Archivio per la categoria ‘Notte’

Fino a un miliardo

Pubblicato: 09/05/2013 in Notte

Ho sempre pensato che il buio non è sempre buio. Non allo stesso modo, almeno. Un po’ come la musica,U fatta dalle stesse note. Pensi al buio e quello che ti viene in mente sono le note su uno spartito. Ma lo spartito, lo sfondo su cui passano segni e chiavi, sei tu. Arriva il buio e ti viene da sederti. Da chiudere le porte, le finestre. Il frinire dei grilli che resta sulla soglia degli occhi, accompagnato dal silenzio: quel silenzio che, oh, quanto mi terrorizza il silenzio. Non il mio. Non uno spartito vuoto. Ho sempre avuto paura del silenzio e del vuoto perché poi ti viene da riempirlo e cazzo, cosa cazzo ci metti dentro tutto il vuoto di una notte vuota. Certi pensieri, certi sogni. Un mucchio di se. Accatasti condizionali per cercare di immaginarti quello che sarà da qui a poco. Ma è un esercizio utile come tentare di rinchiudere la notte dentro una bottiglia. Respira, mi dice il buio. Non temere. Piuttosto fai quello che non hai mai fatto finora. Credi. Perché il credere non è fede. Il credere non è speranza. Il credere non è: chiudi gli occhi e conta fino a tre, o fino a un miliardo, e quando li riaprirai tutto si sarà sistemato. Non funziona così, lo sai?, mi chiede il buio, e quando il buio ti parla tu puoi alzare la musica, puoi alzare il volume di tutto ciò che hai a portata di mano, o di testa, o di pancia o di petto. Il buio ti scrive le domande sulle braccia, ed anche se tieni gli occhi chiusi, o fingi di farlo, forse, quello che succede è che riconosci ogni singola lettera. Come un gioco di bambini, con domande da grandi. E le domande da grandi, si sa,  sono quanto di più inutile possa esistere. Non funziona così, dice il buio: il credere è azione. Il credere è farsi il culo. Il credere non è affidarsi al caso. Il credere è trasformare il mondo. Essere tu stesso il caso. Perché non l’hai mai fatto, prima, lo sai? Ma sì che lo sai, sorride, e non è un sorriso beffardo, ma è qualcosa che parla di comprensione. Di: io lo so. Una roba che ha a che fare con la condivisione, con la resa: con l’ammissione dei peccati. E’ vero, gli dico. Eppure avrei potuto. Non era il momento magari. Non ne ero in grado, magari. Ma l’acqua passa, tutto passa, tutto diventa altro. Noi stessi per prima cosa diventiamo altro. In funzione di ciò che ci succede. Un’àncora ci vuole. Io ce l’ho. Ciò che mancava era una terra salda. Una terra salda. Esistono terre non salde? Non lo so, che ne so, che m’importa, che importa. Sono fatto così. Sbaglio molto perché il passato lo scordo. Lascio tutto da parte e ben nascosto perché quando viene il buio io non voglio inciampare negli scatoloni pieni di cianfrusaglie e parole. Puoi provarci, almeno: ecco quello che dice il buio. Ecco il suo consiglio. Cazzo di banalità, gli rispondo. Grazie al cazzo. Ma non è così. Hai ragione, amico. Hai ragione. Perché non ti siedi qui, con me. Ho fogli bianchi da riempire. Potremmo tentare di creare il mondo insieme. Il mondo come lo vogliamo noi, sai?, un mondo in cui ciò che siamo è ciò che conta e tutto il resto funziona da sfondo. Un mondo in cui non siamo lo spartito, io e te. Il buio e la luce, le parole, le note. L’incedere delle ore. L’incertezza. Il candore. Ma tu vieni qui, adesso. Vieni qui. Ho desideri da realizzare. Tu, vieni qui.

Probabilità

Pubblicato: 01/08/2013 in Notte

Sarebbe meglio evitare. Sarebbe meglio di no. Sarebbe. Sarebbe. Dovrebbe e potrebbe. Ebbe. Un senso. Un colore. Un profumo. Non ci avevo mai pensato. La prima cosa che cancello sono gli odori. Prima di foto scritte messaggi. Odori. Conta solo l’odore. Tutto il resto viene dopo. Dovrebbe venire. Sarebbe dovuto. Gabbie. Spranghe. Spugne. Certe volte la sensazione che hai è quella di essere un cazzo di pesce che esce dal mare e prova a volare. Ti dibatti. Pazzo. Visionario. Come puoi credere. Perché ti ostini a farlo. Torna giù e vaffanculo. Si respira meglio. E fanculo. Sarà per la prossima vita, magari, o magari no. Sarebbe dovuto essere in questa, cazzo. Nessun dio mi ha promesso un’altra possibilità. Un secondo tiro. Non ne ho mai parlato con dio di questa roba. Sempre con qualche essere umano. E quelli lo sai. Quelli sanno tutto. Magari parlarne con dio. Magari. Che se quello è davvero dio, magari, magari quello ti guarda e ti dice: ok, ho fatto un casino. Beviamoci su, non ci sono seconde possibilità possibili. Ci sono seconde probabilità. Ma mica sempre. Mica per tutti. Pensi a dio e quello che ti viene in mente è una specie di barbone con cui trascorrere la notte a sparare cazzate. Ubriachi. Molesti. Aggressivi. Potrebbe essere. Sarebbe. Sarebbe meglio evitare, forse. Lasciare tutto così. Vedere pensare sentire. Annusare. E aspettare il miliardesimo round improbabile. Come se boccheggiare fosse parlare. Come se sbattere le ali servisse a nuotare. E non a illudersi che poi, domani, qualcosa nel mondo succederà.

Blindness

Pubblicato: 12/14/2012 in Notte

Dovrai pur decidere da che parte stare, dovrai pur prendere una posizione, dovrai pur fartene una ragione, dovrai pur issare una bandiera, costruire una casa, sai quelle cose che stanno sotto un tetto, no? Finestre e sedie e panni appesi dove capita. Polvere. Cose. Dovrai pur indossare una maschera, scegliere le parole prima che siano vomitate fuori e lasciate da qualche parte. Lo sai, no? Comodini, letti. Colazione tutti insieme. Cena tutti insieme. Poltrone, televisione. Cassetti stracolmi di oh, se solo avessi fatto. Oh. Se solo avessi detto. Dovrai accettare un patto, dovrai fare un compromesso, dovrai relegare i riccioli di pensiero in angoli bui e nascosti. Piatti da lavare. Bicchieri. Saluta i vicini. Io odio i vicini. Dovrai pur definire una forma, dovrai pur comprendere quei valori, dovrai accogliere il declino. La proiezione di te stesso sul futuro. La procreazione, la scuola. I soldi, la macchina. Dovrai pur masticare le parole, dovrai accertarti che non hanno più lo stesso sapore. Dovrai constatare che forse è la tua lingua che non è più. Dovrai pur pensare a mettere toppe. A raccogliere cocci. A rimpiangere attimi. A ricordare promesse. E lo sai, lo sai, saranno tutte belle. Tutto sarebbe stato diverso, tutto sarebbe stato altro. Dovrai pur dipingere illusioni nuove, per spingere il tramonto qualche metro più in là. Dovrai dovere. Dovrai. Razzolando tra i cazzo di punti interrogativi, quello che senti è scivolosità. E’ la pausa tra un discorso e l’altro. E’ il clic tra una diapositiva e l’altra. Quella foto sfuocata. Quella parola che non esce. Un rimestare da cui non sai cosa sia giusto estrarre. Disseppellire. Sai no? Croci, fosse, terra. Terra alla terra. Domani al domani. Oggi sono stanco. Sono sconvolto e immobile come un animale che si vede arrivare addosso tutta la merda del mondo e quello che fa è solo andargli incontro. A occhi aperti, cieco.

Marmellata

Pubblicato: 12/09/2012 in Notte

Senti la ciccia addosso, ci pensi alla ciccia addosso, l’annusi la ciccia addosso. Raccontami delle notti pallide e delle loro note, dei silenzi che si nascondono tra le onde che fanno i tuoi occhi quando sorridi. Non voglio speranze. Non voglio favole. Quello che voglio è silenzio, quello che voglio è sentire le onde dei tuoi occhi. Parole di marmellata, da leccare sulle dita, che picchiettano sui giorni e sul pallore delle notti inquiete. Dove sarai quando pregherò sul tuo corpo?

Cementarmato

Pubblicato: 12/08/2012 in Notte

Notti senza senso, notti di gommapane. Come quando pensi che puoi dire quello che vuoi e che poi, oh, se vuoi puoi tornare indietro. Che sei uno che dice le cose che pensa. E però le pensi un po’, e quindi non è che puoi tornare indietro un po’. Non puoi perché le dici e quello che succede è che una volta dette non sono dette un po’, sono dette e basta e vaffanculo. Come tirare una manciata di sassi alla Luna, come dare il riso crudo ai piccioni. Mani piene a piene mani, e poco più. Cazzo ci fai con le tue certezze. Cazzo ci fai con le tue parole. Sono parole. Con le parole non ci costruisci un cazzo. Con le parole ciò che disegni è: aria. Aria viziata. Aria sporca. Che non puoi riciclare perché. Dovecomequando. Ciò che sei è ciò che non senti di essere. Quello che pensi è una notte in albergo. Ciò che senti è un senso di: inadeguatezza. Che ti accompagna. Come un vestito di cemento armato. Ogni passo è stato ed ogni passo è. Ogni passo è stato e quello a cui pensi è uno stanzone che sembra un negozio di fanculi vari, e tu da una parte e il mondo dall’altra e pensi che in fondo il problema è che tu e il mondo non siete mai stati dalla stessa parte ma oh. Che cazzo ci devi fare. Se vuole, il cazzo di mondo di merda sa dove trovarti.

Nevermore

Pubblicato: 12/05/2012 in Notte

Se tu sapessi ciò che dici non malediresti ciò che dici, se tu conoscessi gli universi che si nascondono dentro quelle bolle di sapone che si chiamano parole, se solo tu potessi saperlo, se solo tu volessi saperlo, ma tu no, tu no, tu ti soffermi sui riflessi di madreperla e trasparenti e non sai, non vuoi, e pensi che in fondo va bene così, che in fondo non c’è bisogno di altro per puntellare quegli equilibri instabili e faticosi. Perché se poi scoppiano, quelle bolle, perché se poi gli universi ti si riversano addosso, che puoi fare tu, se non sbracciare e provare a trattenere il fiato. E però quelli, quegli universi del cazzo, loro se ne fregano. Per quanto tu ci provi, loro se ne fottono e tu pensi che no, non ne assorbirai neanche un centimetro, neanche, una, singola, nota. Non sai che non funziona così. Non sai che sono loro ad assorbire te. Ogni. Tua. Singola. Nota. E a portarti in giro, a portarti per venti e tempeste. Tu non devi fare un cazzo, sai? Tu non devi aprire la tua fottuta bocca, non devi dire una parola. Devi solo trattenere il fiato fino a quando due mani dolci e stanche si allungheranno verso di te. Non parli quella lingua, tu, e non capisci quella lingua, tu. Oppure sì. Non è così importante. Estraneo a te stesso, gettato in mezzo al mondo da te stesso, salvato dalle mani che possono essere solo le tue e poco più. Insulti e preghiere, promesse e vaticini, assolvi i miei peccati e rimetti i nostri debiti, i nostri, quelli di tutti, i miei aspetta però, aspetta un altro po’; assolvimi ed io non peccherò più. Ma aspetta ancora un po’. Non ho finito qui, ancora. Quello che sei è: un sopravvissuto. Quello che sei è: un polveroso pezzo di futuro che si deve avverare. Quello che sei è un insieme di aggettivi che vorresti cucirti addosso. Come medaglie, come bestemmie, come i niente e come i tutto e i per sempre e i non lo so. Parole e bolle di sapone. Universi e polvere alla polvere e terra alla terra e tutto il resto. C’è una vecchia che s’avvicina, e stringe tra le mani un vaso e certe altre storie. Lascia tutto lì, vecchia. Ormai so chi sei. Ormai io ti conosco, lo so chi sei, so come ti chiami ma non voglio dire il tuo nome. Non voglio nominarti invano, Vecchia. Quello che voglio fare è sedermi qui e sentire le tue storie, fatte di bolle e di parole e di aggettivi. Siediti qua, so che lo farai lo stesso, ma io ti invito. Voglio che tu sappia, Vecchia, che sono io ad offrirti qualcosa. Che non comandi più, qui. Sei solo una vecchia puttana che cerca di spaventarmi. Ma sei niente. Tu, adesso, non esisti più.

Venti a mezzogiorno

Pubblicato: 12/02/2012 in Notte

La guardo mentre mi volta le spalle e se ne va e penso cazzo, io non l’ho nemmeno mai vista in faccia. Penso: chissà che voce aveva Gesù Cristo. Perché ha detto tante cose, e quasi tutte belle, condivisibili voglio dire. Ma la voce di Cristo, com’era? Cioè, baritonale, languida, squittente, irritante. Sono quasi sicuro che avesse una voce calda e profonda, perché è solo così che tu ascolti quello che ti viene detto. O almeno è quello che faccio io, in genere. Che poi ascolto un po’ tutto e tutti, e credo a tutto e a tutti. Manco fossero Gesù Cristo. Però aveva un bel culo, dico tra me e me, mentre lei è ormai laggiù in fondo. Anche se sono seduto su un divano in mezzo a una strada a cinquecentomila corsie e la strada è dritta e io mi dico che per essere davvero melodrammatica, questa scena, dovrei vederla sparire all’orizzonte, laggiù in fondo. Un tramonto sarebbe perfetto ma credo sia un’ora del tutto insignificante. Tipo boh, venti a mezzogiorno. Roba del genere. Accendo una sigaretta e mi dico che in fondo non è un male, in fondo avevo già deciso, in fondo non l’ho mai creduto, in fondo ci sono io e basta e tutto il resto. Ecco quello che penso. Sputo fuori il fumo e mi pare di vedere delle facce che ridono nell’aria ferma di venti a mezzogiorno. Non è vero, mi dice lei. Non è così che vanno le cose. Le cose vanno come le facciamo andare noi e tu non sei in grado, non puoi. Non posso cosa. Ma cosa. Dove. Perché. Metti un paio di virgole, togli un paio di punti, aggiungi aggettivi a caso e mescola un po’ tutto che questo è quello che voglio dire io perché penso solo alla voce di Gesù Cristo. Pensa se fossero esistiti i registratori digitali. Oppure non pensare a un cazzo. Perché non pensare a un cazzo è la salvezza dell’anima. E’ un quarto a mezzogiorno e io penso che dovrei andarmene da qua. E’ un quarto a mezzogiorno e io ancora non ho capito dove cazzo devo andare. E non riesco a pensare che non me ne frega un cazzo. Della voce di Gesù Cristo e di quella che mi racconta favole su un domani che vedo là dietro, da qualche parte, dove non so, e come non so.