Archivio per marzo, 2013

The Space Between

Pubblicato: 03/28/2013 in Sera

Lei si veste e io non lo so, magari è solo un pensiero inutile, di quelli che fai mentre ti dondoli alle speranze schiacciate sul soffitto da una forza di gravità intensa e inversa; non lo so, magari è solo un qualcosa che ancora deve succedere e che ancora non è successo, che non è mai successo da quando il primo uomo prese la prima decisione. Hai mai pensato al primo bacio?, le chiedo, il primo bacio della storia, dico; ci hai mai pensato? Perché un uomo e una donna, o un uomo e un uomo, o una mamma e un bambino, perché sentirono il bisogno di accostare le  labbra alle labbra e schioccare, detonare, disegnare quello che poi, qualcuno, un poeta, forse, o forse un pazzo, decise di chiamare bacio? Perché successe, e quanti baci sono stati dati nella storia dell’uomo, degli animali, delle farfalle, dei fiori, dei sassi, del vento?

Lei si veste e mi guarda e io in quegli occhi neri scopro che il mondo si riflette in un dio perché, certe volte, non esistono parole, non esistono soffi e affreschi apposta; non esiste niente, certe volte non esiste nient’altro, come non esiste l’esistenza di dio, ed è lì che io cerco il mondo riflesso, in fondo a quegli occhi neri che sovrastano il cielo che vive solo di notte. Lei si veste e io penso che è tutta questione di tempo. Di spazio. E’ solo questione di spazio e tempo, roba che non esiste, come dio, come il mondo che si riflette e si rispecchia in dio. Non abusiamo di dio, dice lei; siamo animali e tanto basta, tanto è, è tanto le dico io.

Lei si spoglia e io la guardo e non dico nulla ma quello che penso, oh, quello che penso mentre un brivido nasce poco distante dai pianeti lassù in cima, quello che penso e che vorrei dirle è non parlarmi più, adesso, non pensarmi più, adesso; quello che voglio, adesso, quello che adesso voglio da te è che tu mi mi renda dio, che tu mi renda notte, che tu mi renda perfetto in un momento perfetto come quel frammento perfetto di tempo incastonato tra il tuo sorriso e il primo bacio dell’universo.

 

Molitva Proljeće

Pubblicato: 03/21/2013 in Giorno

Appoggia il volto sul cuscino e i suoi capelli scrosciano ovunque, neri come un temporale estivo, come una pioggia primaverile, come il confine tra un petalo e l’altro di fiori che tentennano nella brezza del mattino. Inchini leggeri ai sogni che fuggono e si chiudono alla luce del sole tiepido, pronti a tornare, di notte, quando la notte torna, perché la notte torna, sempre, indossando la spiritualità della sua miglior collana, che non sono stelle, a luccicare, ma perle nascoste in gusci di parole. Insistente. Bussa senza affanno, toglie il respiro, diffonde e confonde con ninnananne fatte di labbra che sorridono. E tu, impotente e formidabile, coi tuoi pensieri a scalare vette inaspettate, coperte arrovellate, dita intrecciate come ponti tra due anime. Non chiudere gli occhi, che il buio ci troverà svegli e ci dondolerà, accompagnandoci verso un posto qualsiasi, verso una collina o un mare, verso i balocchi di un dio bambino che sorride al giorno. Di un vino qualsiasi. Di un fuoco lontano. Senti la musica che arriva da là dietro, portata dalle nuvole; tu, prendimi per mano, portami nella pioggia. Io non parlerò. Forse disegnerò il tuo profilo sul germoglio di un fiore di pesco. O forse. Forse solo mi siederò, e ti guarderò, mentre vestita di futuro balli nella tempesta ancora una volta, una volta ancora, ancora per sempre, ancora per me.

 

Non dire nulla

Pubblicato: 03/18/2013 in Sera

Lei scosta i capelli dagli occhi con un gesto stanco, come per uscire allo scoperto solo un attimo prima di tornare ad immergersi nella notte. La guardo e, anche se so che non è qui, che non è qui davvero, non riesco a trattenere un sorriso. Non sarà mai come vogliamo noi, mi dice; la sua voce, quella sembra arrivare da un paese lontano. Un paese in cui le lucciole annebbiano le emozioni; un paese in cui ci sono scale dappertutto. Lo so, rispondo. Però non è così. Io non so niente. Non so nulla, in questo momento. Ma ho deciso di mentire, ho deciso di indossare dei panni che non sono miei. Almeno per un po’. Lei non è qui e lei mi parla con la sua voce tra il miele e le stelle, ed io vorrei dirle: resta. Non sei qui. Non sei ora. E io ho gli occhi aperti. Lo so, dico, lo so perché io sono uno che le cose le cerca, un po’ come quando perdi un orecchino poco prima di dormire, lo sai?, perdi un orecchino e allora ruzzoli qua e là e se io ti dico spostati, lo sai?, è solo perché voglio che tu dorma addosso a me, avvolto nei tuoi respiri, e pelle per lenzuola. Lei china leggermente il volto, sfiorandosi le labbra con le dita: non ci sono i giorni che vuoi, le notti che vuoi, puoi solo raccontarle come se esistessero, come se fossero esistite da sempre, come se dovessero esistere per sempre. Questo, forse questo le renderà reali e allora forse io esisterò. Forse tu esisterai, mi dice. Annuisco e le dico di no. Non racconto ciò che so. Ciò che conosco nei minimi dettagli, io non lo racconto. Io parlo di nulla. Ciò che so, ciò che conosco, io quella roba me la tengo stretta. Io la nascondo agli occhi degli altri. Non m’importa se reale o meno. Teniamo troppo alla realtà. Come se fosse un valore. Io non credo nella realtà. Non ho realtà a cui credere. E allora non dire nulla. E allora non dico nulla.

Il Letto di un Pazzo

Pubblicato: 03/17/2013 in Sera

Le mani, le mani, ho mani per ogni pensiero e occhi, occhi, occhi ingordi che ingoiano pelle e pelle, pelle, ho pelle atta al discorrere di nei e affannose rincorse sull’orlo di un universo volto al per sempre, per sempre, ho per sempre ma usati da donare in pasto a bocche e labbra e le labbra sulle labbra perché ho labbra, labbra, ho labbra da stringere con le labbra, da osservare con le mani, su cui svegliare il senso dell’assoluto e l’assolutismo della venerazione, sulle mani e sulle labbra, dipinte nel buio, grondanti, invincibili,  perfette e sinuose e lente come il passaggio di un’era, glaciazione emozionale, inarrivate nuvolose piogge intorno ed occhi neri, occhi chiusi, occhi aperti per non perdere il tutto che scorre addosso e intorno come la pioggia che non smette mai. Non lasciarmi, lasciami andare,  uccidimi ora e dopo e quando non sarò più qui esisti anche per me; ora, qui, io e te e noi e il mondo che non sa. Nascosti dietro un’ombra, nell’ombra fissa del mondo. Scivola dove non sei. Scivola dove non sai. Arricciola il respiro, fanne fiocchi addosso a me, che il tempo non passa, che il tempo non esiste. Ingoiami. Divora le mie incertezze e frantuma le mie fragilità; non ho doni da portare, solo vuoti da disegnare e pelle addosso da sfamare. Voluttuosi, tra i capelli gli ansimanti sogni si fanno spazio e diventano verità, le verità a cui crederò. I dogmi della mia fede, fatta di carne e odore e pavimenti sfatti come il letto di un pazzo che sogna di parlare con le dita.

 

Un po’ come

Pubblicato: 03/05/2013 in Giorno

Un po’ come quando ti volti e allarghi il petto per confonderti col petto di lei e lei non c’è. Un po’ come quando il mondo sembra così vuoto. E tu così povero di cose e parole e sogni  per riempirlo, che quello che senti è solo eco di bruscoli polverosi che volteggiano, di pensieri che danneggiano, di passi verso altre isole. Quand’è successo? Quand’è successo che ho iniziato a mentire, forse a proteggermi, forse a distruggermi. Io non me lo ricordo. Ero troppo impegnato a non vivere, quando è successo. E ora che sono al centro del mondo, o di una stanza vuota, tutto quello che sento è il silenzio di una canzone sorda, di una dedica infranta. Non piove, e non mi muovo; basterebbe poco, forse, basterebbe una lucidata agli attrezzi del mestiere. Basterebbe una spolverata ai sorrisi più ingombranti, accettare mosse barcollanti giusto per non andare al tappeto, per non schiantarsi sul soffitto come dentro un uragano che ti piglia e ti porta su e quando sei su quello che succede è: tutto. Un po’ come cercare una voce solo per ripudiare l’oscenità quotidiana dei compromessi al ribasso, di ore e minuti e secondi e secondi e minuti e ore che ti stritolano e tu, tu devi provare a salvarti, in qualche modo tu ci vuoi provare oppure no. Basterebbe così poco per avere tutto, ma quando allunghi una mano è un po’ come perdere l’equilibrio e allora stai seduto sul pavimento di cristallo, schiantato sul soffitto, in mezzo ai sogni intrappolati, un po’ come i palloncini dopo una festa di cui non ricordi il nome, di cui non sapevi il dove. Un po’ come gli occhi neri da cui farsi cullare, un po’ come una ninnananna da cui farsi inghiottire. Derivando letti sfatti e apparenze inopportune, tagliate con le forbici senza punta dei bambini. Prova a rimettere insieme i pezzi, che le nuvole se ne stanno per andare.