Archivio per dicembre, 2012

Filosofi delle parole perse

Pubblicato: 12/30/2012 in Giorno

Qual è il peccato originale? Quale? Dove stanno i sogni, dove stanno le speranze, dove stanno le visioni. Una volta ne avevo un sacchetto pieno. Come un sacchetto di caramelle, no? Ci ficcavo dentro le mani e ne tiravo uno, come una lotteria a cui affidare il proprio domani, il proprio me stesso proiettato nel futuro. Contorni nebulosi. Nebbia. Dove ho messo il sacchetto, dove cazzo è, chi me l’ha rubato, me lo sono perso per la strada, l’ho lasciato da qualche parte e qualcuno mi ha mangiato tutte le caramelle del cazzo e ora io non so più come fare. Sorrido ai giorni, certe volte, certe volte lascio che passino e guardo il sole che si muove da una finestra all’altra e poi il buio e poi niente. Non ho paura, non ho voglia, non ho un cazzo eppure boh. Rancore. Provo rancore. Esprimo rancore. Parlo rancore. Sono una persona a cui è rimasto il rancore e che cazzo, non so neanche come usarlo in modo costruttivo tutto questo puro, semplice, animale rancore. Animale. Mi sciolgo con niente. Dimmi due parole che mi piacciono e io mi sciolgo. Non ho barriere, non ho limiti, non ho confini. Voglio tutto e subito e fanculo il domani, del domani non so che cazzo farmene. Le caramelle, fanculo le caramelle. Fanculo. Le mie aspettative durano un battito di cuore. Cuore. Odio la parole cuore. Odio la parola cuore. Provo rancore per la parola cuore. Le parole di plastica non esplodono, le parole di plastica si afflosciano, diventano monconi lessicali inutili e vuoti. Cuore è una parola di plastica. Lasciatemi perdere se volete parlare di cuore. Quello che sento, lo sento nella pancia, è la pancia che guida i giochi. Ogni cazzo di gioco. Perché ci siamo dimenticati di essere animali? Perché ci illudiamo di non essere animali? Sopravvivenza, questo è quello a cui tendiamo, impacchettandola di parole come cuore per renderla meno amara. Invece di accettarla. Semplicemente accettarla. Faccio disegni e scrivo stronzate per non pensare che sono un animale in mezzo ad animali che non vogliono essere animali. Filosofi delle parole perse. Avrei dovuto reagire nel momento giusto. Dare cazzotti in faccia, e non limitarmi ad accoltellare con le parole. Non accoltelli un cazzo con le parole. Perdi sempre. Perdi ogni cazzo di volta. Invasioni fini a se stesse e fatue. Avrei dovuto accettare le sconfitte, ma io non lo so, io non me lo ricordo qual è il peccato originale del cazzo. Qualcosa devo pur aver combinato. E’ che non riesco a ricordare tutti i disastri che combino. E va a finire che mi piglio la colpa per quelli degli altri. Forse è per questo che non mi perdono. Non mi sono mai perdonato e me ne sono sempre sbattuto le palle ma ok, così va la vita. Stai facendo solo filosofia delle parole perse. Eppure ricordo il vuoto quando A. e U. non hanno il coraggio di guardarmi in faccia mentre mi dicono che hanno deciso di farmi fuori. Di uccidermi. Il senso di vuoto, di annegamento. E il senso di liberazione. Quello che avrei dovuto fare era: scappare. Ringraziare per l’omicidio. Invece no, invece no. Invece un cazzo, invece testate. Ok. E’ passata. Ricordo il senso di vuoto e gli scalini caldi sotto il mio culo nudo quando ho detto: basta, è finita. No, non ci penso mai. Non ci penso mai perché in fondo sono un cazzo di vile. Sono un animale, me li mangio i ricordi. Non ci penso mai a tutte quelle lacrime e alle dita tremanti. Non ci penso mai perché se ci penso quello che penso è: dannazione. Sarò dannato per sempre. Per quelle lacrime. Per aver pensato: liberazione. Ribellione. Ricordo il senso di male dei giorni in gabbia. E della gabbia prima. E di quella dopo. Il male dei giorni e dei filosofi delle parole perse, il male delle persone nascoste dietro l’immaterialità. L’immaterialità non rende immortali, cazzo. La ciccia è sempre ciccia e tu non ci puoi fare un cazzo. Mi aspetto e do e quando do sbaglio perché siamo animali. Animali del cazzo che giocano a non essere animali.

Ma qual è il peccato originale?
Dove cazzo ho sbagliato per sbagliare così tanto?
Dove cazzo è che mi sono perso per la strada?

Filosofo delle parole perse.

Fanculo.

 

Offerta

Pubblicato: 12/27/2012 in Uncategorized

Va bene, ho perso, ho perso sempre, ho perso un sacco, ma sono ancora qua e allora cazzo, non ce l’hai fatta a buttarmi di sotto, eppure ricordo bene quella notte lì, me la ricordo bene e ricordo bene quanto cazzo era fredda quella spada puntata sul petto e ricordo quanto cazzo era calda quell’acqua e quanto cazzo era stupida quell’immagine nello specchio. Io mi ricordo tutto. E allora? Sono sopravvissuto. Sono vivo per miracolo. Io non ci avrei scommesso un centesimo e lo so che ancora non ne sono del tutto fuori e tutto il resto. Ma respiro cazzo, respiro. In certi casi respirare è la scommessa più grossa che fai. Soprattutto quando le lacrime fermano le lame e la faccia idiota ti guarda nello specchio e tu ti riconosci e dici: oh, fermi, fermi tutti cazzo, quello sono io cazzo. Io me la ricordo quella notte e mi ricordo l’inutilità di quella notte. Io sono quello che amplifica i sogni e le certezze e poi li incarta e li regala alla prima che passa.

Tenga, signora. Questo è tutto quello che ho. Lo prenda, signora. Lo prenda.

Non voglio niente in cambio, signora, non voglio niente perché tutto quello che ho sono stelle in movimento e tutte le stronzate poetiche che le vengono in mente, lo sa, no, signora, lei lo sa, tutte quelle stronzate sulla notte e l’amore e tutto il resto, sui bambini che giocano a fare i grandi e i grandi che piangono per tornare bambini. Lei lo sa, signora: io le parlo mentre ricordo una lama fredda e pulita dritta sul mio petto, non le mentirei mai io, signora, si fidi di me. Io non sono quello che dico di non essere, signora, io sono uno a cui basta poco, io sono uno che ha sogni standard, di quelli preconfezionati, sa, signora, di quelli che legge nei libri, di quelli che immaginava da bambina, signora. Ecco, io è in quella roba che mi perdo, signora. Mi scusi se il mio discorso non ha un filo logico, signora. Io non sono uno di quelli che inizia un discorso e lo porta in fondo. Mi perdoni. Io non sono uno di quelli a cui lei affiderebbe una verità, signora. Io non sono uno di quelli e basta. Io sono uno di questi. Io sono uno che gira da anni, forse decenni, forse millenni. Una parte del mio sangue ha girato per millenni, signora, una parte del mio sangue se ne sbatte la minchia della verità. Una parte del mio sangue pensa solo ad una parola: sopravvivenza.

Ma tenga, signora. Prenda tutto. Guardi che pacchettino colorato.

Non prenderla come un’offesa.
Prendila come un’offerta.
Ti offro tutto me stesso, se solo mi stai a sentire.
E se non te ne frega un cazzo, avrai comunque guadagnato un posto in cielo.

 

 

Saltuariamente vostro

Pubblicato: 12/24/2012 in Giorno

Caro Babbo Natale, Gesù Bambino, Dio, Karma o caro me,

quest’anno non sono stato buono. Mettiamo subito le cose in chiaro. Ma tanto lo sai, lo sapete già, lo so da solo, insomma, voglio dire. Non è che ci voglia molto. Quest’anno è stato un anno lungo. Il più lungo forse. Che poi lo so che ogni anno sembra il più lungo. Ma quest’anno sì, ne ho combinate un bel po’. E pensate, pensa, penso: ogni volta, almeno all’inizio, pensavo di fare per il bene. Mio, suo, nostro, sempre il bene di qualcuno. Poi le cose no. Le cose vanno per cazzi loro, il più delle volte. E’ come chi getta un sasso nello stagno e invece delle onde solleva tutta l’acqua che c’è, che rimane lì, sospesa per aria. Nuvola liquida, inerme. E io sempre lì, a guardare che succede, che poi non succede mai come voglio e cazzo, allora è un po’ un casino. Al di là di me. Ecco, sì: questo, questo che va a finire, è stato un anno al di là di me. Io c’ho provato, te lo dico, ve lo dico, me lo dico. Ci ho provato e ci sto provando. Ma l’acqua è sempre lì, immobile. Nuvola liquida e senza riflessi. Qualche mormorio, qualche soffio, poco più. Poco meno.
Ho incendiato il mondo e quello che mi è rimasto sono macerie. Che ve lo dico a fare. Che te lo dico a fare. Che me lo dico a fare. Macerie nere, pennacchi di fumo finti come quelli di cotone dei presepi fatti da un bambino piccino. Sulle macerie ho seminato, senza bonificare. Nascono fiori tra le macerie, fiori e foglie che poi muoiono nel giro di un raggio di luna. Lo sapete. Lo so. Quello che succede è che stai a guardare. Perciò cazzo, portatemi un paio d’occhiali, non so. Un cannocchiale. Un microscopio. Un paio d’occhi nuovi. Un paio di mani nuove, dita nuove. Portatemi una nuova pelle da indossare, che qui ci sono graffi, cicatrici, disegni, brividi; è una pelle che non mi piace, è una pelle che amo, è la mia pelle e questa mi tengo. Anche se non impara mai, questa pelle, non impara mai, e quello che c’è scritto su questa pelle è: ancora una volta. Chiodi e fogli bianchi: questo, portami, portatemi. Questo voglio, ed i colori non li voglio perché i colori ce ne ho di miei. Pure troppi. Pure pochi. Scoperchiando il mondo ho trovato mari quieti e parole vuote, ho trovato la salvezza e la dannazione.

Portami me stesso.
Portatemi me stesso.

Da qualche parte, io credo, ci sono dei pezzetti che non so.

Sinceramente e saltuariamente vostro,

io

Yassassin

Pubblicato: 12/18/2012 in Uncategorized

Ti sto dicendo di lasciarmi perdere, lasciami stare, non hai le braccia abbastanza lunghe oh no, cazzo, non sto dicendo davvero aiutami, ti prego, sono io che non ho mani e braccia sono io il problema sono io la nebbia nera sono io che non respiro non stavo dicendo sul serio, non lasciarmi perdere non lasciarmi andare perché se mi lasci andare io cazzo sprofondo e poi non riesco più a esistere, perché lo sai che alla fine a questo ci si limita, mi limito, mi limito a contare i lividi oh, no, non volevo dire lividi volevo dire morti, oh, no, giorni, scusa, giorni, volevo dire giorni e settimane ecco quello che volevo dire ma tu lasciami andare che ce la devo fare da solo ma da solo non ce la faccio e lo so che non è colpa tua, lo so, lo so che non è il mondo a essere cattivo, è solo che ho questi panni addosso che mi sembrano mantelli di velluto fradici, pelli di bisonte oh, no, bisonti interi sul groppone e però è un peccato cazzo, è un peccato, non mi sarei immaginato che poi si sarebbe parlato di roba così e però non lasciarmi andare, non mi lasciare, ho bisogno di te oh, no, non di te, ho detto te?, volevo dire me, volevo dire me perché tu non esisti e poi si sa che non si deve confidare negli altri e tutto il resto, si sa che il mondo è cattivo e tutto il resto, si sa che sei inadeguato al mondo e tutto il resto, cosa cazzo ci fai, che ci vuoi fare, non ci fare, non fare, non dire, non ascoltare, non pensare, non pregare, non respirare neanche cazzo che se respiri poi ti toccano un sacco di altri guai e poi ti lamenti cazzo ti lamenti, che manco brancoli, aspetti, cazzo aspetti, manco aspetti cazzo e tutto quello che succede non succede davvero, un vaccino contro il tutto a base di lividi giorni e incomprensioni di base. Mi sembri un cazzo di ubriaco che mentre cerca appigli devasta qualsiasi cosa gli capiti a tiro, bella, brutta, normale, ma fanculo gli appigli, non hai mani e ti attacchi al cazzo non hai occhi e non guardi non hai giorni e non respiri e fanculo, fanculo il non posto che hai scelto per non essere fanculo i sorrisi fanculo gli sguardi fanculo le luci che tanto il tuo buio è di vernice e le luci del cazzo poi si rompono i coglioni di fare la guerra e si arrendono, mani in alto, mani in alto verso il niente e stop. Non piango non strillo non penso non mi apro, perché non ti apri, perché non ti sfoghi, perché perché perché. Non mi apro per non far scappare il buio, non mi apro, non mi apro, me ne sto chiuso qui a pigliare polvere in modo cosciente in modo volontario e se tu non capisci scappa, io me ne sbatto il cazzo, scappa, non ti voltare, io non ti inseguo, non turbo la tua tranquillità, non lascerò che il buio scrosci su di te come una valanga. Giuro, davvero, non ti preoccupare, tanto io sono qua in balia degli eventi perciò è probabile che non mi accorga neanche dell’eutanasia, non mi accorgo mai di nulla, sai, lo sai, lo sai che sono sempre troppo preso a calpestare tutto e il contrario di tutto, a scrivere robe d’amore con le bombe a mano, a disegnare storie di cui non conosco né l’inizio né la fine né il sapore un cazzo, insomma, ecco quello che conosco io, un bel cazzo di niente e però è strano perché poi alla fine mi dispiace anche, un po’, ecco, sì, mi dispiace, da qualche parte avevo un paio di valigie piene di dispiacere ma dove cazzo le ho messe, non ricordo, non lo so, oh, forse non erano le mie, forse non erano le mie e quello che invece ho è una scatola da scarpe piena di nulla, piena di rabbia, cazzo è questa rabbia, cazzo è questa rabbia che morde da dentro, cazzo è questa rabbia che io non lo so da dove viene e non so dove cazzo voglia andare e perché cazzo mi sbatta sul pavimento invece di farmi muovere il fottutissimo culo che è un peccato tenerlo qua, è un peccato e chi fa peccato contro se stesso è come un omicida al contrario e porca troia se questa non è un’offesa a tutte le divinità che sono esistite da sempre e per sempre. Non lasciarmi, non guardarmi, non ascoltarmi, è solo un’onda che poi passa e non lascia prigionieri, non lasciarmi, non guardarmi, non lasciarmi ma non prendermi, non prendermi, non voglio, sono solo un assassino e tu stammi lontano, guardami dentro la mia boccia di vetro mentre rimango immobile ad aspettare che l’onda passi e che tutto passi e se niente passa in qualche modo, poi, si farà.

 

Dettagli

Pubblicato: 12/17/2012 in Uncategorized

– La classe si vede nei dettagli.
– Sì, è vero: i dettagli sono tutto.
– Tutto no, non tutto.
– Dici di no?
– Boh, non sempre almeno. Dici di no?
– Non lo so. Forse sono solo pezzettini nostri che mettiamo in un tutto generale, solo per provare a fare la differenza tra un tutto e l’altro.
– Quando parli così non si capisce un cazzo ma ho sempre la sensazione che tu lo sappia perfettamente e che o non te ne freghi un cazzo o che comunque ti piaccia.
– Sai qual è il fatto. Il fatto è che mi piace dire cose e vedere cosa ne viene fuori se quelle cose, quelle parole, le lasci pascolare un po’ all’aria aperta. Prova a pensarci. Non so, roba tipo una vallata di mezza montagna. Però non di quelle bellissime e innevate e rosa dorate quando ci batte il sole nel tardo pomeriggio. Secondo me è più qualcosa come una specie di collinetta con la terra nera, che non sai se è nera da sotto o da sopra; c’è qualche chiazza d’erba, qua e là, erba estremamente verde e inaspettata. Poi qualche cespuglio rinsecchito come le dita di una vecchia elegante, rassegnata, triste. E rottami. Una lavatrice arrugginita, una bicicletta senza ruote. Un frigorifero aperto, ammaccato, con dentro una sedia sgualcita. Una scarpa senza lacci. Quella non manca mai. E poi una bambola pulita che sorride. Che ti chiedi chi cazzo può buttare via una bambola pulita che sorride, chi cazzo si è preso la briga di venire fino a quassù per buttare così una bambola pulita che sorride. Insomma, ti viene da pensare a come ci sia arrivata fin lì, quella bambola. Oppure se ci è nata. E poi immagino giganteschi nuvoloni neri. Neri che non sai se quel nero viene da sotto o se viene da sopra. Non piove. O è come se piovesse all’insù. Dall’altra parte, dalla parte sbagliata. Come una minaccia, o una promessa incombente. E in mezzo a tutto questo, le parole che dico, che si aggirano lente, concrete. Impacciate. Timide. Spaurite. Le vedo guardarsi intorno provando a capirci qualcosa, a nutrirsi di qualcosa. E quello che sento, se guardo tutto questo, sai cos’è?
– Cosa?
– Un grande senso di vuoto.
– Hai finito?
– Sì, scusa.

 

Volevo solo balocchi e dita

Pubblicato: 12/16/2012 in Uncategorized

Non credo sia una buona idea l’evasione, non credo che lo sia. C’è da correre, da scappare. Lascia perdere. Lasciami perdere. E lo so che poi sono io, lo so che sono io che non te lo permetto, che non ve lo permetto, che non ce lo permetto. Sono così. Ingoio senza pensare, è sempre stato un mio problema quello di attaccarmi a quello che non so. Il resto non esiste. E se esiste non lo voglio. E se lo voglio lo ingoio. Perciò non ho soluzioni, non ne ho. Nelle onde. Nelle nuvole. Lascia stare. Non conosco la strada, e se non conosco la strada come cazzo faccio a perdermi volontariamente. Certo che lo voglio. Certo che non lo voglio. Certo che ho pazienza. Certo che non ho pazienza. I sogni, poi, certo, i desideri poi, certo, il corpo, certo, penso al corpo, certo, penso di essere, certo, e di quasi esistere, certe volte, certe volte capita e quando capita è come se non capitasse davvero o quasi come se non capitasse a me. No, non sono triste, sono solo uno che non ha un cazzo da gioire. Quello che avrei voluto erano giocattoli e disegni, i balocchi e le mani da sfiorare. Io non lo voglio questo mondo. A me non piace questo mondo. Questo mondo non lo odio. Non odio nessuno. Io non voglio che balocchi e quello che mi danno invece è: nulla. E se quello che hai è nulla, impari ad amare il nulla. A renderlo migliore di quello che è, di quello che sarebbe. Impari a riflettere sul nulla, a disegnarlo. A scriverne. Ti puoi innamorare solo del nulla, certe volte, che poi certe volte succede che non succede e quindi fanculo, che ci vuoi fare, che ci devi fare. Non ti resta che respirare e far battere qualche muscolo a ritmi più o meno regolari, e immaginarti quello che succederà come attività principale. Lascia stare, lasciami stare. Non ho niente da dare, non ho nulla da dare, e quel poco che forse ho non è un cazzo di buono. Quello che succede è che non ho un cazzo da dare o forse ho solo un paio d’universi. Un paio d’universi inesplosi, opzionali, irreali, illusori e concreti come il nulla pieno di tutto. E io che volevo solo balocchi e dita e canzoni da cantare.

Forse

Pubblicato: 12/15/2012 in Uncategorized

Certo che lo so, che cazzo pensi, che arrivi te con la tua faccia di parole e mi spieghi come cazzo si sta al mondo? No, no, ferma, fermi. Io come cazzo si sta al mondo non lo so. Io come cazzo si rotola in questa palla non ne ho idea. Ma cazzo. Non accetto lezioni. Sì, ok, ti ascolto e faccio come dici tu. Sono solo un uomo. Che cosa cazzo ti saresti aspettata? Sono un uomo, solo un uomo, cazzo, sono solo un uomo del cazzo. Non ti puoi aspettare un cazzo da uno che è solo un uomo del cazzo. Lo so, lo so. Lo so che ti aspettavi di più. Lo so che avevi visto un sacco di sfumature ecc., ma io sono questo. Le mie sfumature sono quelle che vanno verso il nero più nero. Verso il buio senza speranze del cazzo. La mia è ruggine, non sono stelle cadenti, non sono albe, non sono tramonti, non sono notti stellate del cazzo. Questo sono. Questo sono io. E non voglio convincere un cazzo di nessuno di essere migliore di come sono. Io sono il pacchetto che manca sotto l’albero di Natale. Io sono la stella che guardi e che aspetti che cada e che invece se ne sta lì, che ti guarda e canta una canzone senza parole. Io sono quello che tu vorresti fossi e che invece non sono. Quello a cui penso è un prato in discesa e un sorriso amaro. Una frase, un sigillo. Ecco quello a cui penso. Per cui tienimi fuori dalle tue cazzo di lezioni di vita. Io sono nato e sono morto in quella merda di prato scosceso del cazzo, io ho ascoltato, io ho ucciso. Io non ho pianto. Io sono stato in silenzio, io sono stato e ora non sono più. Sono morto cazzo. Sono morto. E il defibrillatore me lo caccio in culo. Bruciami. Maledizione, uccidimi. Fammi provare qualcosa cazzo. Oppure ammazzami e vaffanculo. Non venire a mettere fiori sulla mia lapide del cazzo. Lasciami perdere. Siete un mondo di persone complesse. Io, invece, sono più semplice del colore che non sbiadisce. Fanculo.