distruggi. Punti il dito e riponi. Quello che senti è amore.
L’Arno non lo vedi eppure è lì presente che ruggisce e reclama un pezzo di te. Come sempre. Ruggisce chiamandoti per nome e tu che fai, tu lo senti, non lo ascolti, lo senti. Certe cose non le puoi distruggere o buttare.

Certe cose le devi sacrificare.

Quello che succede è che parti dai libri. Sempre la stessa storia. I primi ad arrivare, i primi a partire. Sempre loro, sempre quelli.
Quello che succede è che parti dalle spezie. Sempre la stessa storia.
Quello che succede è che ci sono scatoloni pieni e sacrifici da fare. Ci sono parole da mollare. Ci sono pensieri da mollare. Ci sono sorrisi da fare. E da regalare. Aspettative e sorprese. Delusioni e chissà cosa.
Quello che succede è che lo fai piano, cantando, e che pensavi di avere una cazzo di paura e che invece paura non ne hai neanche un po’.
Quello che succede è che senti: io ti assolvo.
Quello che succede è che senti: urgenza.

Assoluzione.

Quello che fai è andare al fiume, nascosto da occhi e orecchie, ma non dal sole. No. Il giorno ti deve vedere mentre fai quello che c’è da fare. Il giorno e il mondo e il fiume ti devono vedere mentre non sorridi e non piangi e non senti. Semplicemente canticchi una canzone che parla di rovine e macerie e di acqua che le lava via e che quello che resta in fondo è tutto ciò che hai e che puoi avere.
Quello che fai è prendere ciò che odi e scaraventarlo in quel ruggito.
Quello che fai è guardare.
Quello che fai è seguire quella rosa arancione che resta a galla finché il ruggito non se la ingoia.
Quello che fai è guardare il tuo cadavere che passa là, in mezzo.

Ecco quello che fai.

Vedi il tuo cadavere passare.
Quello che fai è fargli ciao con la mano.
Non ti illudi, lo sai che quello, il fiume, non se lo mangia.
Non ti illudi. Lo sai che quello, il fiume, lo terrà da parte. Per poi tirarlo fuori.

Ancora una volta.
Ancora.

Ma non ora

Non ora.

 

Respiri

Pubblicato: 11/13/2012 in Sera

No, sì, no, forse. Sempre peggio, sempre meglio, no, sì, forse, no, sì. Fermo immobile, come pensi di farlo se stai fermo immobile, una cazzo di statuetta di quelle che su un cazzo di banco in un cazzo di mercato delle pulci non guarda un cazzo di nessuno. Ma che importa. Sì. No. Forse. Mica è così importante, in fondo neanche tu guardi loro. Oppure sì. Oppure no. Oppure forse. Un pesce rosso che si chiede come fanno tutte quelle persone a respirare là fuori. Che gusto ci troveranno a stare là fuori. A correre, a pensare, ad amare, a dannarsi per dettagli incongruenti e a farsi domande che un giorno hanno una risposta, il giorno dopo un’altra, e poi sì, e poi no, e poi forse, chi lo sa. L’ovattato risentimento che rimbalza sulle pareti spoglie è solo delirio di onnivuotanza. Non hai speranze e non hai fede e hai speranze ed hai fede. Sì. No. Forse. Lasciate ogni speranza voi che passate e lasciate un pezzetto di voi se passate di qua, un graffio sul muro, una parola senza senso, un domani a cui non pensare perché no, o forse sì, o forse boh, non si sa, non si può, si deve o forse no. Stupri e girigogoli, violenze e carezze abnormi. No. Sì. Forse. Come galleggiare in superficie a faccia in giù. Come non galleggiare e fare le bolle. Come sì. Come no. Catatonico impulso e scivoli alla rovescia, girigogoli e inutilità, doveri e davvero. Non si sa. Sì. No. In ricerca di un posto dove stare, in ricerca di un me stesso da inventare, in ricerca di una luce da seguire, in ricerca di un buio da fuggire, in ricerca di una strada da impazzire, in ricerca di un nulla da distruggere, in ricerca di una ricerca da cercare. Non c’è posa e non c’è pace. Scosta le tende e guarda il cielo. Da qualche parte, laggiù, ci sono respiri.