Archivio per la categoria ‘Mattina’

Il resto non importa

Pubblicato: 07/02/2013 in Mattina

Lei mi dice che sono strano e io le dico che mi viene da ridere. Succede quasi sempre così. Lei mi chiede perché io rida nello stesso istante in cui io le chiedo perché io sia strano. Un po’ come occupare lo stesso spazio con un pezzo degli scacchi, facendo la guerra con le dita e con gli occhi, sotto gli ulivi e con le biciclette; come se ci stessimo ricordando lo stesso ricordo. Il ricordo di qualcosa che deve ancora accadere. Sei rabbioso e fragile, mi dice lei; è come se tu fossi un miliardo di pezzi messi insieme. Qualche volta ti pare di sentire un clac clac venire da dentro. I pezzi che non vanno a posto. Big bang. Io penso che tutto sommato questo è un complimento. Oppure non so. Non ci penso mai. Ci penso sempre. Non è così importante: io sto pensando al mare senza vedere il mare; sto pensando al suono che fa il mare sulle mani quando tieni gli occhi chiusi e ciò che hai non è ciò che sei e tutto il resto. Rabbioso e fragile. Ci penso sempre e non ci penso mai. Non mi difendo dal mondo, non mi difendo da nessuno: mi lascio prendere e gettare, mi lascio violentare, mi lascio ammaliare. Mi lascio. Che alla fine non è una vittoria, non è una sconfitta: quello che provi è ciò che sei. Non indagare troppo. Non scavare troppo, ché sottoterra, dicono, non si respira e c’è buio; non andare troppo a fondo, perché poi, dopo, l’erba cresce e tutto il resto. Lei mi dice che sono strano e quando mi dice queste cose io non riesco a staccarle gli occhi dagli occhi. Come fossero reali. Come fossero roba mia. E’ roba mia. Tutto ciò che voglio, tutto ciò che mi prendo, tutto ciò che mi sono preso; roba mia. Per un secondo e per sempre. Non ci pensare. Cazzo ci pensi a fare. Non barcollare verso l’uscita. Lasciami. Lasciati. In cerca di un dove. Il resto, non importa.

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Quello che sai fare

Pubblicato: 11/11/2012 in Mattina

Ti meraviglia sempre che la gente non ti chieda come stai, che abbia quasi paura di farlo, ma di cosa ti meravigli se sei tu che escludi il mondo da quello che provi, che senti, che non provi, che non senti? Come sempre, Scimmia, come sempre. Vorresti ciò che puoi volere. Dagli altri, certo. Ma da te stesso. Come puoi pretendere da te stesso qualcosa, se quello che hai è niente in polvere? Siediti, dai. Smettila adesso. Non vedi come arranchi? E pensare che pensavi di aver raggiunto la pace. E pensare che l’avevi raggiunta, la pace. I pezzi avevano trovato il loro posto. E ok, certo. L’equilibrio non era il massimo. C’era da traballare. Da stringere i denti e credere.

Ma no, figurati. Sei peggio di un bambino bizzoso, tu. Sei peggio di un bambino che gioca con quelle costruzioni e che fa torri altissime e castelli e palazzi solo per il gusto di buttare giù tutto e battere le mani. Per ricominciare da capo. I bambini ricominciano sempre da capo. Non esistono punti né paragrafi. Lì c’è sol carta bianca da riempire di sogni sempre nuovi. Ma tu non sei un bambino, amico mio. Di carta ne hai tanta. Così tanta che non sai dove metterla ed hai finito per costruirne delle sbarre del cazzo. E ora che sei in gabbia, che fai? Adesso che hai buttato giù ancora un castello, l’ennesimo, ora che ti aggiri in gabbia con l’affanno che ti schiaccia il petto, cosa vuoi fare?

Ma no, figurati. Non è affanno. Tutto passa e tutto il resto. La ruota gira e tutto il resto. L’ho fatto perché non ero felice e tutto il resto.

Non sarai mai felice come vorresti, cazzone. Lo sai? Sì, certo che lo sai. Non sarai mai felice come vorresti perché la felicità non è una di quelle cose che fanno per te. Forse ti fa paura. Forse ti terrorizza.

Ma no, figurati.

Come il silenzio, come il caos, come il contatto, come il tutto, come il nulla. Perché continui a dimenarti. Sembri un pesce del cazzo che muore affogato d’aria. Ecco quello che sembri. E tutto il resto. L’aria viziata. Il fallimento, ripetitivo, il male, ripetitivo, il vuoto, ripetitivo. E vuoi essere felice come vorresti: come puoi essere felice come vorresti se non vorresti mai essere felice? Quello che vuoi non si chiama felicità. Quello che vuoi si chiama sazietà. Si chiama stordimento. La felicità come la vorresti, be’, dovresti saperlo già da solo, che per quella roba lì sei in ritardo, caro mio. Di almeno una trentina d’anni. Fattene una ragione. Dovresti saperlo. E provare ad accettarlo. Prenderla con pazienza ed accettarlo.

Ma no, figurati.

Meglio crederci. Meglio sperarci. Meglio illudersi. Meglio sognarla. Meglio mettersi nelle mani del primo che passa. Delle prime labbra che sorridono e che ti dicono: tu. Certo che finirà. Che neanche inizierà. E se poi dovesse iniziare e non finire, ci penserai tu a buttarla giù. E’ quello che sai fare.

E’ quello che so fare.

 

A/men

Pubblicato: 09/22/2012 in Mattina

Scrivo troppo e scrivo cose insensate, spesso. Ma tu lo sai, com’è. E’ come una terapia. Una terapia peggiorativa. E’ come quando senti che la corrente ti tira giù e tu smanacci e cerchi di prendere dei respironi per provare ad arrivare, ad arrivarci, a planare da qualche parte. Le mie smanacciate producono parole che nemmeno rileggo. Che dimentico subito. Che vomito nel cesso di una bettola di periferia. E poi  me ne vado. Dimentico lo sciacquone, ma lo sai com’è, sono disperato, lo vedi, non posso pensare a tutto io, lo sai com’è, non vedi che annaspo e non respiro e smanaccio. Casca tutto a pezzi, non lo vedi. Qua si sbriciola tutto, cazzo. A/sociale. A/bulico. A/patico. A. A me che non ricordo dove ho messo quelle pagine, che non ricordo dove stavo andando, che non ricordo quale sia il mio nome del cazzo. Ma lo sai com’è. Dentro a questa bolla di cristallo si sente poco. Si sente solo il passare dei secondi filtrati. A/nomali. A/nonimi. Le anomalie dei volti che non ritrovo e che cazzo, eppure erano qua, da qualche parte. A/ttesa. Di una disillusione che non scorre. Come una cappa. Fanculo. Scolpito nell’aria immobile. A/men.

Caffeina

Pubblicato: 08/31/2012 in Mattina

Non ho voglia. Non ho voglia. Sembra di correre a vuoto. Di camminare a vuoto. Di pensare a vuoto. Di parlare a vuoto. Di reagire a vuoto. Di ridere a vuoto. Di costruire a vuoto. Di dormire a vuoto. A vuoto. E non venire a dirmi che il vuoto è una cosa bella perché lo puoi riempire con tutto ciò che vuoi. Non venire ad insultare la mia intelligenza. Il mio vuoto lo posso riempire di altro vuoto. Eppure ero così vivo, un tempo. Dovrei scopare, forse. Forse dovrei farmi una bella scopata. Bere e scopare e farmi assalire dai sensi di colpa e vomitare. Forse dovrei farlo. Scopare a vuoto. Zoppicando da un giorno all’altro, provando a capire cosa cazzo sto facendo della mia vita. Cosa cazzo fare. E non comportarmi come una carcassa in balia delle onde. Spiaggiato come una cazzo di balena morta di raffreddore. Con tutte quelle conchigliette intorno, schiacciate dal peso delle incertezze. Dell’involontarietà. Della non volontà. Irritato. Nervoso. Rabbioso. Bavoso. Credevo di aver trovato la soluzione. E invece no. Invece un cazzo. Invece ho solo sfilato il tappo alla giara dei venti. E poi piove. E almeno questo mi rende più sereno. Non sono neanche in grado di essere meteropatico nel verso giusto, cazzo. Fatti un altro caffè. Campi di caffè, ormai. Ti tranquillizza. Pensi. Cazzo, nemmeno essere caffeinomane nel verso giusto. Non ci badare. Non badare a quelle mail. Lo sai che non ci capiscono una sega, loro, lo sai che il mondo là fuori è pieno di coglioni. Smetti di incazzarti per le stronzate. Concentra la tua rabbia. Fai cerchi. Chiudi cerchi. Cerchi. Cerchi. Fumo troppo. E lo sai che cambi continuamente il soggetto parlante, io e tu, io e tu. Magari perché in una persona sola non c’entra tutto questo casino. Forse è così. Dev’essere così.