Archivio per maggio, 2013

A perdifiato

Pubblicato: 05/30/2013 in Giorno

Sono un po’ diverse da come me l’ero attese. Le onde che passano. Che lasciano tracce sparse e io, per quanto ne so, non ho idea di come si seguano. Io non le so decifrare. Analfabeta praeterintezionale, il problema sta tutto lì: nelle cose che sfuggono di mano. Nei pensieri che fuoriescono da quella piccola scucitura nel guscio. Eppure eri sicuro di averlo sigillato alla perfezione, e la perfezione non esiste e questa ne è la prova e tutto il resto. Come se fosse importante. Come se non riguardasse l’affondare guardando in su. Che importa. Il problema sta lì: nei gesti che hanno peso diverso a seconda della gravità del giorno, che un po’ ti schiaccia al soffitto e un po’ ti sballotta intorno alle orbite. Traiettorie inespresse che conducono sempre lì e relatività praeterintezionali. Ci sono cose che non so, e sono quelle a cui più tengo, fino a quando non le ingoio, fino a quando non esistono, perché fino a quando non esistono, posso farle esistere come piace a me. Solo a me. O il dispiacere, o il dolore: è un po’ come guardare tutto da lontano, come se l’intenzionalità fosse qualcosa che appartiene alla corrente del ruscello scuro e tu fossi seduto in cima a una montagna, affacciato giù di sotto, salutando con la mano. Lo senti passare e ci vorresti annegare e vorresti che quelle onde fossero abbracci a tradimento invece respiri e non manca nulla, e quindi, allora manca tutto. Sono cose. Sono persone. Sono parole. Parole come: sesso. Parole come: attesa. Parole come: fremente. Come: sette. Come: simbolo. Sguardo. Partenze. Perpendicolante. Novizievole. Lussuria. I nomi delle persone che non esistono o che esistono un po’ più in là. E qui, pensare che qui ci sarebbe così tanto posto, qui; pensare che ci sarebbero così tante parole da inventare. Una parola nuova per ogni giorno nuovo; un avverbio nuovo per ogni notte nuova. La prima che passa. Da nascondere sotto le lenzuola poco prima che finisca. Per non farla vedere a nessuno. Come se davvero ti interessasse qualcosa. Come se davvero tenessi all’esistenza oltre la tua volontà. Tracce di vita praeterintenzionale. O forse, oh, magari è solo qualcosa che rubi tanto per avere un segreto in più, sottomesso all’insistenza di inseguimenti vacui. A perdifiato.

Intersezioni variabili

Pubblicato: 05/27/2013 in Giorno

E’ un po’ come quando pensi alla rette che non si incontreranno mai e a quelle che si incontreranno o che si sono incontrate in una scintilla di tempo, come un battito di ciglia, come la persuasione di un profumo insperato; pensi alle rette che convergono e che si incontrano, che si scontrano, che condividono un punto nello spazio e nel tempo e nei per sempre e nei quasi mai. Intersezioni invariabili che restano lì. Un po’ come stelle che stanno per terra, sulla terra, dentro la terra; un po’ come nei su pelle bianca, dorata, scura, oscura. Un po’ come l’incrocio di due sguardi una volta e una volta sola. Punti irrisolti. Punti. Infinitesimali pezzi d’infinito. Roba che non si ripete. Roba che puoi cercare quanto vuoi, ma quelli se ne stanno lì, se ne stanno in attesa, in vetrina, fino a quando tu li vuoi guardare. Celebrare. Ricordare. Fino a quando non ti senti più i piedi e quello che succede è che scivoli via, oltre, ingoiato da quel punto, che è una foto, un’immagine che va sbiadendo sempre di più, un giorno alla volta, sempre di più, un minuto alla volta; quello che succede è che i colori muoiono se non ci respiri dentro, a quei punti. Quei punti passano oltre quando oltre non passi tu. Oppure mi sbaglio, chi lo sa. Succede quando guardo i riflessi delle lucciole che si specchiano sul buio, interrompendo quei mai più che ti sembravano non dover finire. Che pensi di sapere. Che davi per scontati. Acquisiti. Se basi tutto ciò che sai su dogmi che non riconosci, come puoi uscirne fuori, salvarti: come puoi pensare di sopravvivere all’errore, come puoi passare al prossimo errore col sorriso sulle labbra, sugli occhi, sulle dita e sulla pancia? Vieni qui. Non pensarci. Ascoltami. Arrenditi. Ricomincia da capo. Sai che si può. Sai che non andrai all’inferno per questo. Sai che non è questo ciò che meriti. Sai che puoi.  “Questa è la tua vita, e va finendo un giorno alla volta”. Solo questo vale. Evita il resto. Che dentro al resto, tu, non ci sei; e se sei lì, quello è il cazzo di posto sbagliato in cui stare.

Aurea

Pubblicato: 05/23/2013 in Sera

E’ un po’ come qualcosa che ha a che fare con il sesso o con la guerra. Non so bene se siano questi, i termini più adatti, ma non me ne vengono in mente altri. Non al momento. E’ un po’ come qualcosa che ha a che fare col sesso o con la guerra e allora, se ci pensi, è un po’ come se avesse a che fare con l’amore, e con la pace. Con la tregua. Con la fuga di mezzo. Con la sezione aurea. Con il rapporto divino. Tra quello che pensi e quello che dici. Tra quello che provi e i vuoti, tra la voce e il silenzio. Tra l’eco e l’acqua pulita. Non ha molto senso, se ci pensi; ma basta non pensarci troppo, che poi i concetti sfuggono, si annullano. Tra il tutto e il nulla. Tra la percezione e la sensazione. Tra i giorni affastellati, uno sopra l’altro, pensando che in fondo, da qualche parte, un nome da dire dovrà pur esserci. Un colore da assegnare. Un vessillo. Tra la mano destra e la mano sinistra. Tra un oceano e una pozza. Tra un bacio e gli occhi aperti. Tra i concetti grandi come le nuvole che ti schiacciano e te, schiacciato in terra. Animale come gli animali. Brancolando senza un branco, cane sciolto che annusa l’aria e si nasconde come può: dove sono i sogni che ti eri promesso? Dov’è il vino rosso e dov’è quella musica che ti piaceva immaginare? Trascini i piedi quando cammini perché poi da qualche parte ti dovrai pur fermare a riprender fiato. Parole casuali. Giorni casuali. Ore casuali. Dispersione emozionale e coercizione di nulla imposto. Eppure non vanno così le cose, eppure non era così che dovevano andare: non è così che dovrebbero andare. Annusa l’aria. Annusa il giorno. E’ ancora giorno, per un po’, prima che tutto succeda sul serio e prima che nulla accada davvero, dentro alle finestre aperte che sono cornice di strade languide e passi che non parlano mai di te.

Preludio

Pubblicato: 05/20/2013 in Sera

La questione è semplice, in fondo, se dimentichi chi sei; se metti da parte le velleità da essere umano, e con umano pensante, e con pensante inesistente in quanto istinto. La questione non è così complicata, se della pioggia ascolti l’odore, e con l’odore ti abbandoni, ti arrendi all’evidenza del tempo, e col tempo dei sensi, e dei sensi ciò che sei. Ciò che pensi esiste solo se lo pensi. Che se lo pensi più forte, non è che esiste di più; immagini sfocate, piaceri immaginari, corpi immaginati. Non è così difficile se ti arrendi all’evidenza. Il mondo esiste in molti dove e in quando a piacere,  oltre le sovrastrutture emozionali, oltre le farfalle, e la poesia. Arrenditi ai polsi stretti ed al segno che lasciano le dita quando non mordi; arrenditi al sapore, e all’odore di un movimento che nasconde ritmi che mai, se non ti arrendi, conoscerai o avresti conosciuto. Sono i risvolti ciò in cui ti puoi perdere. E i dettagli che non sfumano nell’istante in cui li lecchi. Ciò che serve allora è arrendersi. Di una resa lenta e ansimata. Di una resa consapevole, e volontaria. Ché i sogni esistono solo se ci pensi; ché i sogni esistono solo se li sogni; che i sogni esistono solo se sono ricordi di un futuro che sta per arrivare. Un preludio. Un respiro profondo, di quelli che poi, dopo, non espiri per un po’.

Quasi a sfiorarmi, senza sfiorarmi

Pubblicato: 05/14/2013 in Giorno

Appoggio la fronte per sentire il suo freddo e le vene di legno del portone, sulla soglia da un giorno che non ricordo o forse era notte, che mi sembrava finire e invece era buio e io non sapevo come e dove ma mi ero ritrovato lì anche se lì era l’ultimo posto in cui avrei voluto essere; avrei voluto essere tra le braccia di un’amante discreta e reale, avrei voluto essere tra i denti di una donna e sulla punta delle sue ciglia, socchiuse, spiraglio tra mondi possibili, oh, tra futuri improbabili e più certi, avrei voluto essere lì, non davanti a un portone, lì tra il soffio delle lenzuola che sembrano respirare insieme ai corpi, e armonici, in mezzo a una musica silenziosa fatta di fruscii ed intenzionalità gridate come solo i pazzi possono gridare, perché i pazzi gridano, ma gridano verso, non gridano contro come fanno le persone normali che del mondo non ci hanno capito un cazzo ma tanto non c’è un cazzo da capire e allora per questo, forse per questo, continuano a versare acqua nel fiume convinti che un giorno tutto tornerà in superficie perché  le cose hanno un senso, o più di uno o non lo so; ma io avrei voluto stare lì, boccheggiare a pancia in su e sorridere delle torture che solo una lingua può dare, o forse un sacrificio umano, o forse la fede in un istante che arriva e se ne va portato via da una goccia di sudore che si fa strada su gambe in movimento; è lì che avrei voluto essere e invece sono qui, che se mi volto vedo la nebbia e le strade vuote e le facce di gente di cui non so il nome, di cui non ricordo la faccia né l’odore, né il sapore, e che un po’ mi fa paura perché quello che fanno, quelle persone di cui non so il nome, quello che fanno è allungare le mani e tra le mani ognuna di esse nasconde una scintilla o un po’ di buio, o un’idea, o una parola, o un pezzetto di me e io penso ecco dov’ero andato a finire, ecco chi mi ha strappato la pelle, ecco dov’erano finiti i brandelli che pensavo di aver perso e che invece no; mi fanno paura e allora chino la fronte sul portone, senza ricordare se ho già bussato o se quei tonfi che ho sentito poco fa erano solo lo stomaco di qualcuno che passava di qui, di qualcuno che passava vicino a me, quasi a sfiorarmi, senza sfiorarmi, quasi ad uccidermi; quante volte hai vissuto prima di oggi? c’è scritto sul pavimento e io penso che come frase da zerbino avrebbero potuto scegliere qualcosa di più invitante, qualcosa di più tranquillizzante cazzo, qualcosa che non ricordi l’ed io etterno duro; socchiudo gli occhi, trattengo il respiro, inarco la schiena ed aspetto ma non sono qui per aspettare, perché l’attesa è sempre stata dietro, non davanti, l’attesa ha il volto di quella gente senza volto; l’attesa è stata un miliardo di strade, e adesso, qui, quello che c’è da fare, oh, quello che resta da fare è smettere di pensare; quello che c’è da fare è aprire gli occhi; quello che c’è da fare è quasi sfiorarmi, senza farmi sfiorare, rimettere insieme i pezzi, tutti, a partire da quelli più neri, quelli più sporchi, quelli più inattesi, quelli in cui non hai mai creduto perché volevi credere; quello che è rimasto da fare è smettere di attendere che le cose accadano; quello che resta da fare è sfiorare fino quasi a farsi toccare, e pensare che è nella tregua che le guerre diventano perdono.

Avverbi

Pubblicato: 05/13/2013 in Sera

Ogni tanto mi viene da pensare che tutto questo non ha senso ma cerco subito di cambiare idea, di cambiare pensiero, di cambiare discorso. Abbasso il finestrino solo perché quando canto la voce mi rimbalza addosso e se invece si perde nel buio là fuori, l’impressione che hai è quella di appartenere a qualcosa di più grande, di poco più grande di un abitacolo di un’auto o un corpo o so un cazzo cosa; pare quasi di vederla passare tra un cono di luce arancione e l’altro, prima di perdersi tra i fari, negli occhi, sulle labbra o so un cazzo dove. Poi guido e quando guido io guido piano, ché non ho nessun posto dove tornare, nessuna persona da cui tornare; c’era, una volta, ma sono scappato perché a me piace cantare la notte e scrivere e fumare, bere, casomai, vedere qualcuno a cui non raccontare un cazzo di mio perché no, perché oh ma come sei chiuso, perché oh ma di te non parli mai; perché, in fondo, non voglio rovinare quello che le persone e i posti e gli avverbi pensano di me. Dondolo così, in mezzo a una ragnatela di sentieri che partono tutti da qui e che arrivano in un milione di là, di laggiù, di lassù. Ognuno di un colore e di un sapore, eppure, quello che faccio, insomma, quello che vorrei fare è alzare il naso verso la Luna e saltare come se la gravità fosse una roba che riguarda gli altri, non me, non noi, quale noi, dov’è noi. Punto. Punti. Interrogativi. Punti interrogativi che metto nella sacca, perché prima o poi la Nera chiamerà ancora e allora te non puoi mica dirle di no, alla Nera; e ogni tanto mi capita di pensare a quella che mi chiamava Stella del Mattino, una vita fa, che chissà dov’è, che avverbio indossa adesso. Mi capita di pensare a un sacco di cose ma quando le rimetto tutte insieme non ne vedo il fondo, un po’ come un vortice o una tromba d’aria all’insù, che spazza il cielo e risucchia i pianeti e le stelle per farne un condensato di roba senza senso, oppure un quadro, o una pietra, o un neo su un collo di donna. Che alla fine pensi sempre di bastarti. Quello che pensi è: sono sufficiente e mi avanzan pezzi, dove li posso mettere, questi pezzi, questi ingranaggi inutili, questi organi superflui, queste vene e arterie in più. Un giorno potranno servire a qualcosa. A qualcuno. A nessuno. Che importa. Non importa. Sono solo avverbi, del resto; e gli avverbi sono ridondanti, non servono. Sono in più. Ma che importa. In fondo, a chi importa. Che importa. Non importa.

 

Blind

Pubblicato: 05/12/2013 in Giorno

Io pensavo che poi, quando sarebbe successo, me ne sarei accorto subito, al volo, un po’ come quando prendi un cazzotto in faccia e più che il dolore o la rabbia e tutto il resto, la prima cosa che senti, la prima vampata che ti avvolge, io credo che quello di cui sto parlando si possa chiamare: stupore. Che poi non lo so, perché io un cazzotto in faccia non l’ho mai preso, e neanche l’ho mai dato. Non c’è mai stata occasione, come si dice. Magari è per questo che pensavo che poi, quando sarebbe successo, ma ne sarei accorto subito: perché non ho mai dato un pugno in faccia a nessuno, ma neanche uno schiaffo. Il controllo, il problema è il controllo. Il controllo delle situazioni, delle emozioni; il cazzo di controllo delle congiunzioni, delle derivazioni. Delle azioni. Delle non azioni. Un po’ come non avere aspettative per paura che poi il mondo crolli un’altra volta e perché sei così stanco di rimboccarti le maniche, quelle cazzo di maniche arricciate, coi tatuaggi in bella vista e i braccialetti che risuonano pure quando stanno fermi. Vorrei raccontarti quelle storie, e ogni disegno e ogni bracciale, come se fossero capitoli di un qualcosa in divenire; le tappe forzate di un’implosione, un cieco che brancola in una stanza piena di spigoli e che con le mani legate si affida solo al vuoto per curare le proprie ferite. Vorrei raccontarti tutto quello che non so e che mi vorrei inventare. Ma dentro questa gabbia non ci sono spiragli per far entrare le nuvole. Quelle nuvole che. Quelle nuvole lì. Non darmi la mano, non abbracciarmi, non negarti, non baciarmi, non desiderarmi, non parlarmi, non guardarmi, non inseguirmi, non immaginarmi, non disegnarmi, non suonarmi, non cantarmi, non dipingermi, non credermi, non lasciarmi andare. Quello che ho è una benda sugli occhi e la polvere dei sogni irrealizzati. Non ho scrigni né segreti. Non ho pagine né cieli. Non ho voce. Eppure grido.