Archivio per luglio, 2013

Kao Izbjeglica

Pubblicato: 07/22/2013 in Sera

Il problema sarà pure l’altrove, dico, ma quello di cui sento la mancanza, ma la mancanza vera, quella mancanza fatta di carne e voglia assoluta, quella mancanza che inizia da sempre e finisce mai; quella mancanza che sento è la mancanza di un rifugio. Un posto sicuro dove possa nascondermi. Dove possa lasciarmi andare. Dove io possa semplicemente essere. Essere, dico. Spogliato di tutto. Di tutte le paure, di tutti i sogni, di tutte le scelte fatte e di tutte quelle da fare, di tutti i giorni che sono stati e di tutti i giorni che devono ancora essere. Nudo. Nudo e basta. Niente parti da recitare, niente parole da immaginare. Di quelle che devi pensarci un attimo prima di dirle, non so se capisci. Un covo. Un posto sicuro. Che sia un luogo, una musica, un libro. Che sia una persona. Una persona. Non lo so. Io non ne ho idea. Quello che so è che mi manca. Mi manca da sempre. Tanto da pensare che forse non esiste, una cosa del genere. Un posto del genere. Un concetto del genere. Una persona del genere. Non lo so. Non ne ho idea. Forse esiste ma è impossibile da trovare. E se è impossibile da trovare, allora esiste davvero? E se è impossibile da trovare, allora perché continuare a cercarla? Come ti può mancare una cosa che non esiste? Quello che mi chiedo è se valga la pena continuare a tastare, palmo dopo palmo, le probabilità improbabili, che parlano così spesso una lingua che non conosco, di cui non so un cazzo. Forse questi posti non esistono, forse queste persone non esistono. E basta. Non le trovi sugli scaffali polverosi di una biblioteca, o tra le migliori offerte al supermercato. Va a finire che ti consoli pensando che non esistano. Che non ci sono questi posti sicuri fatti di pelle dentro cui essere e condividere e basta. E allora continua pure a spargere pezzi di te qua e là, inutilmente continua, che poi neanche ti ricordi dove cazzo sei. Chi cazzo sei. Con la costante sensazione di: inesplosione. Quella sensazione di avere una supernova in pancia che però funziona al contrario e che risucchia dentro tutto quanto e che quando ha finito tu pensi: nulla mi tocca, tutto mi distrugge. Nulla mi tocca perché poi io mordo. Come fosse questa la natura. Lo stato naturale delle cose. La condizione data del cazzo. Un posto sicuro. Dove semplicemente essere, dove i morsi non importano. Dove nulla importa perché tutto è importante. Un posto sicuro dove tutto ti tocca e nulla ti distrugge. Un posto o una persona che ti circondi e ti accarezzi e ti parli con una voce morbida come lo zucchero filato e che ti dica: andrà tutto bene. Non devi pensare al mondo; non ora. Non devi distruggere il mondo; non ora. Non devi digrignare i denti; non ora. Andrà tutto bene ma qui e adesso tutto questo non importa; non ora. Perché quello in cui ti rinchiudi no, non è un covo. Non è un posto sicuro. Non è un nido. Quella è una gabbia con delle sbarre così strette e fitte che la luce da fuori non filtra e che il buio da dentro non passa. Denso. Non senti che fuori piove? Non puoi scappare da lì dentro: li senti i morsi sulle gambe? Li senti i denti che dilaniano le braccia? Li senti e senti che il nero diventa nero come il nero e quei denti del cazzo sono tuoi e non puoi scappare perché da quella rabbia, da questa rabbia, da questo cane nero e rabbioso che ti morde nel buio perché quel cane nero e rabbioso che ti morde le viscere, lo sai, sei tu. Nessun rifugio può sopportare questo peso. Spogliati. Nudo. Poi respira e credi in chi non parla.

Soffio

Pubblicato: 07/15/2013 in Giorno

Lei mi parlava e l’unica cosa a cui riuscivo a pensare era: continua a parlare, ti prego, parla da qui alla fine dei giorni ma oh, non smettere di guardarmi; continua a parlare e tieni gli occhi aperti perché è lì dentro che sono io, è lì dentro che vedo certi me, di quelli che mi piace pensare di essere; di quelli che, oh, di quelli che vorrei diventare. Trasformazione senza cambiare. Perdere la pelle, lasciare i pesi intorno a volteggiare come pulviscolo nel nulla. Pelle spaccata. Futuri probabili. Quello che leggo nei suoi occhi mentre mi parla e mi guarda è: ricalibratura. Riallineamento. Un po’ come quando sei seduto e non trovi la posizione e cambi sedia e cambi casa e cambieresti pure mondo, cazzo, ma quello che deve cambiare non è la sedia né la casa né il mondo. Cambiare senza cambiare. Evolversi. Ribellarsi. Snocciolando i secondi come fossero un rosario, senza il bisogno di pregare, senza il bisogno di attimi a perdere. Dove stanno quei pensieri, dove stanno quei disegni. Dove sono andati a finire quegli scatoloni pieni di cose, e i balocchi che facevano sorridere per l’attesa e il fremere innocuo. Dimentica di non sapere e riparti da ciò che sai; non hai bisogno di parole, ora, o forse sì. Nel dubbio tu prendi tutto ciò che puoi. Nel dubbio tu divora tutto e cercane il sapore. Nel dubbio, se il dubbio esiste ancora, se il dubbio è scavato nell’aria come un bassorilievo dei sensi: mordi. Esiste il bene, sai? Il bene esiste e sta in una passeggiata e in un sorriso; in un sole corto e nel fiume che riflette. Il bene esiste ed è in quello di cui hai bisogno: tu. Hai solo bisogno di te. Quei lacci e quel respiro, blaterando a giorni alterni: il bene esiste ed esiste il mondo. L’ho visto negli occhi di lei mentre mi parlava e io pregavo senza parlare perché non finisse ancora, perché non smettesse di guardarmi, così che io lasciassi il guscio e ne facessi una zattera riempita di vele colorate, senza vento a spingere e spiegare, solo il soffio verso domani.

Broken in Black

Pubblicato: 07/11/2013 in Sera

Guarda fuori dal finestrino aperto e non si cura delle gocce di pioggia che si schiantano sulla sua faccia e quello che pensa è: oh, questa, in un film, sarebbe la scena perfetta per far piangere il protagonista. L’insensibile, duro protagonista. Quello che non prova emozioni e che, in un climax che tende al nero del finale, finalmente si scioglie in un pianto liberatorio. Che è un po’ fare la pace, un po’ perdonarsi; che è un po’ come piango ma tanto la pioggia nasconde le lacrime e tutto il resto. Oh, sarebbe così naif. Così retrò. Invece tiene gli occhi fissi sui posti che conosce alla perfezione e che odia perché oh, si sente così simile a loro. Così impalpabile, così. Così cattivo, inconcludente: così inconcluso. L’auto va piano e piove e i tuoni non lo scuotono; le gocce sono grosse come speranze interrotte. Sul sedile di fianco, quel drappello che lo incita e che è fatto di fantasmi. Ognuno di loro ha un nome diverso dal suo nome reale. E quando si tolgono la maschera e gli abiti di scena, quando si struccano e poggiano le parrucche e tutto il resto da una parte, ciò che resta di loro è un circo fatto di pagliacci che ridono e che giocano tra sé: si rincorrono, si azzannano alla gola. Si uccidono l’uno con l’altro. Davanti alle colline morbide, soppesa le ipotesi del passato. Il futuro non esiste, pensa, ma il passato sì; le cose succedono, le cose che sono successe sono esistite, le cose che continuano a esistere, cazzo, come faccio a scrollarmele di dosso, come faccio a ripulirmi, come. Certe volte vorrebbe solo stare in silenzio e basta. Non esistere. E basterebbe così, poco; lo pensa, qualche volta. Qualche volta, quando il nero diventa più nero del nero e lui si perde per le stanze della propria rabbia, quello che pensa è: cazzo, è semplice. Basterebbe così poco, se uno ci pensa. Ma noi siamo troppo mortali per pensare di morire davvero. Ci hanno detto che siamo mortali e quindi no, non è il caso. Anche se basterebbe così poco. Sarebbero sufficienti pochi gradi a sinistra col volante, se ci pensi. Stringe gli occhi quando smette di piovere. Sono solo un po’ sfortunato, pensa; non è il caso di essere così drastici. Non fare il melodrammatico. Non recitare, ché non ti riesce, cazzo; non recitare, perché non ne sei in grado. Non ti credi neanche tu. Il buffone sul sedile posteriore tenta in ogni modo di togliersi il cappio ed il lampione si piega sotto il suo peso; è così buio, là dietro, che forse ciò che succede non sta succedendo davvero. Quello che succede là dietro non sta succedendo qua davanti: qua davanti le vecchie attraversano la strada e, da qualche parte, ci sono ragazzini che giocano a pallone. Basterebbe così poco, pensa. Cambiare prospettive. Cambiare gli specchi quando si rompono e tornare ad un’unica, sana distorsione consapevole di ciò che si è. Un po’ di colore qua e là, forse.

Di voglie e di artigli

Pubblicato: 07/08/2013 in Sera

Ci sono penombre dentro a cui ti sembra che il mondo anneghi, e per quanto tu stringa i polsi al nulla, il nulla ti assale e ti costringe a tenere gli occhi aperti. Vedi passare i volti di chi c’è stato e di chi ci sarà: chi c’è si nasconde, a volte, e quello che vuoi e quello che hai e la negazione di tutto e tutto il resto; che passa, chi passa, sono ombre o è sangue che pulsa, sono ombre o sono ossa e ciccia e tutto il resto? In certe penombre ti sembra di sprofondare. Inutile che ti affanni, inutile che tenti di strillare: dalla gola esce un flebile, tenue, insistente gorgoglio di colore viola scuro. Sorridi. Che ci stai a fare, se non sorridi; cosa insisti a fare, se non sorridi. Lasciami. Non lasciarmi mai. Non fino a quando saremo insieme; non fino a quando, non fino a come. Non fino a me. Laggiù in fondo. Vedi? Io sento il mare, da qui; io sento il vento, da qui. O forse sono solo speranze che vanno e vengono, forse è solo il flusso, sai, la marea e quella roba là; tutta roba che dentro una metafora ci sta d’incanto. Come se avesse un qualche valore, dopotutto. Poi passerà come passano i volti dentro la penombra, smuovendola appena, facendola tintinnare come se fosse il braccialetto di una donna che non si lascia amare. Sorridi, tu, sorridi; prima o poi, forse, può darsi, magari, chissà. Sai quella storia delle finestre aperte, delle porte aperte. Quella, sto parlando di quella storia. Quella che parla di persone e di parole. Di avverbi e di piume. Di voglie. Di artigli. Non senti anche tu il mare, da qui?

Un Folle senza Dei

Pubblicato: 07/04/2013 in Giorno

Ci sono volte in cui tutto quello che mi passa per la testa è: stenditi a terra, nudo, guarda le nuvole, e lasciati inghiottire. Quello che penso è che continui a sbattere il muso sulle inferriate e tutto intorno non ci sono specchi. E tu, cazzo, non ti ricordi se sei un drago, dentro quella gabbia, o se tu sia un coniglio del cazzo ecc. e però non te lo chiedere, evita di chiedertelo: magari, così, l’illusione durerà più a lungo. Mi stendo a terra nudo e guardo le nuvole e penso che prima o poi arriverò qualcuno a dirmi che le cose vanno così, certe volte, non puoi continuare così, sai, l’importante è vivere il momento e gli errori del passato sono pesanti solo finché te li tieni addosso ecc. ma basta poco, una scrollata, basta che piova un po’ più forte del solito e tutto, o quasi, potrebbe pure svanire; non vedi che sono steso a terra, non vedi che sono morto, dico io, non è una scelta, questa, questo è il peso della roba che mi porto sul groppone; ogni tanto, sai, ogni tanto quello che capita è che le ginocchia tremano, pure se sono d’acciaio e piene di viti, ma tremolicchiano un po’ e allora tanto vale accompagnare lo schianto finché ci sono le nuvole, se schianto dev’essere, che almeno sia morbido, dico io. Immagino che quel qualcuno proverà a convincermi come fosse la cosa più normale del mondo: probabilmente, quel qualcuno mi dirà che se quella roba che tanto pesa sul groppone mi decidessi ad appoggiarla da una parte, un po’ nascosta, come i giocattoli dei bambini però al contrario, forse un giorno me ne dimenticherò; forse un giorno ripasserò da queste parti o nei dintorni e sentirò solo un leggero fastidio. E poi, dirà questo tizio dall’aria contorta e un po’ dimessa, se poi non ti dimentichi, cazzo: alla fine sono sempre qui. Potrai sempre tornare e riprenderti tutto il pacchetto del cazzo. Perché, continuerà lui col suo tono mellifluo ed odioso, questa è roba che germoglia solo se non la pianti. Sai? Io lo guardo come se fosse qualcosa di reale, mi sporgo tra le sbarre e provo a sputare veleno, o a mordere: è quello che so fare meglio. E’ quello che mi riesce meglio. Guarda, gli dico: non vedi questi segni sulle mie braccia? La tua disillusione è solo un’illusione, mi dirà lui: tu lo sai cos’hai addosso, il non perdono e tutto il resto sono cazzate, sono bestemmie. Tu lo sai da dove vieni, tu vieni dal mondo ed è lì che devi tornare. Ma lascia la tua gabbia. Non sei una stronza tartaruga del cazzo, e sulle sbarre neanche i disegni attaccano. Di cosa stai parlando, chi cazzo sei, cosa cazzo vuoi da me. Randagio. Senza casa e senza posa, senza nome e senza dio: questa è ciò che qualcuno chiama libertà. Solo che leggi troppi libri, ascolti troppe canzoni, guardi troppa televisione. Pensi di riempire il vuoto, tu, ma sei un coglione; quello che fai, illuso del cazzo, è coprire i rumori. Quello che fai è: ignorare te stesso. Illuso del cazzo. Coglione del cazzo. Scappa finché puoi, scappa finché sei in tempo; scappa prima che tu stesso ti raggiunga e ti divori le viscere e gli occhi e la lingua e le nuvole. Io il tizio lo guardo di traverso perché parla e dice cose che io direi a me stesso, o a una pietra o un fantasma: non mi spaventi, gli dico, e quando gli parlo, cazzo, è come se tutto questo stesse succedendo davvero. Non mi spaventi, io non ho paura di nulla. Lui sorride e i suoi denti sono tondi o stondati, non saprei dire; sono i denti che disegnerei io alla morte, o alla vita, o all’assoluzione. Mi dice: non aver paura di nulla significa non conoscere nulla. Esattamente come aver paura di tutto. Non stai da nessuna parte, così. Non sei su una riva, non sei su un pianeta: sei sulla terra, non della terra, fingi di essere erba ma ciò che sei è: niente. Non sei fiore. Non sei vento. Non sei. Non. E non essere nulla, ti permette di essere tutto ciò che vuoi: tutto quello che vuoi. E se io non volessi, chiedo? Tu vuoi, mi dice quello: e mentre lo dice, quel tuvuoi lo vedo uscire dalla sua bocca vuota come fosse una bolla di sapone, come fosse una bolla d’inchiostro, un quadro astratto dipinto nell’aria; si muove lentamente come se fosse il sogno di un bambino nella pancia della mamma e, quando mi arriva addosso, è un po’ come se una parte di me rinascesse solo per morire; per il sacrificio di un folle senza dei.

Il resto non importa

Pubblicato: 07/02/2013 in Mattina

Lei mi dice che sono strano e io le dico che mi viene da ridere. Succede quasi sempre così. Lei mi chiede perché io rida nello stesso istante in cui io le chiedo perché io sia strano. Un po’ come occupare lo stesso spazio con un pezzo degli scacchi, facendo la guerra con le dita e con gli occhi, sotto gli ulivi e con le biciclette; come se ci stessimo ricordando lo stesso ricordo. Il ricordo di qualcosa che deve ancora accadere. Sei rabbioso e fragile, mi dice lei; è come se tu fossi un miliardo di pezzi messi insieme. Qualche volta ti pare di sentire un clac clac venire da dentro. I pezzi che non vanno a posto. Big bang. Io penso che tutto sommato questo è un complimento. Oppure non so. Non ci penso mai. Ci penso sempre. Non è così importante: io sto pensando al mare senza vedere il mare; sto pensando al suono che fa il mare sulle mani quando tieni gli occhi chiusi e ciò che hai non è ciò che sei e tutto il resto. Rabbioso e fragile. Ci penso sempre e non ci penso mai. Non mi difendo dal mondo, non mi difendo da nessuno: mi lascio prendere e gettare, mi lascio violentare, mi lascio ammaliare. Mi lascio. Che alla fine non è una vittoria, non è una sconfitta: quello che provi è ciò che sei. Non indagare troppo. Non scavare troppo, ché sottoterra, dicono, non si respira e c’è buio; non andare troppo a fondo, perché poi, dopo, l’erba cresce e tutto il resto. Lei mi dice che sono strano e quando mi dice queste cose io non riesco a staccarle gli occhi dagli occhi. Come fossero reali. Come fossero roba mia. E’ roba mia. Tutto ciò che voglio, tutto ciò che mi prendo, tutto ciò che mi sono preso; roba mia. Per un secondo e per sempre. Non ci pensare. Cazzo ci pensi a fare. Non barcollare verso l’uscita. Lasciami. Lasciati. In cerca di un dove. Il resto, non importa.

Il senso

Pubblicato: 07/01/2013 in Sera

Il tempo, il tempo, non c’è tempo, manca il tempo, inciampando tra i secondi e i minuti che sono passati, che non passano, che tornano e non sono più, non c’è tempo e troppo tempo, il tempo che fa, il tempo che verrà, il tempo che sarà se sarai in tempo e voglio essere lì, voglio essere ovunque, voglio voglio voglio e ciò che resta è nulla in mano e tutto a posto, niente dentro, esco e torno e poi ti parlo e voglio cose dolci, voglio ascoltare, voglio baciare e voglio tornare in tempo per il tempo da dare al tempo senza badare al quando, senza pensare a niente, frastornato dalle coincidenze che sussistono in tempi stretti ed allargando gli orizzonti, e la frequenza, dentro la forza e fuori con le dita, come se bastasse, come se fosse tutto, graffiando i dintorni e gli sguardi che sono in più, come fossero avverbi, o estranei dai capelli lisci. C’è la noia e tutto il resto, che lo spazio è relativo; ci sono le invasioni che lentamente ti stendono e non hai scampo, dentro al tempo che ci danno e niente al mondo e alla fine del mondo e mentimi, promettimi, giurami, parlami, mentimi e promettimi e giurami tutto ciò che ti passa per la testa e io ti crederò, perché non sono morto se quello che sento sono pulsazioni: non sono morto se ciò che sento sono anfratti, senza virgole, indecenze da leccare e posti nuovi da inventare in qualche posto. Che i posti non mancano, sai? E neanche il tempo, che non esiste, quello, quello è qualcosa che non c’è e se c’è chi se ne importa, che cazzo ce ne importa; lasciamoci, abbandoniamoci, arrendiamoci, stupriamo le nostre certezze e vestiamo le nostre fragilità come fossero nuvole nere, come fossero gocce. Come fossimo noi. Che vuoi che sia. E’ solo ciò che vogliamo che sia. Se vogliamo che sia. Hai mai provato a immaginare il passato? Io ogni tanto ci penso, come sarebbe stato se; e quello che penso, oh, quello che mi viene in mente è zero, forse un decimo, forse tutto, e m’invento promesse nuove che non ho mai fatto, e storie vere che non sono mai successe. Giustifiazioni. Motivi. Mi assumo la colpa, lasciate andare i ladri; me la carico addosso tutta, anche le vostre, anche la tua, anche la loro; è roba mia, io butto giù e poi vomito o forse no, forse resta tutto lì e poi un giorno, magari, un giorno arriverà il perdono. Un pezzetto per volta. Lento. Come le benedizioni e le maledizioni, come le magie che succedono e tu stai ad occhi chiusi per provare ad immaginare il senso di ciò che è e ciò che appare e un po’ di condizionali qua e là e il gioco è fatto. Ma tu pensa alla fuga, pensa all’assoluzione. L’assoluzione è dietro l’angolo, il tempo non esiste, e ciò che conta è che non si sa; la tua fortuna, cazzo, è che non si sa.