Archivio per aprile, 2013

A luci spente

Pubblicato: 04/29/2013 in Giorno

A luci spente, non c’è il nesso. Eppure sono attento, mi dico. Eppure sono vivo, mi dicono. E’ che a luci spente mi sfugge il nesso. Il nesso di casualità. La causalità ed i casi inversi. Navighi a vista ed hai mani sopra gli occhi, dentro gli occhi, che chissà se il mare è mosso o se tu stesso ti stai liquefacendo. Onda. Per i tuoi piedi del cazzo hai una zattera troppo piccola. Tremebonda. Non ci entrano tutti questi punti. Non c’è spazio per queste domande. Queste idee mai nate. Nate male. Abortite. Uccise. Non può contenere tutte queste strade vuote, piene di gente che si affaccia alla finestra e che ti guarda agitando la mano un po’ per salutare, un po’ per dirti addio. Addio. A quale dio. Onda. Ti porta così in alto che riesci a vedere il deserto freddo che avvampa sotto qualche cielo, intorno a qualche pozzanghera dove i velieri si fanno la guerra e le palline di carta affondano. Chissà dove ho sbagliato. Chissà perché ho sbagliato. Onda. Domande in disuso. Osservo i miei bracciali e vorrei sentire ancora quella storia. Ma quale storia. Che nome. Che dove. Il fiato corto, il non respiro, il fiato è corto e proietta ombre lunghe, troppo lunghe, piedistalli per teorie sul nulla. Ho guardato là dentro e quello che ho visto non mi è piaciuto, perché il tempo che non passo è quello che spendo accumulando perdoni da chiedere a me stesso. Ma la barca è piccina, cazzo, la zattera ha le sue falle, cazzo, e ogni perdono negato a me stesso da me stesso ha il sapore ferroso del sangue o della notte, del giorno che non arriva, della zavorra legata alle caviglie. Chissà dove ho sbagliato. Chissà a cosa pensavo, con tutti quei chi a fare da sfondo per le bandiere dei pirati. Rifugiato intorno al precipizio. Arrancando. Tremolando. Sono solo giorni a rendere, sono solo ore arrese, dove si mischia il tutto e il nulla e quello che ne esce, in fondo, tu nemmeno sai cos’è. Come se tutto fosse sottofondo. Come se tutto fosse brusio. Disappunto. Occhi chiusi per sperare che poi, oh, quando poi li riaprirai tutto sarà altro. Tutto sarà oltre. E invece no. Le cose, amico, non vanno mai così. E allora scrivere diventa un po’ come vomitare, diventa un po’ come l’unico modo per violentare il destino, le non scelte, gli errori, i non perdoni; diventa un po’ come piangere, come sbattere i pugni e sfondare porte e pareti; diventa un po’ come prendere una pistola e sparare all’impazzata, come disperarsi, come lasciarsi andare, come aprire le porte per far uscire il cattivo che vive dentro. Aria viziata. Come modellare il male. Pensando al resto. Quel resto nascosto tra gli anfratti in fondo al bosco. Evitando i raggi. Evitando i se. Evitando me.

 

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Il colore che fa

Pubblicato: 04/26/2013 in Sera

Il rumore dei passi è un po’ come uno scoppio al contrario. Non so se riesco a spiegarlo. E’ un po’ come un risucchio. E’ un po’ come se pestassi una pozza di centri concentrici e quelli si chiudessero intorno al tuo piede. Quasi ad afferrarlo. Quasi a dirti: cazzo, e fermati un po’. Non lo vedi che stai sbagliando. Non lo vedi che quella non è la direzione giusta. Non stai andando bene, cazzo: fermati. Fermati e respira. Direzione giusta, certo. Come se tu lo sapessi. Come se esistesse. Dove? Per dove? E come? Il rumore dei passi è come una supplica al buio. Rispondimi. Dimmelo. Non importa. Quale domanda? Non lo so. Ma è tutto ciò che ho, e se questo è un controsenso, tutto ciò che ho è un controsenso. Un paradosso. Se questo non significa niente, allora tutto ciò che è niente. Ne so aver cura, sai? Io, sul niente, ci ho costruito tanti di quei mondi. Tanti di quei paradossi, tanti di quei niente: prova a farti un giro da quelle parti, magari ne sono rimaste, tra la polvere, delle macerie che sorridono al giorno. Il rumore dei passi è un po’ come una risposta, un po’ come una domanda, nel buio di chi si sveglia di notte e crede che il mondo sia finito. Ancora una volta. Per l’ennesima volta. Non è quella la direzione giusta. Oh. Per quello che ne so, per tutto ciò che ho, quella non è la direzione perché la direzione è come uno scoppio al contrario: provaci tu, se puoi, a capire il colore che fa.

Truth is War

Pubblicato: 04/24/2013 in Sera

Poi mi parla delle stelle e quello che mi viene in mente in quel preciso istante è quella frase. Io dico: non essere mai completo. Accettazione. L’accettazione come forma di evoluzione. Io dico: smettila di essere perfetto. Scricchiolii come boati. Esplosioni e ricostruzioni, un altro racconto di sé, con le stesse parole, ma in ordine diverso. Un altro racconto che qualcuno potrebbe intitolare: evoluzione. Io dico: non essere mai completo. Io dico: smettila di essere perfetto. Io dico: dai, evolviamoci. Evolviamoci. Non rispondere ai canoni che altri decidono per te. Come possono corrispondere i tuoi sogni ai sogni di qualcuno che ha già sognato prima di te?  Lei mi guarda e tende le mani, come se si potesse allungare all’infinito, come se dall’infinito lei arrivasse, come se all’infinito lei volesse tornare; come una favola che non ha inizio e fine, lei tende le mani e mi dice: seguimi. Io mi guardo intorno in cerca delle sue impronte, delle orme, delle ombre da cui mi sono fatto cullare. Eutanasia emozionale imperfetta, che ha lasciato scintille inesplose, ed armate. Cammino in tondo come se fosse un motivo valido per non guardare dentro al nero. Ed è lì in fondo che poi ti rifletti, guardando ciò che vorresti essere, ciò che sei, che sei stato. Guardando ciò che ascolti il giorno e che la notte disegni un po’. Quando hai distrutto il mondo, oh, quando hai messo tutto sottosopra tu eri lucido o c’erano specchi a ragionar per te? E dove hai messo tutti i tuoi punti, quelli così scuri, e definiti e definitivi: manciate, pensavi, così tanti da farne rivoluzioni e parole nuove. Non ci pensi. Non ci pensare, dice lei: siamo qui e siamo ora e siamo dappertutto. Siamo ciò che prescinde da. Quella che senti è illuminazione. E’: battesimo sensoriale. Lei mi parla delle stelle e di vestiti blu che fanno da sfondo al cielo intorno, e ciò che nasce tra le labbra volta le pagine come un vento tiepido e sottile. Guardo tra le foglie che sono nate ieri ed appese lì trovo domande e risposte, e i dubbi e le consapevolezze. La consapevolezza. L’evoluzione. La rivoluzione e quello che ci si scrive addosso. Non mi interessa la perfezione. Non voglio essere completo. Io dico: arrendiamoci. Arrendiamoci, che inizia la guerra.

A(c)caduta

Pubblicato: 04/23/2013 in Sera

Accade, è a caduta, come una pioggia che mancava, asfalto che riflette le onde del cielo, e quello che pensi è che non senti mancanza perché ciò che hai è ciò che sei e tutto il resto, tutto quello di cui hai bisogno accade, è accaduto, e se non ti volti per cercare la flebilità di una fiammella puoi ancora sentirne l’odore. I secondi piani si affannano e brulicano come formicai sfuocati, imprigionati in contorni appesi al niente del giorno; ciò che accade non accade dove non dovrebbe accadere. Si tratta di ridefinire le linee ed inseguirne i combaciamenti, le accozzaglie, che il senso è a caduta e se lo guardi non lo distingui perché ciò che accade accadrà troppo vicino agli occhi, così vicino che puoi morderlo o annusarlo; guardarlo con le dita. E non ti perdi nelle traiettorie. La direzione è verso ovunque.

Sette Sogni

Pubblicato: 04/16/2013 in Giorno

Quello che voglio dire è che stavo provando a disegnare il suono di quelle parole che non conoscevo o che avevo scordato, nascosto com’ero e impegnato a digerire sassi neri e nottate bianche; stavo provando a disegnare il suono di quelle parole che polverosamente battezzano piogge e incastri, disastri e passioni, lo scivolìo assennato dell’irrazionalità della pelle. Chimica. Un cerchio e qualche linea, distratto dal boato delle farfalle che sbocciano sulle mani e che sono nere ma che tu le vedi, oh, tu cerchi oltre il nero e ciò che vedi sono miliardi di pianeti impossibili che confluiscono su labbra e fiori. Ho la chiave. Delle paure e del coraggio, del rischio e della certezza; del non sapere e non volerne, oh, chi se ne frega del sapere. Il sapere ha sbarre e la strada è solo un passo, con l’infinito che ci vive in mezzo. Qual è il suono di quelle parole che non conoscevo o che avevo scordato, nascosto com’ero dietro al sole a fissare il nulla che non mi rifletteva? Due cerchi e cinque linee, sette segni e sette sogni, intrecciati come dita che s’intrecciano solo una volta e solo per sempre. Cerco il suono e non sbiadisce, le parentesi mi attraggono come nicchie sicure dove nascondere i suoni e le parole che gelosamente uccido, solo un po’, solo per vederle rinascere, in attesa di un perdono, di una resa, di una guerra da perdere col suono di un sorriso disegnato addosso a un corpo che pensa di essere uno, e che invece è due.

E le farfalle

Pubblicato: 04/12/2013 in Giorno

Io ci provo anche a sorvolare sull’assenza, sull’essenza, nell’insistenza leggera e martellante, io ci provo, giuro che ci provo, ma quello che succede è che le ali che mi ero disegnato addosso non funzionano, malfunzionano, si sbriciolano a contatto col mondo e il panico mi prende e mi assilla e tintinna da un occhio a un altro come le lacrime che vanno al contrario, implosioni mattutine e arrancamenti cedevoli su ali che sono d’inchiostro e nell’inchiostro non si vive, si sogna, non si vive, forse, o forse sì, chi lo sa. Giorni d’inchiostro. Ali di briciole. Balocchi intorno e finestre accanto, da cui le speranze filtrano intatte nelle loro vesti da sera; quella sera che arriva e che neanche ti accorgi perché ciò che senti è: tutto. Che ci frega. Che ti frega. Non c’importa. Non esiste nulla là fuori, è solo sfondo, non badarci.

Blue Vertigo

Pubblicato: 04/01/2013 in Sera

Cerco un modo per distrarmi perché il mondo non finisca ma il suo vestito blu plana leggero come un lago che non si schianta e avvolge il pavimento e si rilassa, profondo, mare placido, senza vento intorno se non quello di lei che si adagia sugli scalini di marmo che un tempo, oh, forse un giorno sono stati freddi, circumnavigazioni intorno a un punto fisso e pensieri fluidi come le sue mani che per i fianchi mi tirano verso di lei ed è un po’ come se qualcuno o qualcosa, un dio forse, mi estraesse dal ventre dell’universo verso un luce che si vede solo di notte e non solo sulla luna, che qua i pianeti non c’entrano un cazzo e le costellazioni sono nei come il piacere che si addensa pronto ad esplodere, supernova in espansione, un centimetro alla volta, un centimetro per respiro che vorrei ma che non ho e quelle parole, oh, quelle parole una volta le sapevo, le ho scritte una volta quelle parole e adesso non so dove sono andate a finire ma che cazzo ce ne frega della parole, gli animali delle parole se ne fottono, non servono, cioè che serve è morsi, ciò che serve è carne, ciò che serve è sangue che pulsa quasi fino a farsi idea, ciò che serve è sudore e ciò che serve è energia, cristalli di sguardi che parlano di tempesta incombente, di scrosci tra le dita, di catastrofi ininterrotte sotto uno sterno che batte, che pulsa e batte, del flusso che non sai dove finisce e che forse è iniziato quando è iniziato il tempo e quelle labbra e quella bocca che non ride, ora non sorride, fessura nello spazio che si arrende all’insistenza di un desiderio che non si frammenta ma che ha il sapore del qui e ora, del per sempre in una bolla di sapone, dei versi poetici senza consonanti come i pirati, violenti, distruttori, abbattono ogni senso ed il possesso risorge come qualcosa di nuovo e di vecchio e di blu, vestiti a terra e dita strette sui muscoli contratti, che rilasciano e poi si contraggono ancora, e quelle gocce addosso al cielo che parlano di perfezione e attesa ed i gemiti di lei sono pennellate sulla pelle che, oh, una volta avevo una pelle, una volta ero pelle e adesso sono solo musica e ritmo che si intreccia ai capelli di lei che intorno al nostro spazio sono un cielo di notte, e senza stelle, che di stelle gli animali non sanno che farsene, ciò che abbiamo è ciò che dobbiamo e ciò che dobbiamo è ciò che vogliamo ma non lasciarmi morire e poi uccidimi e poi lasciami qui e raccontami di chi siamo stati, di chi saremo, o semplicemente anneghiamo, senza appigli, senza fiato, senza sogni che non abbiano la tua stessa vertigine emozionale.