Archivio per febbraio, 2013

Dopo il Nero

Pubblicato: 02/28/2013 in Giorno

Ricordo quella notte, ho il ricordo di quella notte in tasca, e quando tieni le cose in tasca si sa che un po’ si sgualciscono e qualche piega diventa una duna, un miraggio, una variazione credibile e grottesca, di quelle che fanno andare le cose un po’ meglio anche se meglio non sono andate o forse sì, o forse no, o forse semplicemente non importa perché ciò che importa è solo sapere che qualcosa in tasca c’è. Una panchina e passi, che non si sa da dove né verso dove; strisce bianche e asfalto nero, nero come il nero dopo il nero, sgretolato come le parole che non sai se dire ma che ti chiedi: se non le dico, esistono lo stesso? Un po’ come le idee, un po’ come i sospiri, un po’ come le carezze che uno vorrebbe e che vorrebbe regalare così, senza chiedere nulla in cambio, in un tempo sospeso tra il sempre e il mai ma forse non importa, non importa: il sempre e il mai, quelli non c’entrano nelle tasche. Quello che entra nelle tasche sono occhi fissi ed incerti, e l’aria fredda strattonata qua e là dai punti interrogativi appesi alle stelle intorno, che tu ti chiedi: se io non li dico, esistono lo stesso? Non rispondermi, non confondermi, io non sono ciò che vuoi perché ho le tasche troppo piccole per i sempre e i mai e allora perché siamo qui, che ci facciamo qui, non dovremmo essere qui se le cose avessero una logica e tutto il resto. Fanculo la logica, penso io, sospendi la logica, sospendi tutto, lascia che accada e poi si vedrà. Di quella notte ricordo i lampioni, silenziosi come candele accese a metà, e il cercarsi insistente delle dita e delle mani che sembrano dire: finalmente, per un po’ sarà per sempre, per un po’ è tutto vero, così vero da sembrare un sogno cullato da lampioni silenziosi. Di come ho pensato al tuo corpo sul mio corpo, di come ho pensato alla tua bocca sul mio corpo, di come ho pensato ai tuoi capelli sul mio corpo; di come ho pensato spogliati, io ti aspetto qui. Di come ho pensato e di quanto ho pensato. Del mondo intorno e delle finestre chiuse, delle persiane che non filtrano il respiro del sonno indolente. Ho pensato, ho pensato, ho pensato, e mi chiedo: se lo penso, allora non è successo? Provo a cercare una mezza risposta in tasca, ma quello che trovo sono petali secchi di fiori neri e qualche parola su cui costruire irrazionalità convulse, poco convincenti, esteticamente improbabili. Violente. Di quelle che strappano sorrisi o forse lacrime. Ponderazioni latenti. L’illogica razionalità che irrompe e fa terra bruciata, incendio senza fiamme, reazioni chimiche scomposte. Forse dovremmo insabbiare tutto. Forse dovremmo solo lasciare tutto com’è, e tu ti chiedi: se facciamo finta che non sia successo niente, allora niente è successo davvero? Solo un’altra notte. Solo un’altra domanda. Non è un problema, per me; io non conosco la strada, ogni pausa che faccio, ogni posto che vedo, ogni sorriso che rubo, ogni sguardo che ingoio, ogni parola che spreco, ogni mano che sfioro, ogni respiro che investo, io non so dove e quando e come. A me non importa, in fondo. O forse sì. O comunque non conta. Io mi nascondo dentro al nero, dopo il nero, che anche se finisce poi torna e allora è solo un’altra notte da giocarsi con una pistola in fronte e le mani in tasca, per toccare tutti quei vuoti, e renderli reali. Che se tocchi una cosa che non si può toccare, quella esiste lo stesso?

 

Briciole

Pubblicato: 02/20/2013 in Giorno

E’ il quasi che mi preoccupa, dice lei, e io sento lo sciaguattare del vento che implica un sacco di cose a cui non voglio pensare, che pensavo di abbandonare, o di bruciare in una strada buia di notte mentre tutto intorno si annullano le stelle. Getto ponti che cadono nel vuoto e lo schianto che ne segue ha un che di indefinito. Qualcosa dello sbriciolamento del pane, non so se mi spiego. Sarebbe tutto più semplice se dicessimo la verità, le rispondo io, ma non sono sicuro di pensare quello che dico; non sono sicuro che quella sia la verità. Dondolo troppo per pensare alla verità. E’ questo che succede se vivi su una palafitta che non ha fondamenta, ma altalene per radici. Il mondo non cambia, sono i vestiti e le maschere e i mantelli che scegliamo a cambiare; mentre lei parla, io mi accendo una sigaretta e provo a ricordare il colore dei suoi occhi. Dove cazzo ho visto quel colore, dov’è stato che l’ho visto la prima volta. Io non me lo ricordo. E’ quel verde, solo quello. I tuoi occhi. Che occhi che hai? I tuoi occhi. Io non ricordo. Era notte. Non ricordo. Non ho ricordi. E tu, non dovresti, no. Io la sua voce la ascolto come si ascoltano i fruscii delle carezze, di quelle che desideri e che poi, se non le hai, ti mancano sempre un po’. Sempre quasi. Quasi. E’ il quasi che mi preoccupa, dice lei, e intorno tutto si zittisce e sparisce e diventa altro. E’ il quasi. E’ l’incrinatura delle certezze, è l’appiglio che ti manca, è il verbo che non torna; è la parola fuori posto, è la pozzanghera in cui non anneghi, per quanto ti butti con la faccia, tu, oh, tu non anneghi. Dov’è il fondo in questo posto, dov’è che si affoga, qui?

 

E poi chissà

Pubblicato: 02/15/2013 in Sera

Scusa se non accendo le luci, è che con questo buio quelle, le luci, io non so come si fa ad accenderle cazzo io proprio non ricordo come ma ti giuro che c’è tutto, non manca nulla, c’è tutto quello che vuoi in vetrina e anche se non lo vedi, se vuoi, dammi la mano e ti farò toccare il racconto e le parole di ciò che c’è e quello che manca, oh, quello che manca lo imparerò se ne avremo bisogno oppure potremmo far finta, per una volta, per una volta potremmo fingere che non manca proprio un cazzo ed essere semplicemente ciò che siamo e non ciò che saremo, che saremmo, che vorremmo essere. Dammi la mano. Nel buio muoviamoci piano, che la fretta non è nostra e io non so cos’è. Dammi le mani. Questi sono i miei occhi, è da qui che guardo il mondo, questi sono miei occhi ed è da qui che chiudo il mondo fuori; questi, questi sono i miei occhi, ed io, nei miei occhi, ci faccio entrare solo chi mi pare a me. Questo è il mio naso, è da qui che io ricordo, che i profumi e gli odori sono i colori che si appiccicano alla notte ed è qui che tu mi hai preso, ed è qui che tu mi hai invaso. Questa è la mia bocca, è da qui che io credo. Questa è la mia bocca ed è da qui che io credo in tutto ciò che di credibile c’è, che sia un respiro o una bocca o un qualcuno da addentare; questa è la mia bocca ed è qui che alberga il giorno, e le lettere parlate e gli archi all’insù che gli uomini chiamano sorrisi. Queste sono le mie spalle, ed è qui che costruirò la casa in cui vivrò; queste sono le mie spalle e sono forti, e sono larghe, e sono dense di peso e giorni passati e presenti e futuri e poi chissà, ogni avverbio ed ogni spazio e poi, poi chissà. Questo è il mio petto ed è qui che batte il cielo, è il mio petto e il vuoto rimbombante è ciò che è successo e ciò che sarà; questo è il mio petto ed è qui che vivo io, nei ritmi incerti delle preghiere accolte e poi chissà. Queste sono le mie braccia, queste sono le mie mani, queste sono le mie dita, ed è qui che io perdo la strada, avventurandomi e picchiettando come i passi di un bambino sul legno nuovo di una chiesa antica; il ticchettio e il fluire della carta frusciante, come storie di eroi che prendono forma in dissolvenza. Questi sono i miei tatuaggi, non li vedi, ma sono qui; sono disegni, sono mondi, sono tesori sepolti e sono gemme preziose. Hanno nomi e volti e odori, e pesano come piume, come piume d’elefante. Queste sono le mie gambe. I miei piedi. Sopportano tutto questo come fossero schiavi inquieti, che ogni tanto vorrebbero andare e il precipizio che le attornia, queste sono le mie gambe e i miei piedi e le mie ginocchia che sono radici mobili, fissità in movimento. Ed è qui che nasco, ancorato al suolo come uno stelo, o una stele, un monumento al buio e alle notti. Dammi la mano. Questo è ciò che c’è. Per ciò che manca, in qualche modo, si farà.

 

Istantanea

Pubblicato: 02/07/2013 in Uncategorized

Mi passa le dita sulle labbra e mi dice: sorridi. E io vorrei, giuro, io mi sforzo per un po’. Ma no. Non c’è volto e non c’è tempo, niente tele su cui disegnare. Non ci sono passaggi a vuoto e io, oh, quello che vorrei dirle è: resta. Resta qui, per sempre, rimani così, anche se io andrò, anche se non succederà mai più. Resta. Eppure no. Oppure no. Perché no. Perché l’attimo è finito e finiti siamo noi; un punto e un istante senza confini, un recinto dentro cui brancolare e mordersi e guardarsi e sentirsi addosso, addosso, aderenze di carne e istinti senza sensi di futuro o appartenenza. Lasciali lì, appoggiali lì, quella è roba che ti serve nel mondo. Non qui. Quello che esiste qui dentro si chiama: possesso. Non qui. Non dentro questo istante, non dentro questi colori e questi odori e questi sapori e oh, non mi fermare, non ti fermare, che tutto finirà ma non pensare a quando è iniziato. Non pensare, lascia stare, apri il vuoto e lasciami entrare, senza guardarmi, solo sentimi, poi guardami e strazia con le dita l’inutile silenzio intorno al nostro istante, nostro che è mio, il nostro che è tuo. Non senti l’odore di quello che sta succedendo. Quello che senti è: movimento, quello che senti è lentezza e labbra sui fianchi e mani addosso e poi sì e poi oh, una danza, una battaglia, una fortezza e un’immersione, un dovere, un potere, un volere e le voglie che sbocciano e si riempiono di cielo basso. Pelle su pelle e stringimi e promettimi il mondo, che in questo istante vale tutto, in questo istante credo a tutto, a tutto ciò che mi dirai e a tutto ciò che non mi dirai ma mischia il tuo corpo col mio, che le stelle stanno fuori e in attesa ci sono notti e giorni. Mischia il tuo corpo col mio, mischia la tua bocca con la mia, confondiamo ciò che siamo e ciò che saremo fino a dentro i confini che qui siamo noi, siamo io e siamo te e dentro i nostri confini ciò che siamo conta solo finché le nostre lingue sono solo una preghiera scritta addosso.

Ci sono coriandoli e stelle che turbinano e danzano insieme come una galassia o come un’ombra, creando e distruggendo profili sconosciuti disegnati da angosce e timori, da speranze e tremori, come fossero dita e mani o come fossero sogni sfuggiti dalle notti senza cancello. Si tratta di saper leggere. Si tratta di saper guardare. Si tratta di saper vestire, indossare le apparenze che servono e vendersi per combattere le nuvole nere che minacciano e non scrosciano. La pioggia riempie i silenzi e copre le parole, forse ne lava i contorni e ne riduce l’odore di domani. Parole. Di quelle che butti sul tavolo convinto di poterle riprendere poi, una volta finita la cerimonia; di quelle che regali, ché non ne hai molte, ma speri che forse, con quella pioggia e quelle nuvole, ne cresceranno di nuove e più belle, magari, magari più belle, o almeno un po’. Parli di pioggia quando fuori c’è il sole, mi disse una volta una di cui ricordo solo gli occhi scuri. Parlo sempre troppo, risposi io sorridendo. Poi ripresi quel baule polveroso, dove nascondevo gli incubi quando ero bambino insieme a un mucchietto di disegni, qualche matita, una bottiglia di vino vuota e pochi pensieri accartocciati e silenziosi. Quel baule sotto al letto sempre pronto, per ogni evenienza; che se c’è da partire, non voglio essere ciò che non sarò.

Come

Pubblicato: 02/04/2013 in Uncategorized

Certe volte succede, altre no, altre volte pare che succeda e invece succede altro ed è tutto come una coperta di lana che tenti di gettare addosso a qualcosa che si continua a muovere e che oh, non ci riesci, o almeno così pare, almeno così ti pare. E’ come quando fai un discorso lungo lungo lungo e quello che ti rimane appiccicato addosso sono: parole. Poche. Una o due. O come quando vivi, è la stessa cosa. Attimo dopo attimo, come bruscoli negli occhi. Chi resta, chi parte, chi rimane e chi vorresti. Non è una questione di desiderio. Non è una questione di: volontà. Ci sono pagliacci che piangono per non ridere e tu che fai, li guardi e pensi che forse c’è qualcosa che non va. Una finestra rotta da cui spiare le notti degli altri. A fare la guardia, per tentare di non capire. Pensi che forse in questo tramestio emozionale, in questo ex voto vacuo, forse in tutto questo c’è spazio per detestare il vuoto. Forse c’è spazio per le carezze e per qualcos’altro. Cosa. Chi. O un perché, uno qualsiasi, come se fosse un qualcosa qualsiasi a cui attaccarsi per restare a galla. Come pararsi dalla luce con le dita davanti agli occhi, ma poi le dita si aprono e tu non vedi e che ci devi fare. Le cose vanno così amico. Come i raggi, quelli li senti addosso e sono come il lambire, come il soffiare, come lo sperare. Poi ti volti e no. Poi ti volti.

Mood on Moon

Pubblicato: 02/02/2013 in Uncategorized

Dai, no, non fare così, ci sono già io, sono su questo pianeta apposta, se non fossi qui mi avrebbero piazzato su un’altra galassia, che pensi, su un’altra galassia o in un altro tempo o in un altro quando che non si sa quale sia o come sia però son sicuro che sì, che sarebbe, oh, sarebbe andata così, lo so, perciò non fare così, non fare così anche se forse lo fai, oh, forse lo fai perché, ah, sì, adesso ho capito, scusa, sai come vanno queste cose, in queste cose mi ci trovo sempre in mezzo perché forse ho solo un po’ paura, quando posso essere me stesso mi piglia la paura e allora va che combino qualche casino e tutto il resto e quello che mi fa pensare, oh, sto pensando al fatto che cazzo, sei così simile a me, tu, sei così dannatamente simile a me che magari i casini si annullano oppure devastiamo il mondo intero e uccidiamo tutti e fanculo loro, che ne pensi di un fanculo loro grosso come una casa?
Raccontami cose. Raccontami fiabe. Raccontami. Voglio sentire il suono che fai, e che odore e che colore e come ti muovi e tutto il resto. Voglio sapere. Voglio. Voglio. Voglio. Raccontami dei pomeriggi di pioggia e delle dita legate alle dita. Raccontami dei domani che non arrivano quando il viso è immerso nell’ora. Raccontami chi sei. Inventiamoci un racconto. Ché tutto quello che è successo, non è successo a noi; tutto quello che è successo, è successo in un mondo esploso in coriandoli e stelle e fragole. Raccontami, tu parla, tu raccontami quello che non so; io non so niente, io sono appena arrivato da queste parti. Stavo camminando in tondo intorno a qualcosa che non ricordo cosa fosse, o chi. Forse ero io, forse era un altro, forse non importa. Raccontami. Prendimi per mano, verso dove, non si sa. Verso dove, non importa. Prendimi per mano e, anche se stiamo fermi qui, lascia solo che sia un attimo, infinito. Un attimo, una prima volta. Lascia che sia. Immacolato. Come la Luna e la sua valigia, di sogni e parole e.