Archivio per ottobre, 2013

Graffi

Pubblicato: 10/29/2013 in Uncategorized

Alla fine è una di quelle cose che hanno a che fare con lo scegliere un’illusione, un po’ come fosse una preghiera, dico, o un po’ come fosse un blocco sporco di marmo grezzo. Qualcosa che ha che fare con le preghiere. Con la potenzialità. Roba che devi guardare e studiare e assaggiare e poi assalire con le mani e con i denti un po’ come fanno gli artisti, gli artigiani, i folli; un po’ come se tu fossi un artista, un artigiano, un folle. Qualcosa che ha a che fare con la trasformazione. Con il trasformare. Gettando nel fosso gli errori. Le illusioni che muoiono storte. Roba delicata, quella; quella è roba che se ti distrai un attimo, oh, basta un attimo e quella è roba che si spacca, che si sfarina. Sbriciolata tra le dita che non vorrebbero tremare. Zero funerali: un po’ di nebbia e qualche sbuffo, forse. Alla fine è una di quelle cose che ti fanno venire da pensare che oh, se le cose vanno così, c’entra poco il fuoco o il cielo. Certe mani non son fatte per sperare. Tagliale via, strappale via, spazzale via. E siediti a guardare le illusioni degli altri. Come fossero stelle. O graffi. O lapidi. O niente.

Perché no

Pubblicato: 10/08/2013 in Uncategorized

Oppure, perché no. Perché non vieni qui. Perché non ti togli le scarpe. Perché non mi sorridi. Perché non mi guardi piano mentre lo fai. Perché no. Perché non ti avvicini con quel tuo passo che mi fa impazzire. Perché non dici qualcosa che farò finta di ascoltare. Perché non muovi ancora le labbra. Farò finta di ascoltare e guarderò le tue labbra. Perché no. Perché non prendi la rincorsa e ti vieni a schiantare sul mio petto. Adoro quando lo fai. Perché non mi butti le braccia addosso. Perché non mi baci. Fingerò di non far caso alle detonazioni che sbriciolano organi ed altro. Perché non ci guardiamo i Griffin. Perché non ridiamo insieme. Perché non parliamo un po’. Quello che è successo è che ho parlato di me. E non dei vari me. Ma di me. Me. Non è questione di saperlo fare. Non è questione di aprirsi o meno. Il parlare di sé non è qualcosa che ha a che fare con chi parla di sé. E’ questione di chi ti prende per mano. E’ questione di qualcosa che non so. Perché non parliamo di noi. Perché non ci inventiamo qualche storia. Qualcosa che prima non esisteva e poi sì. Perché non cuciniamo. Perché non apri quella bottiglia di vino. Perché no. Ci sono vuoti così ampi da coltivarci dentro universi interi, da queste parti; da queste parti mancano i rifugi. Manca la quotidianità. Le ali. E tutto il resto. E qualcos’altro.

Utočište

Pubblicato: 10/08/2013 in Uncategorized

Ho bisogno di un rifugio. Di un posto dove nascondermi, dove ridere e piangere e restare indifferente. Dove potermi esprimere o ballare nudo bevendo litri di qualcosa. Di birra. Di vino. Di notte. Dove poter parlare di cose inutili con la certezza di essere ascoltato, non dico compreso, ma certo ascoltato. Dove condividere. Dove limitarmi ad esistere. Dove stare al sicuro. Dove respirare a piacimento oppure no; dove strillare a piacimento. Oppure no. Ho bisogno di una gabbia da cui lasciare fuori il mondo. Dove ammonticchiare parole e lettere e vocali e qualche soffio e pochi struffi. Dove annoiarmi e lamentarmi. Un posto sicuro che sicuro non è. Un po’ come quegli animali selvatici che quando hanno l’universo davanti hanno paura di fare il primo passo. Come si sarà sentito il primo uomo che ha camminato sulla Luna; cos’avrà provato di diverso dal primo uomo che ha camminato sulla Terra. Chissà cosa penserà l’ultimo. Io voglio solo il mio rifugio. Non lo so se sia una roba che parla di mattoni e pietre e calce e stucchi; non lo so se sia roba che parla di rami e alberi, o acqua, o che sia una roba fatta di epidermide. Di cellule, di nei, di movimenti addosso. Non lo so. Entrambe le cose, o tutte le cose, ed anche qualcuna in più, forse. Perché no. Le cose forse certe volte basta saperle costruire. Le cose, la storia. I ricordi futuri. I mondi. I rifugi. Non lo so. Ma che ne so. Quello che so è che le litanie mi affondano. Che espongo le mie vulnerabilità come fossero bersagli, o trofei appesi a un muro, con gli occhi fissi e stolidi, lacerati, nebbiosi e liquidi. Doverosi. Un luna park o una cantina. Balocchi polverosi. Tensioni. Dissolvenze.

Un Caronte qualsiasi

Pubblicato: 10/08/2013 in Uncategorized

Sarà questo, il colore del giorno, un colore che non è colore, è più una specie di suono, o un’assenza di movimento, o il vuoto che sembra una casa senza tetto e senza porte e senza mondo intorno, chi lo sa, vorrei chiederlo alle persone ma ho sempre avuto qualche problema a fare domande, a parlare, a rispondere, a capire; sempre o quasi, forse quasi mai, perché poi che succede se inciampi e anneghi in una pozzanghera, con tutto che uno dovrebbe imparare a nuotare e a fare i tuffi, magari, e non aspettare barchette di carta o un Caronte qualsiasi che ti lanci un salvagente oppure un macigno, o che so, una televisione. Un cavallo. Una mano tesa. Distesa. Qualcuno che ti dica di seguire la luce, quel fascio che vedi e che non è però il colore che piglia il giorno quando apri gli occhi e dai la prima pennellata distratta, refrattaria; segui la luce, come dicono a chi muore, e poi magari arrivi laggiù in fondo perché pensi all’arcobaleno e ciò che trovi non è un faro, ma un cerino, una cometa intorno a cui svolazzano miliardi di falene cieche. Qualcuno che ti dica: fai un passo fanne un altro fai la giravolta falla un’altra volta. Una cosa del genere, insomma; qualcosa di simile. Il colore del giorno che non ha colori e che un po’ ti strizza come si fa coi panni sporchi che quando li cerchi di lavare tenacemente trattengono un alone, che sia di sporco o di passato, e che sgocciolando s’inventano pretesti per non guardare a quei mondi impossibili. O qualcosa del genere. Che è un po’ come saltare nel vuoto ma non trovare la rupe adatta. Quando dietro ogni curva ciò a cui pensi è: probabilità. E’: termine. Fine corsa. Qualcosa del genere. Un Caronte qualsiasi con la sua barchetta di carta, fatta di giornali vecchi di millenni che raccontano storie ancora non successe. Un Caronte qualsiasi con la sua barchetta di carta su cui sventola impietora la bandiera dei pirati. Tutto quel nero che non colora il giorno, e che nasconde parole ricamate a labbra strette: ne senti il fischio, ne avverti la traiettoria. La segui per un po’. Poi ti volti, e chiudi gli occhi per pensare a: niente.

Ora

Pubblicato: 10/05/2013 in Uncategorized

Arriva e sfonda, non striscia, ma sfonda; s’infrange su difese già deboli e scostanti, e travolge, stravolge, culla il mondo, solo perché poi ti perdi e ti ritrovi e poi anneghi e poi respiri; che forse esiste e forse è reale, e poi insiste, e poi sconvolge. Il pensiero che è un po’ pensiero e un po’ è ricordo e un po’ è speranza. Un ventaglio o un’onda grande dietro cui appiattirsi quasi fino a farsi leggeri, come uno di quei fogli di carta su cui se vuoi, quando vuoi, puoi disegnare il mondo intero o i mondi che vuoi, che puoi. E’ soffio leggero che uraganeggia intorno ai minuti, che sono minuti persi eppure sono minuti folti. Che si sciolgono nel fluire, che sono dita, dita che sfiorano; che si intrecciano dietro la nuca, esplorazioni audaci che raccontano labbra e morsi. Le assenze sono fatte di pelle. Di pelle che esiste. Che insiste. Piove forte ed apro le porte. Piove forte ed è questo ciò a cui penso. Un po’ pensiero. Un po’ ricordo. Un po’ disegno. E tu lo senti, il rumore che fa?