Archivio per gennaio, 2013

Tremens

Pubblicato: 01/27/2013 in Uncategorized

Non è un problema giuro non è un problema ma se non è un problema a che cazzo pensi non penso a un cazzo giuro non penso a un cazzo non sto neanche scrivendo in questo momento in questo momento sono fuori sono fuori sono un posto con un sacco di luci e un sacco di gente e ci sono un sacco di culi sodi quindi no non penso a un cazzo non è vero non sei in nessun posto come sempre come no no non sei lì sei qui qui dove qui ancora sempre qui cazzo ci fai ancora qui

non lo so

ma non penso a un cazzo lo giuro ho la testa sgombra te lo giuro ho la testa sgombra e non penso a niente non penso a un cazzo di niente che esista perché niente esiste in questo momento come cazzo sarebbe come cazzo sarebbe che niente esiste cosa cazzo dici lo sai che non è così lo sai lo senti senti senti io non sento un cazzo

ti sbagli

non è un discorso che riguarda il sentire questo questo non è neanche un discorso cosa cazzo è questo boh non si sa ma che importa a chi importa non importa è solo roba è solo: pezzi avanzati da altre vite te le ricordi le altre vite hai avuto altre vite te le ricordi sembra passata una morte intera ma che cazzo sei ma cosa vuoi

non voglio niente

e allora mollami lasciami fare portati via il tuo tavolino di merda non m’interessano i tuoi articoli li puoi rimettere nella tua valigetta del cazzo vattene o ti uccido giuro che se non te vai ti uccido con le mie stesse cazzo di mani di merda perché cazzo la tua tovaglina arancione di merda ti ci avvolgerò e poi ti sparerò dritto in faccia e poi ti butterò nel fiume insieme a tutti i tuoi articoli del cazzo non me ne frega nulla t’ho detto vattene vattene cazzo non mi sorprenderai è finito il tempo del tuo baratto una vita per dieci vite o quello che è vattene o ti uccido ho detto

vattene o ti uccido

 

Black Hope

Pubblicato: 01/24/2013 in Uncategorized

Si passa la mano sulla barba lunga, lunga di dieci anni o forse di più, un po’ come un gesto meccanico, un po’ come la ricerca delle parole perdute per strada, un po’ come frugare e un po’ come fregare intorno al nulla. Beve un sorso, un altro ancora. Si guarda le mani. Gli sarebbe sempre piaciuto avere le mani da pianista, da violinista, da direttore d’orchestra. Da poeta. Quello che vede, le sue mani sono quelle di chi ha lavorato la terra e il cemento e chissà cosa. Terra, terra, terra. Terra del fiore e terre lontane. Terre mai uguali a se stesse, pensa, quelle mani hanno rubato, quelle mani hanno forse ucciso. Hanno amato. Accende una sigaretta, un’altra ancora. Nei riflessi del fumo vede i suoi occhi e pensa che oh, così stretti, chissà da dove vengono quegli occhi così stretti e così placidi. Non si è mai fidato degli occhi placidi. Sono quelli che fregano, pensa, è questo che ha sempre pensato. Li osserva ancora un po’, senza pensieri, mentre si dissolvono nell’ultimo rivolo di grigio nell’aria. E’ una sensazione, no; è una coperta, no, che roba è, cos’è questa roba, non si sa. Arriva come qualcosa o qualcuno che non aspetti e che non si sa. Lo scricchiolio insistente dei minuti che passano piano e delle montagne in dissolvenza. Distende le gambe, distende le braccia. Quei disegni addosso. Cicatrici, che roba sono; ricordi, che roba sono. Proiezioni. Che roba sono. Disegni. Sono solo disegni. Non importa, pensa. Un’altra boccata di birra, un’altra boccata di fumo, un’altra boccata d’aria. Pensa a quello che è stato fatto e a quello che c’è da fare. Trovati un posto, pensa. Anche sbagliato, come sempre, com’è sempre stato cazzo, ma trovalo. Devi sapere. O immaginare. O rotolare da qualche parte. In qualche posto. Guarda le dita danzicchiare sui tasti consunti, e pensa alle storie, a quante storie hanno creato. Distrutto. Non è importante. Chissà se è importante. Forse è importante. Socchiude gli occhi, lascia tintinnare i bracciali. Qualcosa, forse. Qualcosa, certo.

Vieni con me

Pubblicato: 01/23/2013 in Uncategorized

Esistesse una città, la città starebbe sognando ai piedi del cielo, coperta di respiri e sospiri e stelle come lenzuola di seta leggera. O forse sarebbe immersa in una nebbia che inghiotte profili, nascondendo occhi insonni e sorrisi di madri incantate dal pianto di bimbi nuovi.
Esistessero strade e piazze, i lampioni ne disegnerebbero colori improbabili, e notturni.
I passi di lei sarebbero rintocchi, agguati nel silenzio. Lui saprebbe di lei, ascoltandone l’odore. Lei avrebbe occhi appena accennati tra i capelli e la sciarpa di lana, abbracciata a se stessa per proteggere la pancia in bilico dal freddo o forse, forse, per evitare che quel bilico fugga via. Prezioso. Come l’affanno nel petto di lui, che attende e sa che sta per succedere e si sforza di credere che tutto quello che sta succedendo oh, tutto quello che sta succedendo è vero, non è un sogno, o se è un sogno, quello che sta succedendo è un sogno vero. Inquieto, ballonzola da una gamba all’altra come un equilibrista che danza sul vuoto. E la vertigine è solo un modo diverso per guardare la notte. Quella notte da cui lei sbuca fuori come un desiderio esaudito, un desiderio di lui, il desiderio del mondo di notte. I passi si fanno più lenti, il battito soffocato e rubato da una brezza appena. I capelli di lei che si muovono, le labbra di lui che tremano. Occhi neri, fessure d’universo.
Vieni con me al Rooftop Concert, dice lui, allungando una mano verso lei come per porgere quell’invito nascosto tra i petali piccoli di un fiore rubato chissà dove, chissà come e quando.
Lei sorride e il suo sorriso è il primo sorriso che lui abbia mai visto.
O forse no, non importa.
Non è importante.
Lei sorride. E il suo sorriso dice: sì.
Esistesse una città, la città starebbe sognando ai piedi del cielo dove lui e lei si guardano dentro. Dal tetto di un palazzo disabitato tutto sembra meno evidente. Ma non conta, ora non conta. Lui ha un disco tra le mani ed un grammofono che sembra un fantasma. E John e Paul e Ringo e George. Tu sai fare i miracoli, dice lei, ma lui sa, oh, lui conosce il miracolo dello sbocciare delle sue labbra proibite. I miracoli non esistono, rispondo lui; esistessero, i miracoli, io crederei solo in essi, risponde lui. Quello che sta pensando, quello che sta pensando non è quello che sta dicendo. Quello che sta pensando parla di corpi nudi in cima alla città. Quello che sta pensando lei è dita intrecciate ed antri nascosti. Quello che sta pensando lui è pelle che si fonde e nei da scoprire. Quello che sta pensando lei è morsi e spalle e testa all’indietro. Quello che sta pensando lui è denti e labbra e muscoli in tensione.
Esistesse una città. L’implosione del tempo in due labbra che si schiudono addosso.

Insussistenza Blu

Pubblicato: 01/22/2013 in Uncategorized

Era una di quelle donne che giocava a fingere per affermare le sue verità. Fingeva di non essere una bambina, essendo una donna, una bambina con gli occhi grandi che fingeva di non essere ancora una donna. Io non la so raccontare, perché quello che ricordo di lei è che ancora non l’ho vista. Mai incontrata. Mai sognata o forse sì. E come si fa, non si può, ma quello che pensi, se ci pensi, è che non si fa e non si può, forse si deve, forse, oh, senza forse. Io non lo so, non me la ricordo perché l’ho vista solo un paio di volte, volte che ancora non sono successe. Quello che so è che sconvolgeva arrotolandosi stretta intorno. Quello a cui mi faceva pensare era la mia insussistenza. La mia insussistenza blu. I suoni aperti della mia incostanza. Lei non esisteva e poi esisteva ovunque e poi io non so dove è andata. Non l’ho cercata. Non la volevo. Non la speravo. Era una di quelle speranze che realizzi di aver sperato solo una volta che sono svanite, e, oh, non puoi non scivolare all’indietro, quando realizzi che hai una bisaccia a tracolla e che è tutta roba che hai rubato ad ognuna di loro. Roba che cerchi. Che non basta mai e che chissà quando sarà piena. Non è speranza. Non è flusso. E’ un qualcosa che non sai. E come puoi, se non sai, perché dovresti, se non sai. Non ci pensare. Lascia fare. Lei non esiste e se lei esiste è che non esisti tu. Non pensare a dita che si sfiorano nel buio, raccontando segreti che non fioriscono mai sulle porte del nulla. Non pensare al nulla. Non pensare al vorticoso possesso dei sensi. Alla vertigine. Al precipizio malinconico e indefinito del possesso dei sensi addosso. Lei sapeva mentire quando parlava di verità. Era una di quelle donne, ti sto dicendo, a cui crederesti quando ti parlano di verità e di apparenza. Una di quelle su cui ti vorresti sdraiare per non morire. Per pregare. Per incidere parole sulla pelle bianca e chiedere. Non lasciarmi in mezzo ai giorni, non so stare in equilibrio. E quando cammino, io mi perdo. Mi perdo sempre, quando cammino da solo. Non lasciarmi nel mare senza le rive, che non ho castelli da costruire. Non sono fatto per la solitudine, ed è per questo che non chiedo; non sono fatto per la solitudine, ed è per questo che non cedo. Quello che faccio è perdere le ore intorno, un pezzo di nulla per volta. E ciò che dura più di un giorno, è imprigionato in un momento soltanto.

 

Perfezioni transitorie

Pubblicato: 01/20/2013 in Sera

Ci sarà una volta in cui lei mi chiederà di che colore siano i miei discorsi. Quella volta io non sarò in me. Tanto per cambiare. Starò con il naso all’insù, pensando a come sarebbe averla addosso un sabato pomeriggio in cui tutto nasce e muore e tutto il resto. Oh, come sarò effimero; oh, che sfuggente. Quella volta lei saprà. Saprà. Quella volta l’invasione non saprò fermarla, io, io non sarò in grado di tenere il freno o le porte chiuse e il mondo ecc. e oh, sarò così confuso quella volta; oh, non saprò come fermarmi, come fermarla, e non vorrò farlo e sarà inutile pensare o parlare. Ci sarà una volta in cui busserò e non avrò risposte, quella volta non avrò sorrisi ma solo occhi. Avrò mani che avverano desideri, avrò labbra che avverano desideri, avrò desideri che danno vita a mani e labbra e avrò pareti da percorrere con la schiena nuda e i morsi addosso e desideri in bianco e nero che sfiorano il soffitto anche lì dove il soffitto non c’è; senza respiro senza respirare senza esistere per un minuto o qualcosa in più, col cuore e la pancia che non battono e non esplodono e non esistono e si mischiano tra loro che non ci si capisce più un cazzo poi così che quasi passa la voglia di rivestirsi dei panni del giorno, come non fosse mai successo nulla prima di quella volta e come se non potesse mai succedere più nulla dopo quella volta o forse sì, forse sì, ma chi se ne frega, chi se ne fotte, chi se ne fotte se tutto ciò che conta sta sulle pareti senza soffitto di un castello senza stanza. Non rivestirti, le dico, lasciati guardare ancora un po’. Devo riempirmi le narici e gli occhi e le mani, prima di lasciarti andare; prima che tu, e io e noi e tutto il resto, torni a non esistere. A essere impossibile. Forse mi ricorderò di te e dei tuoi affreschi fatti di voglia quando pregherò su quelle pareti. O forse penserò che sia stato tutto un baluginio. Un’allucinazione inattendibile, illusoria, attesa da sempre, da sperperare e violentare come solo una perfezione transitoria può essere sperperata e violentata.

 

Allungo una mano per provare a trattenere qualcosa o forse per trovarla, un fianco o un abito largo o un centimetro di pelle sudata, non so; allungo una mano come per provare ad afferrare qualcosa o forse per una carezza, o forse per un bacio, forse. Non so. Oh, stavo pensando che forse un respiro basterebbe, non so, stavo pensando che forse una lingua addosso saprebbe riscoprirmi o battezzare un nuovo me stesso, non so. Quello che stavo immaginando, lo immaginavo a labbra dischiuse e notturne; quello che stavo cercando, con le dita, lo immaginavo di carne e di gemiti stretti tra i muscoli. Allungo una mano per provare a credere che lo spazio intorno al mondo è qualcosa che esiste davvero, non so. Come se fosse importante, come se fosse una vita che pulsa e riempie i minuti. Di voglie. Nuove. Di voglie nuove e di carezze segrete rubate al domani. Non so. Quello a cui stavo pensando, io lo immaginavo in espansione costante e fremente; come se succedesse tutto davvero. Come se non ci fosse bisogno di raccontare con gli occhi. Non mi guardare, tu voltati e lasciami sorriderti addosso; non mi guardare, lasciami inventare interpretazioni e baci ininterrotti. Morsi addosso. Morire addosso e poi risorgere. Resurrezione tra le dita, dei colori delle parole e dei silenzi. Allungo una mano. Non so. Non mi guardare, non lo fare, non mi immaginare, non lo fare, non mi disegnare e non mi raccontare, non lo fare. Regalami solo un desiderio o due, non so, regalami qualcosa di prezioso che sia solo mio, non so, almeno per un po’, almeno per il tempo di credere che sia possibile e che sia così e che sia per sempre e poi anche no, poi anche non so, ma tu dammi qualcosa che non ho e io lo terrò nascosto allungando una mano per provare a nasconderlo tra le stelle delle mie stanze vuote. Stavo pensando che dovremmo. Stavo pensando pensieri di carne. Non so. Appoggia le parole ai piedi dell’essere. Lì, accanto alle speranze e ai sogni e alle promesse e al passato e al nulla. Appoggiale accanto alle mie. E restiamo nudi, qui e ora. Non voglio niente, tra noi, che non sia: noi. Non so. O forse so. Non importa. Che importa.

 

Dovunque

Pubblicato: 01/17/2013 in Giorno

Quello non è il discorso che volevo fare, non è quello il discorso che avevo in mente. Non avevo in mente niente, ti dico, non ho mai niente in mente, io. Oh, certo, quello che senti è lo sciaguattare ciaff ciaff delle onde che si infrangono. Dal fuori verso il dentro. Dal dentro verso il dentro. O forse è un bambino che corre sul bagnasciuga inseguendo un qualcuno qualsiasi. E il fischiare insolito del vento immaginato. A lungo. A lungo come il silenzio, come tutta questa roba che qualcuno a volte chiama: solitudine. Che certi chiamano: giorni. Lascia la porta socchiusa, mi è parso di leggere in una pozza, una volta, di riflesso intorno a un tempo; lascia la porta socchiusa che ci sono stelle e racconti che devono entrare. Non vederla come una favola. Non vederla. Non guardare. Assaggia un po’ di gocce e quello che pensi lo penserai a prescindere da te stesso. Non vederla come un’etichetta: quello che devi fare, oh, quello che devi imparare è: prescindere da te stesso. Devi imparare a tralasciarti. Tralasciati andare. Spogliati e stai a guardare cosa succede. Sciogli le vertigini, scegli un branco da sterminare. Non smettere di sperare nella guerra, che la guerra arriverà. Dissolvenza. Una causa persa. Non dovresti. Non dovrei. Una causa persa e un fondo su cui dibattersi e battersi, come gli occhi chiusi, come la guerra da aspettare, vedere, leccare, stringere. Per andare dovunque, perché è lì che non sono mai stato ed è lì che un qualcuno qualsiasi mi aspetta, forse, forse mi aspetta.