Archivio per la categoria ‘Giorno’

Soffio

Pubblicato: 07/15/2013 in Giorno

Lei mi parlava e l’unica cosa a cui riuscivo a pensare era: continua a parlare, ti prego, parla da qui alla fine dei giorni ma oh, non smettere di guardarmi; continua a parlare e tieni gli occhi aperti perché è lì dentro che sono io, è lì dentro che vedo certi me, di quelli che mi piace pensare di essere; di quelli che, oh, di quelli che vorrei diventare. Trasformazione senza cambiare. Perdere la pelle, lasciare i pesi intorno a volteggiare come pulviscolo nel nulla. Pelle spaccata. Futuri probabili. Quello che leggo nei suoi occhi mentre mi parla e mi guarda è: ricalibratura. Riallineamento. Un po’ come quando sei seduto e non trovi la posizione e cambi sedia e cambi casa e cambieresti pure mondo, cazzo, ma quello che deve cambiare non è la sedia né la casa né il mondo. Cambiare senza cambiare. Evolversi. Ribellarsi. Snocciolando i secondi come fossero un rosario, senza il bisogno di pregare, senza il bisogno di attimi a perdere. Dove stanno quei pensieri, dove stanno quei disegni. Dove sono andati a finire quegli scatoloni pieni di cose, e i balocchi che facevano sorridere per l’attesa e il fremere innocuo. Dimentica di non sapere e riparti da ciò che sai; non hai bisogno di parole, ora, o forse sì. Nel dubbio tu prendi tutto ciò che puoi. Nel dubbio tu divora tutto e cercane il sapore. Nel dubbio, se il dubbio esiste ancora, se il dubbio è scavato nell’aria come un bassorilievo dei sensi: mordi. Esiste il bene, sai? Il bene esiste e sta in una passeggiata e in un sorriso; in un sole corto e nel fiume che riflette. Il bene esiste ed è in quello di cui hai bisogno: tu. Hai solo bisogno di te. Quei lacci e quel respiro, blaterando a giorni alterni: il bene esiste ed esiste il mondo. L’ho visto negli occhi di lei mentre mi parlava e io pregavo senza parlare perché non finisse ancora, perché non smettesse di guardarmi, così che io lasciassi il guscio e ne facessi una zattera riempita di vele colorate, senza vento a spingere e spiegare, solo il soffio verso domani.

Un Folle senza Dei

Pubblicato: 07/04/2013 in Giorno

Ci sono volte in cui tutto quello che mi passa per la testa è: stenditi a terra, nudo, guarda le nuvole, e lasciati inghiottire. Quello che penso è che continui a sbattere il muso sulle inferriate e tutto intorno non ci sono specchi. E tu, cazzo, non ti ricordi se sei un drago, dentro quella gabbia, o se tu sia un coniglio del cazzo ecc. e però non te lo chiedere, evita di chiedertelo: magari, così, l’illusione durerà più a lungo. Mi stendo a terra nudo e guardo le nuvole e penso che prima o poi arriverò qualcuno a dirmi che le cose vanno così, certe volte, non puoi continuare così, sai, l’importante è vivere il momento e gli errori del passato sono pesanti solo finché te li tieni addosso ecc. ma basta poco, una scrollata, basta che piova un po’ più forte del solito e tutto, o quasi, potrebbe pure svanire; non vedi che sono steso a terra, non vedi che sono morto, dico io, non è una scelta, questa, questo è il peso della roba che mi porto sul groppone; ogni tanto, sai, ogni tanto quello che capita è che le ginocchia tremano, pure se sono d’acciaio e piene di viti, ma tremolicchiano un po’ e allora tanto vale accompagnare lo schianto finché ci sono le nuvole, se schianto dev’essere, che almeno sia morbido, dico io. Immagino che quel qualcuno proverà a convincermi come fosse la cosa più normale del mondo: probabilmente, quel qualcuno mi dirà che se quella roba che tanto pesa sul groppone mi decidessi ad appoggiarla da una parte, un po’ nascosta, come i giocattoli dei bambini però al contrario, forse un giorno me ne dimenticherò; forse un giorno ripasserò da queste parti o nei dintorni e sentirò solo un leggero fastidio. E poi, dirà questo tizio dall’aria contorta e un po’ dimessa, se poi non ti dimentichi, cazzo: alla fine sono sempre qui. Potrai sempre tornare e riprenderti tutto il pacchetto del cazzo. Perché, continuerà lui col suo tono mellifluo ed odioso, questa è roba che germoglia solo se non la pianti. Sai? Io lo guardo come se fosse qualcosa di reale, mi sporgo tra le sbarre e provo a sputare veleno, o a mordere: è quello che so fare meglio. E’ quello che mi riesce meglio. Guarda, gli dico: non vedi questi segni sulle mie braccia? La tua disillusione è solo un’illusione, mi dirà lui: tu lo sai cos’hai addosso, il non perdono e tutto il resto sono cazzate, sono bestemmie. Tu lo sai da dove vieni, tu vieni dal mondo ed è lì che devi tornare. Ma lascia la tua gabbia. Non sei una stronza tartaruga del cazzo, e sulle sbarre neanche i disegni attaccano. Di cosa stai parlando, chi cazzo sei, cosa cazzo vuoi da me. Randagio. Senza casa e senza posa, senza nome e senza dio: questa è ciò che qualcuno chiama libertà. Solo che leggi troppi libri, ascolti troppe canzoni, guardi troppa televisione. Pensi di riempire il vuoto, tu, ma sei un coglione; quello che fai, illuso del cazzo, è coprire i rumori. Quello che fai è: ignorare te stesso. Illuso del cazzo. Coglione del cazzo. Scappa finché puoi, scappa finché sei in tempo; scappa prima che tu stesso ti raggiunga e ti divori le viscere e gli occhi e la lingua e le nuvole. Io il tizio lo guardo di traverso perché parla e dice cose che io direi a me stesso, o a una pietra o un fantasma: non mi spaventi, gli dico, e quando gli parlo, cazzo, è come se tutto questo stesse succedendo davvero. Non mi spaventi, io non ho paura di nulla. Lui sorride e i suoi denti sono tondi o stondati, non saprei dire; sono i denti che disegnerei io alla morte, o alla vita, o all’assoluzione. Mi dice: non aver paura di nulla significa non conoscere nulla. Esattamente come aver paura di tutto. Non stai da nessuna parte, così. Non sei su una riva, non sei su un pianeta: sei sulla terra, non della terra, fingi di essere erba ma ciò che sei è: niente. Non sei fiore. Non sei vento. Non sei. Non. E non essere nulla, ti permette di essere tutto ciò che vuoi: tutto quello che vuoi. E se io non volessi, chiedo? Tu vuoi, mi dice quello: e mentre lo dice, quel tuvuoi lo vedo uscire dalla sua bocca vuota come fosse una bolla di sapone, come fosse una bolla d’inchiostro, un quadro astratto dipinto nell’aria; si muove lentamente come se fosse il sogno di un bambino nella pancia della mamma e, quando mi arriva addosso, è un po’ come se una parte di me rinascesse solo per morire; per il sacrificio di un folle senza dei.

Non

Pubblicato: 06/24/2013 in Giorno

Ogni volta mi pare di iniziare i discorsi con un non, e anche le storie che vivo cominciano con un non, che sia un vento che soffia al contrario, che sia un passo indietro, che sia un equilibrista che passeggia sui cornicioni con la testa all’ingiù; poi uno non ci pensa o ci pensa solo un po’, prende una manciata di non e li distribuisce a caso, tipo corsa ad ostacoli, tipo campo minato del cazzo in cui correre ad occhi chiusi e a piedi scalzi perché se non lo facessi, oh, se tu evitassi di farlo, cosa cazzo vivresti a fare, te, cosa cazzo vivi a fare, te. Lasciarsi andare. Essere. Farsi prendere, farsi invadere; forse non darsi, forse non, non, non. Cosa vuoi che sia. Non. Non è niente. Non ci pensare. Non essere mai completo, non essere mai perfetto, e tutto il resto, come se potesse essere diverso, come se potesse andare diversamente se tu ti volti dall’altra parte. E se ti faranno del male, che cazzo te ne frega: starai male, e poi passerà; e se ti vorranno uccidere magari ti ammazzeranno, un po’, per un po’, solo un po’; e poi passerà. Non. Non. Non è un discorso che riguarda la resurrezione. Non. Non è una storia che parla di rinascere. Non. Ho addosso storie fatte di inchiostro e di nomi disegnati, e quello che succede è che io sono qui, io me li porto in giro, quei disegni, io li conosco: io li ricordo. E’ solo un passo in più, è solo un sorriso, non, non è una lacrima, non, non è amarezza, non è nostalgia. E’ essere. E’ ciò che sono e ciò che posso essere e non, non è ciò che potrei, non è ciò che vorrei, o forse sì, ma alla fine importa?, che importa, non importa, alla fine sono questo e solo questo e un po’ di più. Non. E’ un po’ come un relativismo che tiene stretto al centro te stesso, perché non potrebbe essere altrimenti; puoi dare un pezzetto, certe volte, oppure puoi non farlo. Non. Puoi decidere. Puoi scegliere chi far entrare, e quanti pianeti far girare intorno, alla larga ma non troppo; tu sei dio, e puoi costruire il tuo sistema solare come cazzo ti piace di più. Non. Non conviene restare ai margini. Non conviene fingere di non esistere. Non conviene pensare di essere altro da ciò che si è. Non. Il problema non sussiste. E fai l’amore sempre come fosse la prima volta; e parla come fosse sempre la prima volta. Lo stupore della prima volta, la tentazione della prima volta. Esistono solo le prime volte. Qualche volta mi soffermo, solo per setacciare un po’ gli accadimenti e i pianeti e tutto il resto; pensa alla prima volta che da bambino hai visto al mare, sapendo che era il mare, e pensa ad ogni volta che scarti un regalo, pensa ad ogni volta che apri un libro, la prima pagina, sai che finirà, sai che un giorno finirà ma cazzo, vuoi mettere, cazzo, ci pensi mai.

L’anarchia del momento perfetto

Pubblicato: 06/12/2013 in Giorno

Non mi fido di chi non ha segreti da nascondere. Non mi fido di chi non spreca parole, di chi si trattiene. Di chi lascia spazio, senza tentare di sommergere. Forse è solo questione d’intersezione tra vuoti. Che quando si scontrano, si riempono. Di aggettivi, e avverbi; di morsi e di carezze. Di passi. Di ticchettii, di fruscii. Di quanto c’è di soffuso. Di roboante. Esplosioni innocue che tolgono il fiato e ti lasciano barcollante in mezzo a città che pensi siano vuote, mentre le finestre piangono e ridono e ti osservano distrattamente. Non mi fido di chi mi veste di distrazione. Ho bisogno di maglie strette e catene morbide. Perché questo è ciò che so dare, perché questo è ciò che ho. Perché. Le ragioni, i motivi. La tentazione del cazzo di scoprire le radici, mentre i petali ti sussurrano parole dolci, abbandonate nel vento, lontane dalla tempesta. Un riparo non richiesto. Un altrove di colori nuovi. Non mi fido di chi non ha paura di sé, di chi non fugge, di chi non resta. La fiducia. Che ve ne farete di tutta questa fiducia, dico io. La fiducia è solo una forma di lontananza. Un dare in prestito senza donare. Io la odio la fiducia perché è il contrario di credere. E allora io non mi fido. Io credo. Quello che viene dopo, ma chi cazzo se ne frega di quello che viene dopo. Pensi sempre a ciò che succederà dopo. Sei così distrattamente assorto ad immaginare il dopo, a lasciarti spaventare dal dopo, che sorvoli sul credere all’ora. All’anarchia del momento perfetto. Quello che non vivrai mai più. Non di quella stessa perfezione. Non tornerà mai più. E tu non ci pensi, tu pensi al dopo. Alla fine, ai titoli di coda. Non è una protezione, quella che pensi di indossare come un’armatura del cazzo: è una gabbia in cui l’istante non entra. E’ una gabbia del cazzo, che non ti permette di uscire. Un pesce rosso nella sua sfera di cristallo che cerca di predire il futuro guardando attraverso un vetro. Giorno. Dopo giorno. Dopo giorno. Poi il futuro diventa passato imperfetto. Diventa bicchieri di plastica gettati a terra e puzza d’alcool, luci che si accendono, musica che si abbassa. E tu che torni a casa e pensi che la prossima volta, forse. Già. La prossima. Forse. Quello che dico è che non vanno così le cose. Quello che dico è: abbandonati al momento. Rendilo perfetto, più perfetto di ogni dio che sia mai stato inventato, che sia mai stato creato dall’uomo. Abbandonati. Lasciati in pace e fai a brandelli le speranze che non speri. Incontrollabile. Come l’anarchia. E’ l’anarchia del momento perfetto perfetto, senza regole né padroni, senza domani, senza passato; lì dentro ci sono tutti i colori che non sai di sapere, tutte le voci che non sai di sentire, tutte le parole, tutti i verbi, tutti i posti del mondo e tutti i pianeti dell’universo; lì dentro ci sono tutte le vite che sono state vissute e quelle che ancora devono essere disegnate; tutte le prime volte che un bambino ha aperto gli occhi, tutte le prime volte in cui è stato fatto l’amore, tutti i primi baci, e gli ultimi, e gli addii e le canzoni e le stelle; lì dentro, in un istante, ci sono tutte le tue paure e tutti i brividi, tutte le risate e il vino e il sesso, e la morte, e la redenzione. L’anarchia del momento perfetto. Il tutto che ingloba ogni nulla che esista, per renderlo bellezza.

A perdifiato

Pubblicato: 05/30/2013 in Giorno

Sono un po’ diverse da come me l’ero attese. Le onde che passano. Che lasciano tracce sparse e io, per quanto ne so, non ho idea di come si seguano. Io non le so decifrare. Analfabeta praeterintezionale, il problema sta tutto lì: nelle cose che sfuggono di mano. Nei pensieri che fuoriescono da quella piccola scucitura nel guscio. Eppure eri sicuro di averlo sigillato alla perfezione, e la perfezione non esiste e questa ne è la prova e tutto il resto. Come se fosse importante. Come se non riguardasse l’affondare guardando in su. Che importa. Il problema sta lì: nei gesti che hanno peso diverso a seconda della gravità del giorno, che un po’ ti schiaccia al soffitto e un po’ ti sballotta intorno alle orbite. Traiettorie inespresse che conducono sempre lì e relatività praeterintezionali. Ci sono cose che non so, e sono quelle a cui più tengo, fino a quando non le ingoio, fino a quando non esistono, perché fino a quando non esistono, posso farle esistere come piace a me. Solo a me. O il dispiacere, o il dolore: è un po’ come guardare tutto da lontano, come se l’intenzionalità fosse qualcosa che appartiene alla corrente del ruscello scuro e tu fossi seduto in cima a una montagna, affacciato giù di sotto, salutando con la mano. Lo senti passare e ci vorresti annegare e vorresti che quelle onde fossero abbracci a tradimento invece respiri e non manca nulla, e quindi, allora manca tutto. Sono cose. Sono persone. Sono parole. Parole come: sesso. Parole come: attesa. Parole come: fremente. Come: sette. Come: simbolo. Sguardo. Partenze. Perpendicolante. Novizievole. Lussuria. I nomi delle persone che non esistono o che esistono un po’ più in là. E qui, pensare che qui ci sarebbe così tanto posto, qui; pensare che ci sarebbero così tante parole da inventare. Una parola nuova per ogni giorno nuovo; un avverbio nuovo per ogni notte nuova. La prima che passa. Da nascondere sotto le lenzuola poco prima che finisca. Per non farla vedere a nessuno. Come se davvero ti interessasse qualcosa. Come se davvero tenessi all’esistenza oltre la tua volontà. Tracce di vita praeterintenzionale. O forse, oh, magari è solo qualcosa che rubi tanto per avere un segreto in più, sottomesso all’insistenza di inseguimenti vacui. A perdifiato.

Intersezioni variabili

Pubblicato: 05/27/2013 in Giorno

E’ un po’ come quando pensi alla rette che non si incontreranno mai e a quelle che si incontreranno o che si sono incontrate in una scintilla di tempo, come un battito di ciglia, come la persuasione di un profumo insperato; pensi alle rette che convergono e che si incontrano, che si scontrano, che condividono un punto nello spazio e nel tempo e nei per sempre e nei quasi mai. Intersezioni invariabili che restano lì. Un po’ come stelle che stanno per terra, sulla terra, dentro la terra; un po’ come nei su pelle bianca, dorata, scura, oscura. Un po’ come l’incrocio di due sguardi una volta e una volta sola. Punti irrisolti. Punti. Infinitesimali pezzi d’infinito. Roba che non si ripete. Roba che puoi cercare quanto vuoi, ma quelli se ne stanno lì, se ne stanno in attesa, in vetrina, fino a quando tu li vuoi guardare. Celebrare. Ricordare. Fino a quando non ti senti più i piedi e quello che succede è che scivoli via, oltre, ingoiato da quel punto, che è una foto, un’immagine che va sbiadendo sempre di più, un giorno alla volta, sempre di più, un minuto alla volta; quello che succede è che i colori muoiono se non ci respiri dentro, a quei punti. Quei punti passano oltre quando oltre non passi tu. Oppure mi sbaglio, chi lo sa. Succede quando guardo i riflessi delle lucciole che si specchiano sul buio, interrompendo quei mai più che ti sembravano non dover finire. Che pensi di sapere. Che davi per scontati. Acquisiti. Se basi tutto ciò che sai su dogmi che non riconosci, come puoi uscirne fuori, salvarti: come puoi pensare di sopravvivere all’errore, come puoi passare al prossimo errore col sorriso sulle labbra, sugli occhi, sulle dita e sulla pancia? Vieni qui. Non pensarci. Ascoltami. Arrenditi. Ricomincia da capo. Sai che si può. Sai che non andrai all’inferno per questo. Sai che non è questo ciò che meriti. Sai che puoi.  “Questa è la tua vita, e va finendo un giorno alla volta”. Solo questo vale. Evita il resto. Che dentro al resto, tu, non ci sei; e se sei lì, quello è il cazzo di posto sbagliato in cui stare.

Quasi a sfiorarmi, senza sfiorarmi

Pubblicato: 05/14/2013 in Giorno

Appoggio la fronte per sentire il suo freddo e le vene di legno del portone, sulla soglia da un giorno che non ricordo o forse era notte, che mi sembrava finire e invece era buio e io non sapevo come e dove ma mi ero ritrovato lì anche se lì era l’ultimo posto in cui avrei voluto essere; avrei voluto essere tra le braccia di un’amante discreta e reale, avrei voluto essere tra i denti di una donna e sulla punta delle sue ciglia, socchiuse, spiraglio tra mondi possibili, oh, tra futuri improbabili e più certi, avrei voluto essere lì, non davanti a un portone, lì tra il soffio delle lenzuola che sembrano respirare insieme ai corpi, e armonici, in mezzo a una musica silenziosa fatta di fruscii ed intenzionalità gridate come solo i pazzi possono gridare, perché i pazzi gridano, ma gridano verso, non gridano contro come fanno le persone normali che del mondo non ci hanno capito un cazzo ma tanto non c’è un cazzo da capire e allora per questo, forse per questo, continuano a versare acqua nel fiume convinti che un giorno tutto tornerà in superficie perché  le cose hanno un senso, o più di uno o non lo so; ma io avrei voluto stare lì, boccheggiare a pancia in su e sorridere delle torture che solo una lingua può dare, o forse un sacrificio umano, o forse la fede in un istante che arriva e se ne va portato via da una goccia di sudore che si fa strada su gambe in movimento; è lì che avrei voluto essere e invece sono qui, che se mi volto vedo la nebbia e le strade vuote e le facce di gente di cui non so il nome, di cui non ricordo la faccia né l’odore, né il sapore, e che un po’ mi fa paura perché quello che fanno, quelle persone di cui non so il nome, quello che fanno è allungare le mani e tra le mani ognuna di esse nasconde una scintilla o un po’ di buio, o un’idea, o una parola, o un pezzetto di me e io penso ecco dov’ero andato a finire, ecco chi mi ha strappato la pelle, ecco dov’erano finiti i brandelli che pensavo di aver perso e che invece no; mi fanno paura e allora chino la fronte sul portone, senza ricordare se ho già bussato o se quei tonfi che ho sentito poco fa erano solo lo stomaco di qualcuno che passava di qui, di qualcuno che passava vicino a me, quasi a sfiorarmi, senza sfiorarmi, quasi ad uccidermi; quante volte hai vissuto prima di oggi? c’è scritto sul pavimento e io penso che come frase da zerbino avrebbero potuto scegliere qualcosa di più invitante, qualcosa di più tranquillizzante cazzo, qualcosa che non ricordi l’ed io etterno duro; socchiudo gli occhi, trattengo il respiro, inarco la schiena ed aspetto ma non sono qui per aspettare, perché l’attesa è sempre stata dietro, non davanti, l’attesa ha il volto di quella gente senza volto; l’attesa è stata un miliardo di strade, e adesso, qui, quello che c’è da fare, oh, quello che resta da fare è smettere di pensare; quello che c’è da fare è aprire gli occhi; quello che c’è da fare è quasi sfiorarmi, senza farmi sfiorare, rimettere insieme i pezzi, tutti, a partire da quelli più neri, quelli più sporchi, quelli più inattesi, quelli in cui non hai mai creduto perché volevi credere; quello che è rimasto da fare è smettere di attendere che le cose accadano; quello che resta da fare è sfiorare fino quasi a farsi toccare, e pensare che è nella tregua che le guerre diventano perdono.