Archivio per gennaio, 2014

Pulviscolo vario

Pubblicato: 01/29/2014 in Uncategorized

D’altronde, ogni cosa ha un nome solo. Così sei sicuro di poterlo sbagliare. E poi ripartire. Certe volte un po’ a cazzo, che ripartire mica è una cosa da fare così, a occhi chiusi. Che uno riparte e riparte per il verso sbagliato. Nella direzione sbagliata. Col piede sbagliato. E poi, che si fa. E’ un problema. Lo è? No, sì, boh. Non pensarci è la risposta. Andare e poi vedere. Obiettivi grandi, passi piccini. Anche l’universo è fatto di pulviscolo, se ci pensi; se ci pensi, tutto si può ridurre a punti e linee, o altre robe metaforiche del cazzo che non servono a un cazzo e di cui non si capisce un cazzo. Ma le cose vanno così. E non capirci un cazzo, oh; non capirci un cazzo è la benedizione che vai cercando da quando sei nato. Da quando sei ripartito. In questa metempsicosi quotidiana. Questo balzellare da un essere all’altro. D’altronde, ogni cosa ha un nome solo: lo dico a quegli occhi spenti che intravedo riflessi sulle piastrelle candide del bagno. Un passo e poi un altro. Quando poi domani diventa oggi ci sarà un altro domani da inseguire col fiatone appeso allo stomaco. Perché preoccuparsi, quindi. C’è sempre un tempo a cui rimandare il tempo. C’è sempre un verso sbagliato da rettificare, e un sorriso a cui pensare, e una qualche scelta da prendere, una mano da accarezzare. Robe così. Cose. E ognuna di esse ha un nome. Un nome solo, fatto di mille nomi e pulviscolo vario.

Nel condizionale

Pubblicato: 01/12/2014 in Uncategorized

Se ci pensi, quello che ti viene da chiederti è: ma cosa cazzo ci fai, tu, qui, ora, adesso, in questo momento. Questo non è un passo avanti. Questo è un salto con gli occhi chiusi. Perché poi li apri e quello che vedi è un parcheggio buio, qualche macchina che passa, la nebbia, una birra aperta, una qualche musica. Cazzo ridi, allora; cosa cazzo ridi, non c’è un cazzo da ridere, forse è per questo che ridi; forse è per questo che ridi. Metti che muori domani. O stanotte. O adesso. Non lo sai. Non si sa. Cazzo ne sai, non si sa. La nebbia un po’ dappertutto, quindi casa è un po’ dappertutto. Qualche odore, qualche parte, qualche pelle. Roba così, capisci? C’è una finestra da cui filtra una luce blu. Dov’è la gente? Dove sono finito tutti? Eppure avevamo detto che saremmo stati per sempre da qualche parte. Non ci sono più per nessuno, non c’è più nessuno per me; il parcheggio non brulica, e se vuoi salvarti quello che devo fare è non pensare. Un po’ come succede nei sogni, o qualcosa del genere. Lasciare che accada. Quello che accade sta lì, accanto al respiro, poco più là; sul letto sfatto, sui materassi scomodi. Lì, da quelle parti. E se le cose non sono più quelle che erano e che avrebbero dovuto, avrebbero potuto ecc. la questione sta lì: nel condizionale. Il condizionale è un passato che non ti molla. A meno che ti non smetta. A meno che tu.

Kaleidos

Pubblicato: 01/08/2014 in Uncategorized

Un foglio bianco del cazzo è solo un foglio bianco del cazzo. Le metafore mi intristiscono, certi giorni; certi giorni io proprio non le sopporto. Sono quei giorni in cui vuoi chiamare le cose col loro nome. Quei giorni in cui le traiettorie e le intersezioni di pindarico hanno poco. Certe volte capita, se ci pensi. Non so se ti capita mai, di pensarci. A me sì, qualche volta. Non è qualcosa che ha a che fare col termine dei sogni. Con l’abbandonarsi, col tornare a terra, o come vuoi chiamare queste robe. Queste metafore. A dire la verità non so bene neanche io con che cosa abbia a che fare. Con me stesso, credo. Sai, quei discorsi tipo: faccio i conti con me stesso. L’esame di coscienza, sì. Parlo di quella roba. Del trovare il proprio posto nel mondo e cazzate del genere, di questo sto parlando: tu ci pensi mai? Io sì, qualche volta. Ho passato molto tempo pensando che il mio posto nel mondo fosse in un altrove indefinito. In un altrove: inesistente. Qualcosa del genere. Altre città, altri occhi: sempre qualcosa d’altro. Qualcosa che non avrei mai avuto, perché pochi passi dopo essere entrato nel tempio del possesso, ecco che tutto si sgretola, che tutto va in pezzi. Altro. Ho sempre pensato di aver bisogno di altro. Altri amici, altre donne. Altri me. Non mi sono mai riconosciuto in me. Davanti allo specchio, l’immagine riflessa e spezzettata, un caleidoscopio in bianco e nero di probabilità mal sfruttate, di speranze mal riposte. Di nulla. Il niente si riflette nel vuoto, è un po’ come una valanga di bolle di sapone che ti stritola e che ti fa pensare e dire: no, non questo, io voglio altro. Altro. Sempre altro. Ma cosa? Non si sa. Come si può sapere. E neanche ora lo so. Forse però l’errore sta lì: se non sai quello che vuoi, inizia a sapere quello che non vuoi. Vai per esclusione, dico: questo è un buon metodo, certe volte. Lo so, lo so: lo so cosa stai pensando. Che certe volte, quello che non vuoi è ancora più difficile da definire. Da capire. E il più delle volte, quello che succede è che lo capisci dopo, a posteriori, quando quello che volevi non vuole più te. O qualcosa del genere. Insomma, è un gran casino del cazzo. Vuoi scrivere, inventare, disegnare, camminare, correre, dormire, fare l’amore: cosa vuoi? Cosa pretendi? Cosa ti aspetti? Mettiti al centro. Metti al centro quello che pulsa. Ce l’hai. Non lasciarti convincere. Non lasciarti coinvolgere dalla tua tendenza autodistruttiva. Lasciati andare. Le cose poi succederanno. E una croce in più o meno, nel cimitero della memoria incerta, non farà differenza, mai.