Archivio per agosto, 2013

Il nome delle cose

Pubblicato: 08/31/2013 in Sera

Il nome delle cose è qualcosa che ha che fare con dio, un dio qualsiasi; con un dio di quelli che se ci pensi ti viene da sorridere. Ha a che fare con qualcosa che prima non esisteva o forse non importava e che poi invece sì. Qualcosa che ha a che vedere con i germogli, con la prima volta, con gli occhi aperti e la luce e il buio. Il nome delle cose è qualcosa che ha a che fare con la Rivoluzione. E’ qualcosa che prescinde dalla verità, come le invenzioni, come i baci, come l’evoluzione e i sussulti delle mani. C’erano uomini che sfioravano volti di donna prima che qualcuno, forse un artigiano folle o un fornaio o un assassino, guardasse in quegli occhi verdi e decidesse che tutto ciò si sarebbe chiamato: carezza. Nel nome delle cose si nasconde ciò che non vorremmo, certe volte; certe volte, succede che il nome delle cose è l’inesistenza relativa di ciò che non siamo. Non chiamarmi col mio nome, tu; tu non dirmi chi sono e no. Riempiamo quei confini fatti di paletti arzigogolati. Il nome delle cose mi dice che ciò che era non è più; che le cose finiscono, e poi rinascono, e tutto cambia anche se non vuoi dire il suo nome. Che importa, che c’importa. Il nome delle cose parla delle cose del mondo. Non racconta di ciò che avvolge le dita quando sentono la carne che trema; non racconta degli occhi che riflettono e delle gocce di sudore. Quello di cui voglio parlare non ha nulla a che fare con il nome delle cose eppure ne ha bisogno, un po’ come il mare che forse senza le sponde e le rive e gli scogli non avrebbe nulla di vero su cui infrangersi e schiantarsi; qualcosa che non lo racchiude, ma che lo sottolinei. Le preghiere, un po’ come le poesie, anche quelle brutte, o i dipinti di una madonna con le pupille troppo grandi per essere viste davvero. Il nome delle cose è solo un contrappeso. Qualcosa che ha a che fare con i palloncini colorati come unità di misura del cielo.

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Succedono

Pubblicato: 08/19/2013 in Sera

Esco di rado a prescindere dalla mia volontà. Un po’ come quegli animali che quando gli apri la porticina della gabbia hanno paura di fare il primo passo. Camminare. Andare. Guidare. Quello a cui penso è: prendere la rincorsa e poi saltare e ok, questo è quello che penso ma poi cammino per strada e incontro la vecchia pazza del paese che mi dice: tu non devi dormire, non ti addormentare; quello che mi dice quella vecchia dai denti marci e il sorriso immarciscibile è: sei uno spreco, bambino, tu puoi inventarti una vita migliore di quella che fai. Io la guardo e non so se voglio abbracciarla o mandarla a fanculo. Non sono mai stato molto bravo ad accettare i consigli. Però non lo so se quello che mi dice quella vecchia dai capelli troppo neri per essere veri, io non lo so se questo si può ritenere un consiglio. Le parole si muovono solide nell’afa del pomeriggio e quando mi arrivano in faccia somigliano a una roba in bilico tra le carezze e gli schiaffi. Che ne so. Forse è solo una constatazione, forse è solo una vecchia che dice le stesse cose a tutti. Io la guardo, non ricordo se le sorrido, ma le rispondo che io sono stanco di inventarmi le cose. Non ne posso più di inventarmi mondi e futuri, nomi e amori, strade e case e tutto il resto: io non ne posso più. Quello che voglio è: realtà. Cruda, dura. Com’è. Quello che voglio è non inventarmi più un cazzo e lasciarmi travolgere. Cambiare me stesso, non i mondi inventati, che quelli mica esistono. Tutto questo però lo penso e basta, non lo dico alla vecchia pazza. Non perché mi vergogni. E poi, parlare con le vecchie pazze dopo dieci giorni che non parli con nessuno, in fondo, può essere salutare, se ci pensi. Non glielo dico perché ho paura, credo. Perché ho paura che mi dica qualcos’altro di troppo vero, di così vero da non poterlo sostenere. Se scopri che una vecchia pazza ha ragione e che tu hai torto, come la prenderesti, tu? E va bene, le dico, vedrò di starci attento. Che non vuol dire un cazzo, in effetti. Ma lei sembra soddisfatta. Se ne va. Io torno nella tana. Qui ci sono un mucchio di stracci che non hanno colore e mappe del tesoro che arrivano a fine mese. Tu come la vedi. Dimmi, tu cosa ne pensi. Dove andrai a vivere, dove andrai a morire. Che succederà adesso: chi vuoi essere, e tutto il resto. Già, il resto. Le scelte, i soldi, scrollarsi di dosso tutto quanto non sarebbe così male. Una fuga, forse; perché no. Quando uno se ne va, il nome che gli viene dato è niente di più che un punto di vista. Solo un punto di vista. Chiamala fuga, se ti va; chiamala: prova di volo. Oh, è così romantico. In realtà sei come quell’animale che ha paura di fare il primo passo quando qualcuno gli apre la porticina della gabbia, di quella gabbia che è fatta di niente, che è fatta di parole, di sogni che si sbriciolano al tatto e così via. Come quell’animale che forse pensa che una volta uscito di là, tutto quello che deve fare è cercare un’altra gabbia. Che il suo habitat è quello. E allora chi è che sbaglia, ti chiedi. Chi è che non va bene. Il mondo o tu. E come se ne esce. Se se ne esce. E buttarsi là, poi, dove succedono le cose.

Derivazioni

Pubblicato: 08/13/2013 in Uncategorized

Le attese. Le strade. Il mare. Il mondo. La strada. I momenti. Quella roba perfetta, sai di cosa parlo. L’adesso. Dimmi di sì. Penombra. I vicini che cantano. La birra. Caldo. La birra calda. Vasche. La voce. Le voci. Disegni. Pelle. Derivazioni di pensiero. Acqua. Gettalo tra le onde. Le onde. Le onde addosso. Abbracciami. Baciami. Scopami. Facciamo l’amore. Non dormire. Dormi. Ancora. Arrivi? Risposte. La risposta è: sì. Sulla terra. Per terra. Sull’erba. Addosso. Stai qui. Non chiedere. Chiedimi tutto. Lo sai. Lo so. Dimmelo lo stesso. Dentro. Dentro ai silenzi, tutto lì dentro, e silenzi non sono. Derivazioni del silenzio. Fruscio. La mia roba addosso. Sei roba mia. Prendimi. Canta per me. Parla per me. Bacia per me. Mia. Mia mai. Vieni? La risposta è: sì. Il vento. La sabbia. Il sentiero. Lacio Drom. Lo sai che ho scritto un libro? Mi piaci. La prima. Il tempo. Tanto tempo. Beviamo. Sei bella. Quanto sei bella. Quanto cazzo sei bella. La testa su un lato. Accartocciamenti. Sudore. Pelle. La pelle. L’odore. Derivazioni della notte. Ispirazione. Il mondo. Stai con me. Rimani.

Athingan

Pubblicato: 08/10/2013 in Uncategorized

Guarda che non è come pensi, dico a me stesso; in fondo, non è come pensi, ma neanche in superficie. Il fatto che sia passato un anno e che tu non abbia fatto un cazzo per te stesso; il fatto che ognuno si senta in diritto, oh, che senta quasi il dovere di dire chi sei, cosa sei; no, il perché non è importante. Il perché, chi se ne fotte dei perché. Ti guardano negli occhi con gli occhi di chi vorrebbe dirti e però no, non è il caso, ma ci sono fessure da cui ciò che trapela è: sei il problema. Sei tu il problema. Sei il risultato dei geni difettosi e di una trasmissione disturbata. Non se ne fanno una ragione. Cazzo, sembra impossibile. Eppure non so. Forse è così che stanno le cose. Forse è così che vanno le cose. Delle discendenze e di tutto il resto, un po’ come un gioco. Come un bivio. Come scegliere quando non hai possibilità di farlo: mica li ho scelti io i cazzo di geni da ereditare. Non funziono come vorresti, come vorreste: lo so. Me ne sono fatto una ragione da tempo. Ne sento il peso, non dico di no. Mi dispiace. Sono affranto. Ho provato anche ad essere qualcun altro ma oh. Va a finire sempre nello stesso modo. Non posso farci nulla. Che dovrei farci. Voi però continuate pure a sentirvi migliori di me: in fondo, quelli come me, a voi, servono, un po’ come serve il diavolo a dio. Ti senti migliore, se ti confronti a me, e sei libero di sguazzare nella tua ipocrisia da persona arrivata. Da persona corretta del cazzo, che si fa il culo e tutto il resto. Ma sai. Non ho scelto io di essere la faccia della medaglia che sta nell’ombra. Non ho scelto io, ero piccolo quando sono nato. Ci potrei lavorare un po’ su, credo; ma vengo da troppo lontano, non pretendo di essere capito. Vengo da troppo lontano da dovunque e da troppo vicino da dovunque. Come potrei mai essere altro. Vengo da quella gente che non è mai stata accolta. La mia, in fondo, è solo coerenza. Ma tu sentiti migliore e disegna immagini di me da affidare al vento o a chi cazzo ti pare. Il serpente sono io. Quello nero, quello che oh, no. Altre sono le cose da dire. Altre sono le persone che possono dirle, e bene, patinando sillabe da sorrisi e plastica. Da dove vengo io, quelli come me stavano fuori dalle mura delle città. Espedienti ed aria mossa alla sera, un tizzone che brilla nel buio, come un sorriso che si fa beffe delle dita puntate come fucili caricati a salve. Sono già morto molte volte così. Una in più. Cosa vuoi che sia.

Punto e virgola

Pubblicato: 08/05/2013 in Uncategorized

Quello che succede è che non è un problema di tempi o di spazio; quello che abbiamo esiste perché lo mordo, perché lo posso leccare; quello che abbiamo esiste ed ha un sapore che è fatto di pensieri e ricordi e speranze e se le metti insieme non le distingui più, un po’ come nel momento prima di diventare sabbia con quei granelli che vivono di vite proprie e irrinunciabilmente fuse l’una all’altra, girotondo intenso, e diverso ogni secondo che passa; quello che succede è che annuso l’aria intorno e ciò che sento è sabbia, che non distingui più un cazzo ma poi, da distinguere, in fondo, che c’è; di distinguere dentro al qui e all’ora, in fondo, che cazzo ce ne frega; a noi, cosa cazzo ce ne frega; succede che ti guardo mentre cammini, mentre ti muovi sopra di me, mentre parli, mentre stai per addormentarti; quello che succede è che stringo i denti e le dita, che affondo le labbra dentro le labbra perché quello che succede è che voglio sentire il suono che fai quando la tua schiena si inarca; quando chini la testa di lato e tra gli occhi socchiusi come preghiere trattieni i desideri per assaporarli ancora un po’, e le voglie e il mondo.