Archivio per giugno, 2013

Non

Pubblicato: 06/24/2013 in Giorno

Ogni volta mi pare di iniziare i discorsi con un non, e anche le storie che vivo cominciano con un non, che sia un vento che soffia al contrario, che sia un passo indietro, che sia un equilibrista che passeggia sui cornicioni con la testa all’ingiù; poi uno non ci pensa o ci pensa solo un po’, prende una manciata di non e li distribuisce a caso, tipo corsa ad ostacoli, tipo campo minato del cazzo in cui correre ad occhi chiusi e a piedi scalzi perché se non lo facessi, oh, se tu evitassi di farlo, cosa cazzo vivresti a fare, te, cosa cazzo vivi a fare, te. Lasciarsi andare. Essere. Farsi prendere, farsi invadere; forse non darsi, forse non, non, non. Cosa vuoi che sia. Non. Non è niente. Non ci pensare. Non essere mai completo, non essere mai perfetto, e tutto il resto, come se potesse essere diverso, come se potesse andare diversamente se tu ti volti dall’altra parte. E se ti faranno del male, che cazzo te ne frega: starai male, e poi passerà; e se ti vorranno uccidere magari ti ammazzeranno, un po’, per un po’, solo un po’; e poi passerà. Non. Non. Non è un discorso che riguarda la resurrezione. Non. Non è una storia che parla di rinascere. Non. Ho addosso storie fatte di inchiostro e di nomi disegnati, e quello che succede è che io sono qui, io me li porto in giro, quei disegni, io li conosco: io li ricordo. E’ solo un passo in più, è solo un sorriso, non, non è una lacrima, non, non è amarezza, non è nostalgia. E’ essere. E’ ciò che sono e ciò che posso essere e non, non è ciò che potrei, non è ciò che vorrei, o forse sì, ma alla fine importa?, che importa, non importa, alla fine sono questo e solo questo e un po’ di più. Non. E’ un po’ come un relativismo che tiene stretto al centro te stesso, perché non potrebbe essere altrimenti; puoi dare un pezzetto, certe volte, oppure puoi non farlo. Non. Puoi decidere. Puoi scegliere chi far entrare, e quanti pianeti far girare intorno, alla larga ma non troppo; tu sei dio, e puoi costruire il tuo sistema solare come cazzo ti piace di più. Non. Non conviene restare ai margini. Non conviene fingere di non esistere. Non conviene pensare di essere altro da ciò che si è. Non. Il problema non sussiste. E fai l’amore sempre come fosse la prima volta; e parla come fosse sempre la prima volta. Lo stupore della prima volta, la tentazione della prima volta. Esistono solo le prime volte. Qualche volta mi soffermo, solo per setacciare un po’ gli accadimenti e i pianeti e tutto il resto; pensa alla prima volta che da bambino hai visto al mare, sapendo che era il mare, e pensa ad ogni volta che scarti un regalo, pensa ad ogni volta che apri un libro, la prima pagina, sai che finirà, sai che un giorno finirà ma cazzo, vuoi mettere, cazzo, ci pensi mai.

Il telefono di casa non ha uno squillo. Non si può definire squillo questa roba di plastica che ignoro regolarmente. Fosse per me, non esisterebbe più da un po’; non dipende da me. Lo squillo non squillo mi fa pensare al lamento di uno di cui nessuno si piglia cura. Il caffè caldo, bicchiere di vetro. Sigarette. Troppe. C’è musica a combattere il silenzio, anche se il silenzio non esiste e tutto il resto; il silenzio non esiste, non esiste come non esiste una casa o un ponte o un quadro, almeno finché una casa o un ponte o un quadro non vengono creati. Costruiti. Mi chiedo sempre più spesso che rumore facesse quella tastiera vecchia su cui scrivevo le giornate e le notti. Non me la ricordo. Ho questo brutto vizio. Questa malattia. Questo vezzo. Io mi ricordo poche cose, e quasi del tutto insignificanti. Certe volte penso di avere qualcosa nella testa che non funziona, per questo motivo. O se semplicemente funzioni in modo diverso. Tipo i pesci rossi. Quelli se ne stanno alla grande, con la loro memoria del cazzo che si cancella tipo lavagna una volta ogni cinque minuti. Ci pensi mai? Io a volte sì. Forse anche troppo. Forse ho finito per convincermi che, in fondo, le cose devono andare così. Difficilmente mi ricordo un volto, difficilmente ricordo una voce. Dei profumi, porto solo alcune tracce. Infinitesimali. Come pulviscolo. I miei ricordi sono pulviscolo nel buio, poco più. Una volta, dico, non molto tempo fa, quello che facevo mi piaceva; forse non ne ero del tutto cosciente. Forse ero solo un bambino col suo giocattolo preferito. Battute su battute, spazi inclusi e titolo e firma; poi, dopo, che dopo forse è adesso, un po’ tutta questa roba mi manchi, be’, questo è solo un dettaglio. Ci pensi mai? Io a volte sì. Chissà qual è stata la causa e quale l’effetto. Chissà perché ho smesso di credermi chissà chi. Perché, io non lo se ci pensi, qualche volta. Ma se tu ti credi chissà chi, e se riesci perfino a convincere te stesso, succederà che anche gli altri, alla fine, ti crederanno chissà chi. Questione di chi. Questione di chissà. Come se tu entrassi in una stanza in penombra e ci fosse un caldo soffocante e il vestito di lei si alzasse più facilmente del previsto e tu la baciassi e la baciassi e la baciassi ancora. Come se te volessi solo partire. Come se vedessi una linea sulla strada, come se ora la vedessi davvero, come se qualcosa fosse scattato. E tu non sai se quello scatto è qualcosa che si incastra o qualcosa che si rompe. Come se quella linea sul pavimento polveroso non sai se sia una linea di partenza o di arrivo. [Perché fino ad oggi è stata una storia. Da oggi, è un’altra storia]. Causa persa. Una causa persa da tutti, in partenza e in arrivo: prendine atto. Non è un destino scritto, forse non è neanche un destino disegnato. E quel problema del ricordare, poi, che inizi un discorso e non ricordi quello che volevi dire; che inizi un disegno e alla fine esce tutt’altro. [Senza controllo. Totalmente fuori controllo]. Quella storia del non ricordare che non ti aiuta, se passi un sacco di tempo del cazzo a raccogliere cocci, a scegliere solo i peggiori perché pensi che sia così che le cose devono andare, e passi talmente tanto tempo chinato su te stesso che poi, dopo, un dopo che potrebbe essere un adesso a caso, quando hai le mani piene di cocci e pezzetti, non ti ricordi un cazzo, non ti ricordi com’era che stavano insieme, quei cocci, non ti ricordi il disegno finale, il discorso, il senso del discorso; non ti ricordi cos’è che doveva uscire, alla fine, ma il fatto non è questo, il fatto non sta in questi termini, perché se solo tu ti credessi chissà chi te ne sbatteresti il cazzo e quello che ti rimarrebbe da fare sarebbe iniziare a buttare i pezzi per strada, o in quel fiume sporco e che odi perché un po’ sei tu, che passi, non parti, che passi e arrivi e poi resti; che cazzo te ne fai di quei pezzi, se quei pezzi non sei più tu, se quei pezzi si sono rotti, se quei pezzi erano intrisi di altro da te? A volte ci penso, e certe volte, sai, mi sembra quasi di essere convinto, di convincermi. Di più: certe volte, mi sembra di sapere. Il problema è quello del ricordare, ed è benedizione. Il problema è sfoltire le esigenze. Il problema è quello di sopravvivere a se stessi, di vedere le cose per quello che sono. Per immaginarle di altri colori. [Questa è la tua vita e va finendo un minuto alla volta]. La distruzione è liberazione. La distruzione non è ricordo. La distruzione ti rende libero, perdere i pezzi è ciò che di meglio ti può capitare. Senza nessuna ostinazione, se non quella di un bieco randagismo, di un cammino fine a se stesso, di un nulla che non sia fatto di nulla. Il nulla è un diritto. Un po’ come un mare piatto, che se passa un’onda, anche la più piccola, l’effetto che ti fa è quello che ti farebbe un maremoto. Un’onda anomala. Non so se ci pensi mai a queste cose strane. A me a volte capita di farlo. Sarà la noia, perché abbiamo tutto, non so, forse è questo: a volte ci penso, però. A volte mi viene da pensare a cose strane. Certe volte, la notte, mi affaccio alla finestra e quello che penso guardando all’insù è: chissà come sarebbe il cielo con una stella sola. Poi la smetto, però. Perché questa è la maledizione che ci affligge. Gli animali non si fanno questo tipo di problemi. Gli animali non si pongono questo genere di domande. Loro pensano ad altro. Gli animali non lo guardano il cielo. Quello che resta da fare è posizionare le cariche esplosive, le tue cazzo di mine antiuomo non servono più, puoi disinnescarle tutte, come faresti con quelle cazzo di stelle; disinnescale e buttale, o regalale a chi vuol vivere nel mondo degli uomini; quello che resta da fare è distruggere tutto ciò che c’è. Demolizione incontrollata. Per scoprire quanto posto c’è, da queste parti e dalle altre, quanto poco silenzio esista, se non lo vuoi; demolizione incontrollata e ricostruzione casuale. Senza pensare alle cause ed agli effetti, alle conseguenze, alle inazioni, ai pensieri, alle stelle. Alle crociate. Alle battaglie. Ci pensi mai? A volte ci penso. Uccidi il pesce rosso. Il pesce rosso non si ricorda di ciò che ricorda. Uccidi il pesce rosso e taglia la testa di Medusa, orrendo trofeo, prepara le armate di animali senza cielo e distruggi tutto. Guarda a terra. Sogna l’adesso. Un adesso a caso. Se per il pesce rosso non esistono i ricordi, il pesce rosso vive in un adesso costante. Uccidi il pesce rosso e poi ricorda quello che dici e maledici le tue parole, perché la verità è guerra.

Teatri di Cartapesta

Pubblicato: 06/18/2013 in Sera

Del resto non è il posto, mi dice e non sorride: del resto non è il posto perché il posto è parte del resto, ma non sono molto convinto che mi dica la verità, perciò ciò che dico è: hai ragione, non è quello, quello è sfondo, e lo sfondo è sempre resto; le dico queste cose e quello a cui penso sono le marionette e i teatrini di cartapesta, solo che io non so qual è ruolo che mi hanno dato, e chi me l’ha dato, e come mai. Sei già stato in posti altri, continua lei, mentre le vesti dei burattini volteggiano senza far rumore; lo sai che non è quello, lo sai che non è il dove. Io le sorrido e penso che gli occhi di una donna sono ciò che resta del buio; gli occhi di una donna sono la resa incondizionata. L’inizio della guerra. Non cambiare per due occhi, mi dicono le marionette col loro sguardo storto; e per cosa dovrei farlo, allora. Per me, forse? Per me stesso? Per la mia salvezza? Loro combattono e non mi ascoltano, e le voci fuoricampo sorridono tirando su il sipario nero senza stelle, lune e pianeti. Io mi abbasso e guardo intorno, che tutti lo fanno, perché io no: perché solo io, perché io no? Non è questo che dovresti, non è questo a cui aggrapparsi; ciò che serve è devastazione. Ciò che serve è minaccia di morte. I cuscini ovattati non fanno rumore quando ci sbatti, e ciò che ti succede è che accetti la tua prigione. Il tuo guscio buttato per strada. Del resto non è il posto, mi dice, e mentre me lo dice lei non sorride ma mi morde le labbra: il resto conta il giusto, il resto appanna i sensi. Funziona così. Un po’ come quando puoi, ma chissà perché, ti volti e smetti di. Non c’è modo di spezzarsi, non c’è modo di affrettarsi. Dietro ai vessilli di un vorrei. Dietro ai vessilli di un: perché. Spegni la luce, le dico: spegni la luce e fammi cose. Non ci pensiamo. Non ci pensare. Non ci penso, io non lo faccio. Spegni la luce e fammi cose, se spegni la luce lo sfondo scompare, e quello che rimane è ciò che siamo oggi, e forse domani, e forse per sempre.

Lo Zingaro Ubriacone

Pubblicato: 06/17/2013 in Sera

Guardo i miei piedi nudi pensando al posto in cui nascono le parole e forse non c’è nesso, forse non c’è incastro, me le coccolo e le rivesto di scintille e di qualche lacrima certe volte e più che posso. Non so dove andare. Non so cosa sognare. Non so cosa immaginare. Mi guardo i piedi nudi e penso che in fondo non hanno fatto molta strada. O forse sì. Forse è così, forse l’hanno fatto: girando in tondo, una spirale al contrario, un cazzo di spirale che parte e muore nello stesso punto e che quando si allarga lo fa come può farlo solo un’illusione, un tentativo fallito, un uccellino impaurito con le zampe legate a un ramoscello che gira intorno e gira e gira e si avvita su se stesso e torna lì, in un mondo che lo divora a morsi e colpi di noia in mezzo alla fronte quasi fossero gli spari di un cacciatore inesperto e timido che vuole uccidere o forse no, forse no, mentre tutto intorno sembra andar per cazzi suoi e tu non sai dove mettere le mani, e come metterle e quando; e quando hai l’impressione che qualcosa stia per succedere, che la pancia stia per traballare, il tuo ramo si spezza e tu rimani appeso a testa in giù, come i folli di una volta, come i ladri e gli assassini. Che fare, quindi, che fare, come fare: come dove e quando sotto i bicchieri in coccio di uno zingaro ubriacone, truffatore fallito e libero, che segui con lo sguardo sperso in attesa di un riverbero, di una mattanza, di un balocco. In attesa, sempre in attesa, disposto a credere a qualsiasi mano che si tenda e pronto alla fuga o a sbranarla come un cane rognoso e sporco; che se nulla succede a caso, è il caso che non succeda nulla. Scivolamenti e piedi nudi, sull’erba e la terra e le menzogne che ci raccontiamo; dove e come e quando, e laggiù da qualche parte, in fondo al baule tra i cenci e gli stracci, un chi che non c’è, o che c’è ma non sa. Non era così che immaginavo sarebbe andata. Eppure passano i venti, e non ti sfiorano le ciglia. E lo zingaro ubriacone, che inventa un’altra storia da inventare.

L’anarchia del momento perfetto

Pubblicato: 06/12/2013 in Giorno

Non mi fido di chi non ha segreti da nascondere. Non mi fido di chi non spreca parole, di chi si trattiene. Di chi lascia spazio, senza tentare di sommergere. Forse è solo questione d’intersezione tra vuoti. Che quando si scontrano, si riempono. Di aggettivi, e avverbi; di morsi e di carezze. Di passi. Di ticchettii, di fruscii. Di quanto c’è di soffuso. Di roboante. Esplosioni innocue che tolgono il fiato e ti lasciano barcollante in mezzo a città che pensi siano vuote, mentre le finestre piangono e ridono e ti osservano distrattamente. Non mi fido di chi mi veste di distrazione. Ho bisogno di maglie strette e catene morbide. Perché questo è ciò che so dare, perché questo è ciò che ho. Perché. Le ragioni, i motivi. La tentazione del cazzo di scoprire le radici, mentre i petali ti sussurrano parole dolci, abbandonate nel vento, lontane dalla tempesta. Un riparo non richiesto. Un altrove di colori nuovi. Non mi fido di chi non ha paura di sé, di chi non fugge, di chi non resta. La fiducia. Che ve ne farete di tutta questa fiducia, dico io. La fiducia è solo una forma di lontananza. Un dare in prestito senza donare. Io la odio la fiducia perché è il contrario di credere. E allora io non mi fido. Io credo. Quello che viene dopo, ma chi cazzo se ne frega di quello che viene dopo. Pensi sempre a ciò che succederà dopo. Sei così distrattamente assorto ad immaginare il dopo, a lasciarti spaventare dal dopo, che sorvoli sul credere all’ora. All’anarchia del momento perfetto. Quello che non vivrai mai più. Non di quella stessa perfezione. Non tornerà mai più. E tu non ci pensi, tu pensi al dopo. Alla fine, ai titoli di coda. Non è una protezione, quella che pensi di indossare come un’armatura del cazzo: è una gabbia in cui l’istante non entra. E’ una gabbia del cazzo, che non ti permette di uscire. Un pesce rosso nella sua sfera di cristallo che cerca di predire il futuro guardando attraverso un vetro. Giorno. Dopo giorno. Dopo giorno. Poi il futuro diventa passato imperfetto. Diventa bicchieri di plastica gettati a terra e puzza d’alcool, luci che si accendono, musica che si abbassa. E tu che torni a casa e pensi che la prossima volta, forse. Già. La prossima. Forse. Quello che dico è che non vanno così le cose. Quello che dico è: abbandonati al momento. Rendilo perfetto, più perfetto di ogni dio che sia mai stato inventato, che sia mai stato creato dall’uomo. Abbandonati. Lasciati in pace e fai a brandelli le speranze che non speri. Incontrollabile. Come l’anarchia. E’ l’anarchia del momento perfetto perfetto, senza regole né padroni, senza domani, senza passato; lì dentro ci sono tutti i colori che non sai di sapere, tutte le voci che non sai di sentire, tutte le parole, tutti i verbi, tutti i posti del mondo e tutti i pianeti dell’universo; lì dentro ci sono tutte le vite che sono state vissute e quelle che ancora devono essere disegnate; tutte le prime volte che un bambino ha aperto gli occhi, tutte le prime volte in cui è stato fatto l’amore, tutti i primi baci, e gli ultimi, e gli addii e le canzoni e le stelle; lì dentro, in un istante, ci sono tutte le tue paure e tutti i brividi, tutte le risate e il vino e il sesso, e la morte, e la redenzione. L’anarchia del momento perfetto. Il tutto che ingloba ogni nulla che esista, per renderlo bellezza.

Le cose vere o no

Pubblicato: 06/05/2013 in Sera

Poi ci ripenso e passo il dito intorno al bordo del precipizio senza fondo, e se ci fosse sarebbe solo un principio di vuoto da riempire di parole, di orgasmi, manciate di virgole e passi indietro a caso; non è quello che ti aspettavi, dico al me stesso che le pozze frammentano e sottolineano e increspano; non è quello che ti aspettavi tu che dici che non ti aspettavi nulla e forse, tra un minuto e l’altro, qualche volta ci hai pure creduto. Non è un problema di credere. Qui non si parla di fede o di ossigeno: sulla bocca e tra le dita, sugli altari e fra le puttane. Fra i tatuaggi e certe storie, che si appendono ai cieli e al blu, con le mani e con le labbra nascoste tra le mani e le labbra oppure tra i rami, o tra i corpi oppure non lo so; cercando meraviglie sulle strade della notte, cercando i giocolieri che arruffano il respiro e il vento. Tzigano, come il pensiero; tzigano, come la pelle; tzigano, come il sangue e l’arcobaleno. Un passo. E poi un passo. E poi un passo e un altro ancora. Con la sensazione costante di fuga verso. Di gettarsi incontro e andare a vuoto. Un passo. Un passo e una volta ancora. Ci ripenso e passo il dito intorno a un bordo, sul collo di una bottiglia, di una donna, di un pomeriggio quando piove e i sensi brancolano, randagi, annusano e soppesano senza il torto della ragione a ostacolare il fluire del senso delle cose e delle non cose. Quello che succede. Quello che non succede. Quello che succederebbe. Se. Ci immergo la faccia e le mani e mi riempo la bocca e le mani di se, parole piccole come scintille per gettarle in aria come i coriandoli dei giorni di festa e giocare a scansarli per andare dritto in fondo. In fondo laggiù, poco fuori dalla strada e poco dentro il posto giusto. Dove non ci sono rumori. Dove non ci sono silenzi. Dove anche la terra respira del respiro dei corpi che sulla terra ci nascono e rotolano. Poi ci ripenso e passo il dito intorno al bordo dei pensieri, che se ti aspetti qualcosa quel qualcosa esiste e basta. Sulle cose vere o no, qualcuno ci penserà: io ho altro da fare. Ho da disegnare paure, a cui sfuggire senza fretta.

Crna Snova

Pubblicato: 06/03/2013 in Sera

Lei mi chiede di non fare domande e io non voglio, non ne ho intenzione, non sbaglio; lei mi dice di non fare domande ché di me non vuole sapere nulla e la sensazione che hai è quella che non voglia sapere non per paura di restare delusa, di aspettative infrante, di un’idealizzare che svanisca nel nulla; la sensazione è quella che non voglia sapere nulla per il terrore della conferma, che dentro ai bordi dell’immaginazione scintillino quei colori che forse, nel buio, lei si era immaginata; è questo quello a cui penso mentre apro la porta leggera di un castello di cui non so il nome, che le domande non importano, che i punti interrogativi non esistono; è questo a cui penso poco prima di chiudere gli occhi per riaprirli in un buio che riempie i polmoni per la sua densità e il suo profumo che io non mi ero chiesto, e che invece adesso è qui; allungo le mani come se potessi cadere in un baratro sensoriale, oh, di quelli che fanno paura e che oh, chissà poi se quando ne esci sei ancora vivo, chissà se respiri ancora, chissà se lo fai nello stesso modo ma che importa, non importa, lascio le mani lungo i fianchi e mi arrendo al buio e al tutto perché è un istante non previsto nei piani delle strade diritte, questo è un momento che non esiste, che non esisterà mai, che non sarà mai la risposta ad una domanda perché lei non vuole sapere ed io le domande non le so fare e tutto ciò che puoi fare è sorridere e sapere che lei è lì, nuda sul letto, invitante come un respiro interrotto o tutto ciò che una domanda non può dire e mi avvicino, sbatto, mi avvicino, senza chiedere niente se non il suo odore e le sue gambe che si fanno lunghe, infinite, e lunghe, così lunghe che ti sembra di non arrivare mai sulla soglia del giorno ma non importa, che importa, a chi importa: ciò che succede è ciò che esiste nell’ombra e le mani servono solo a percorrere i profili sconosciuti della bramosia feroce, i contorni da possedere che ondeggiano come solo i fianchi di una donna, o il mare, possono morbidamente alludere ma tu non fare domande, non chiedere niente, tu: non respirare, non farlo, o fallo piano, così piano, talmente piano da renderci impercettibili al mondo che ci osserva; nascondimi tra le tue braccia, adesso, e fallo piano e poi divorami, ingoiami, annienta tutto il resto perché il resto qui non c’è, non adesso, non ci sarà mai, spogliami prima di dire una parola qualsiasi, fosse la prima parola del mondo, fosse l’ultima parola del mondo tu non dirla e strappami di dosso i legami e le catene e getta tutto su per aria, che ricada sul nulla tutto ciò che non ci serve perché ciò che ci serve oh, ciò di cui abbiamo bisogno bagna le lenzuola, bagna le dita, bagna l’universo e ciò che siamo; lei si schiude ed è burrasca contro cui non lottare per avere la meglio e io combatto ma non sono io, qui non sono io, qui lei non è lei, siamo solo ciò che siamo in una guerra drappeggiata di ruggiti e preghiere ansimanti, divinità pagane da adorare con la lingua e con le dita e graffiando e scuotendo e capelli e bocche come sigilli animali, come leggende o un lieto fine; non chiedere niente, non dire una parola, parlami solo con i denti sulle gambe ed io, oh, giuro che io lascerò che il tempo non passi, che i battiti siano ritmo, che quando il giorno entrerà dalla finestra, io, oh, io non ci sarò, non sarò lì: io non andrò via mai.