Archivio per settembre, 2013

Piano

Pubblicato: 09/30/2013 in Uncategorized

In fondo non si sente troppo la mancanza del ticchettare morbido ed insistente della pioggia sul tettuccio dell’auto ferma nel parcheggio, e quel pezzetto di luce bianca che arriva dal lampione sembra vergognarsi un po’ ad uscire; ciò che può fare, il massimo che si concede, è un timido capolino tra le foglie rossastre di quell’albero che non avverte come prigione o gabbia, forse nemmeno come casa. Si stende sulle gambe di lei e la guarda e pensa che forse quello che deve fare adesso è dirle tutto quello che gli passa per la pancia. Quello che gli passa per la pancia. Già. La testa, quella lui ha imparato a tenerla a bada. E’ la testa che ti frega. Che ti frena. Che ti intrappola. Lasciala perdere la testa, pensa. Quello che conta è la pancia, e i cazzo di filtri che uno s’impone e tutto il resto. Ma chi se ne frega. Fa un po’ freddo, ma non abbastanza freddo. Lui la guarda e pensa che forse dovrebbe stare in silenzio e solo guardarla. Guardala, dice a se stesso. Guardala. Questo è uno di quei momenti che capitano così di rado nella vita. Questa, si dice lui, è roba rara: guardala. E’ un po’ come imprimere da qualche parte, dentro, questo momento. Questo buio, questa luce. Questo odore, questo suo essere morbida, questo suo essere qui con tutta se stessa. E tu, si chiede, tu dove sei?, che di solito, in questi casi, hai sempre un piede su un’altra strada, verso altri percorsi e così via: sono qui. Sono tutto qui. Eccomi. Mi vedo. Mi sento. Sono qui. Sono in questa macchina, sono in questo minuto, in questo secondo: eccomi, mi vedo, sono qui le mie mani e la mia bocca, la mia testa, la mia pancia, i miei piedi, i miei colori, le mie parole, i miei silenzi. Sono qui. Sono tutto qui. Lui la guarda e pensa che forse dovrebbe cantare per lei. Forse la farò ridere, pensa. Forse no. E allora, lui inizia a cantare per lei. Piano. Si sforza di tenere la voce bassa. Una ninna nanna. Un desiderio. Una volontà. Tutti quei verbi che si ammonticchiano fuori dalle lenzuola, tutte quelle date, quelle sicurezze, quelle incertezze. Ci sono a volte dei momenti in cui le cose non spariscono, no. Ma si fanno da parte. Per un po’, anche solo per un secondo, quelle volte, quei momenti, tutte le cose del mondo diventano piccine picciò lasciando spazio all’universo intero. Che si sofferma appena, a guardare e sorridere. Lui canta e lei lo ascolta e lo accarezza. Domani è un concetto mutevole, è solo una vetrata attraverso cui guardare noi stessi; una di quelle vetrate dai miliardi di colori. E c’è il nero, sì. Ma se c’è il nero, allunga le mani, tu; stringi forte la mano e vieni via. Ti porterò lontano.

Yassassin

Pubblicato: 09/08/2013 in Sera

I miei pensieri non parlano di pensieri. I miei pensieri non pensano. Un po’ come essere pensieroso e non pensare. Un po’ come la marginalità che tenta di invadere territori che non le appartengono. Gli steccati e tutto il resto. Un po’ come la normalità che bussa ancora una volta, che quella, la strada, più o meno la ritrova sempre. Una vecchia e il suo saccone di iuta che però non è colmo di doni. Manco per un cazzo. Solite cose. Le solite cose, che cazzo ne parliamo a fare: già quando ne parli, vuol dire che hai sorriso alla vecchia e che quella troia ammiccante inizia a spogliarsi e a mostrare il contenuto di quel suo saccone pieno di vuoto. Ma i miei pensieri non parlano di pensieri. I miei pensieri non pensano. Un po’ come essere con i piedi sul soffitto e cercare con lo sguardo una riva, un approdo sicuro, solo per avere la possibilità di fuggire dalla parte opposta. Dentro le gabbie, io le vedo, là dentro ci sono un sacco di parole che premono e spingono e sembrano scimmie impazzite. Potremmo farne bracciali. Potremmo ucciderle tutte. Che ce ne facciamo di coperte fatte di vocali e consonanti. Quella mica è roba seria. Quella è roba che è un po’ come la nebbia. E io non la conosco mica la strada. Non so quale sia. A dire il vero, non so neanche dove mi porterà. Dove ci porterà. Dove andrà a finire. O a iniziare. Ecco, vedi? La vecchia. Quella troia. Questa è tutta roba che sta dentro il suo saccone del cazzo. C’è da stare attenti con vecchie di questo tipo, sai. Perché tu chiudi gli occhi per non vedere quello che nasconde là dietro e che ti vuol mostrare, e lei, la vecchia stronza, il suo saccone te lo butta addosso. Un po’ come se ti mangiasse, voglio dire; un po’ come se ti ingoiasse. E mentre tu ti affanni a cercare la strada, il sentiero, o a trovare la parola giusta, una definizione adatta, il modo migliore per dire o non dire una cosa, quella ti digerisce, e quando ti risputa fuori tu dici a te stesso: oh, cazzo. Ma i miei pensieri non parlano di pensieri. I miei pensieri non pensano. Un po’ come essere aggrappato alla derivazione futura di una vita possibile e scalciare come un neonato che non piange. Ma guarda. Tu guarda. Quegli uomini tranquilli che ascoltano prima di prendere una decisione. Mica è semplice. Cazzo, lo so. Non è semplice quando senti ribollire dentro la pancia il paradiso, l’inferno, il purgatorio, dio e il diavolo e anche altre persone di cui non so la faccia, di cui non ricordo la faccia, né la voce e tutto il resto. Oppure no. Potremmo fare in modo diverso, dico. La teoria, spegniamola: uccidiamola sul nascere, con un cuscino sulla faccia; uno di quei cuscini che volano via dal letto un secondo prima di trasformarci in sabbia. Togliamo l’ossigeno e spegniamola, tutta quella filosofia: le definizioni, le circonvallazioni del pensiero. Lo sgretolarsi della pelle che poi si riforma e puoi ricominciare a disegnarci sopra. Sai di cosa parlo. Le zingare e i fiori. L’imprecisione, il nucleo degli universi in espansione silenziosa. Che i miei pensieri non parlano di pensieri. I miei pensieri non pensano. Un po’ come essere un assassino ed aspettare la vecchia col suo saccone nascosto dietro una porta di legno marcio. Di quelle che basterebbe un calcio ben assestato o un soffio di vento caldo per buttarla giù; ma sei pronto a combattere con la vecchia che vuole entrare, sei pronto a batterti contro l’ammaliante richiamo della distruzione. Perché quel volto rugoso e superfluo, al primo colpo cade come la facciata di un monastero pagano, ed il volto che vedi è il tuo volto in uno specchio. Non puoi ucciderla, forse. Quello che puoi fare è sorridere. E con la voce più bassa che puoi, sussurrarle in una carezza: non stavolta, vecchia. Non ancora, almeno.

Fino a un miliardo

Pubblicato: 09/05/2013 in Notte

Ho sempre pensato che il buio non è sempre buio. Non allo stesso modo, almeno. Un po’ come la musica,U fatta dalle stesse note. Pensi al buio e quello che ti viene in mente sono le note su uno spartito. Ma lo spartito, lo sfondo su cui passano segni e chiavi, sei tu. Arriva il buio e ti viene da sederti. Da chiudere le porte, le finestre. Il frinire dei grilli che resta sulla soglia degli occhi, accompagnato dal silenzio: quel silenzio che, oh, quanto mi terrorizza il silenzio. Non il mio. Non uno spartito vuoto. Ho sempre avuto paura del silenzio e del vuoto perché poi ti viene da riempirlo e cazzo, cosa cazzo ci metti dentro tutto il vuoto di una notte vuota. Certi pensieri, certi sogni. Un mucchio di se. Accatasti condizionali per cercare di immaginarti quello che sarà da qui a poco. Ma è un esercizio utile come tentare di rinchiudere la notte dentro una bottiglia. Respira, mi dice il buio. Non temere. Piuttosto fai quello che non hai mai fatto finora. Credi. Perché il credere non è fede. Il credere non è speranza. Il credere non è: chiudi gli occhi e conta fino a tre, o fino a un miliardo, e quando li riaprirai tutto si sarà sistemato. Non funziona così, lo sai?, mi chiede il buio, e quando il buio ti parla tu puoi alzare la musica, puoi alzare il volume di tutto ciò che hai a portata di mano, o di testa, o di pancia o di petto. Il buio ti scrive le domande sulle braccia, ed anche se tieni gli occhi chiusi, o fingi di farlo, forse, quello che succede è che riconosci ogni singola lettera. Come un gioco di bambini, con domande da grandi. E le domande da grandi, si sa,  sono quanto di più inutile possa esistere. Non funziona così, dice il buio: il credere è azione. Il credere è farsi il culo. Il credere non è affidarsi al caso. Il credere è trasformare il mondo. Essere tu stesso il caso. Perché non l’hai mai fatto, prima, lo sai? Ma sì che lo sai, sorride, e non è un sorriso beffardo, ma è qualcosa che parla di comprensione. Di: io lo so. Una roba che ha a che fare con la condivisione, con la resa: con l’ammissione dei peccati. E’ vero, gli dico. Eppure avrei potuto. Non era il momento magari. Non ne ero in grado, magari. Ma l’acqua passa, tutto passa, tutto diventa altro. Noi stessi per prima cosa diventiamo altro. In funzione di ciò che ci succede. Un’àncora ci vuole. Io ce l’ho. Ciò che mancava era una terra salda. Una terra salda. Esistono terre non salde? Non lo so, che ne so, che m’importa, che importa. Sono fatto così. Sbaglio molto perché il passato lo scordo. Lascio tutto da parte e ben nascosto perché quando viene il buio io non voglio inciampare negli scatoloni pieni di cianfrusaglie e parole. Puoi provarci, almeno: ecco quello che dice il buio. Ecco il suo consiglio. Cazzo di banalità, gli rispondo. Grazie al cazzo. Ma non è così. Hai ragione, amico. Hai ragione. Perché non ti siedi qui, con me. Ho fogli bianchi da riempire. Potremmo tentare di creare il mondo insieme. Il mondo come lo vogliamo noi, sai?, un mondo in cui ciò che siamo è ciò che conta e tutto il resto funziona da sfondo. Un mondo in cui non siamo lo spartito, io e te. Il buio e la luce, le parole, le note. L’incedere delle ore. L’incertezza. Il candore. Ma tu vieni qui, adesso. Vieni qui. Ho desideri da realizzare. Tu, vieni qui.