Archivio per la categoria ‘Sera’

Yassassin

Pubblicato: 09/08/2013 in Sera

I miei pensieri non parlano di pensieri. I miei pensieri non pensano. Un po’ come essere pensieroso e non pensare. Un po’ come la marginalità che tenta di invadere territori che non le appartengono. Gli steccati e tutto il resto. Un po’ come la normalità che bussa ancora una volta, che quella, la strada, più o meno la ritrova sempre. Una vecchia e il suo saccone di iuta che però non è colmo di doni. Manco per un cazzo. Solite cose. Le solite cose, che cazzo ne parliamo a fare: già quando ne parli, vuol dire che hai sorriso alla vecchia e che quella troia ammiccante inizia a spogliarsi e a mostrare il contenuto di quel suo saccone pieno di vuoto. Ma i miei pensieri non parlano di pensieri. I miei pensieri non pensano. Un po’ come essere con i piedi sul soffitto e cercare con lo sguardo una riva, un approdo sicuro, solo per avere la possibilità di fuggire dalla parte opposta. Dentro le gabbie, io le vedo, là dentro ci sono un sacco di parole che premono e spingono e sembrano scimmie impazzite. Potremmo farne bracciali. Potremmo ucciderle tutte. Che ce ne facciamo di coperte fatte di vocali e consonanti. Quella mica è roba seria. Quella è roba che è un po’ come la nebbia. E io non la conosco mica la strada. Non so quale sia. A dire il vero, non so neanche dove mi porterà. Dove ci porterà. Dove andrà a finire. O a iniziare. Ecco, vedi? La vecchia. Quella troia. Questa è tutta roba che sta dentro il suo saccone del cazzo. C’è da stare attenti con vecchie di questo tipo, sai. Perché tu chiudi gli occhi per non vedere quello che nasconde là dietro e che ti vuol mostrare, e lei, la vecchia stronza, il suo saccone te lo butta addosso. Un po’ come se ti mangiasse, voglio dire; un po’ come se ti ingoiasse. E mentre tu ti affanni a cercare la strada, il sentiero, o a trovare la parola giusta, una definizione adatta, il modo migliore per dire o non dire una cosa, quella ti digerisce, e quando ti risputa fuori tu dici a te stesso: oh, cazzo. Ma i miei pensieri non parlano di pensieri. I miei pensieri non pensano. Un po’ come essere aggrappato alla derivazione futura di una vita possibile e scalciare come un neonato che non piange. Ma guarda. Tu guarda. Quegli uomini tranquilli che ascoltano prima di prendere una decisione. Mica è semplice. Cazzo, lo so. Non è semplice quando senti ribollire dentro la pancia il paradiso, l’inferno, il purgatorio, dio e il diavolo e anche altre persone di cui non so la faccia, di cui non ricordo la faccia, né la voce e tutto il resto. Oppure no. Potremmo fare in modo diverso, dico. La teoria, spegniamola: uccidiamola sul nascere, con un cuscino sulla faccia; uno di quei cuscini che volano via dal letto un secondo prima di trasformarci in sabbia. Togliamo l’ossigeno e spegniamola, tutta quella filosofia: le definizioni, le circonvallazioni del pensiero. Lo sgretolarsi della pelle che poi si riforma e puoi ricominciare a disegnarci sopra. Sai di cosa parlo. Le zingare e i fiori. L’imprecisione, il nucleo degli universi in espansione silenziosa. Che i miei pensieri non parlano di pensieri. I miei pensieri non pensano. Un po’ come essere un assassino ed aspettare la vecchia col suo saccone nascosto dietro una porta di legno marcio. Di quelle che basterebbe un calcio ben assestato o un soffio di vento caldo per buttarla giù; ma sei pronto a combattere con la vecchia che vuole entrare, sei pronto a batterti contro l’ammaliante richiamo della distruzione. Perché quel volto rugoso e superfluo, al primo colpo cade come la facciata di un monastero pagano, ed il volto che vedi è il tuo volto in uno specchio. Non puoi ucciderla, forse. Quello che puoi fare è sorridere. E con la voce più bassa che puoi, sussurrarle in una carezza: non stavolta, vecchia. Non ancora, almeno.

Il nome delle cose

Pubblicato: 08/31/2013 in Sera

Il nome delle cose è qualcosa che ha che fare con dio, un dio qualsiasi; con un dio di quelli che se ci pensi ti viene da sorridere. Ha a che fare con qualcosa che prima non esisteva o forse non importava e che poi invece sì. Qualcosa che ha a che vedere con i germogli, con la prima volta, con gli occhi aperti e la luce e il buio. Il nome delle cose è qualcosa che ha a che fare con la Rivoluzione. E’ qualcosa che prescinde dalla verità, come le invenzioni, come i baci, come l’evoluzione e i sussulti delle mani. C’erano uomini che sfioravano volti di donna prima che qualcuno, forse un artigiano folle o un fornaio o un assassino, guardasse in quegli occhi verdi e decidesse che tutto ciò si sarebbe chiamato: carezza. Nel nome delle cose si nasconde ciò che non vorremmo, certe volte; certe volte, succede che il nome delle cose è l’inesistenza relativa di ciò che non siamo. Non chiamarmi col mio nome, tu; tu non dirmi chi sono e no. Riempiamo quei confini fatti di paletti arzigogolati. Il nome delle cose mi dice che ciò che era non è più; che le cose finiscono, e poi rinascono, e tutto cambia anche se non vuoi dire il suo nome. Che importa, che c’importa. Il nome delle cose parla delle cose del mondo. Non racconta di ciò che avvolge le dita quando sentono la carne che trema; non racconta degli occhi che riflettono e delle gocce di sudore. Quello di cui voglio parlare non ha nulla a che fare con il nome delle cose eppure ne ha bisogno, un po’ come il mare che forse senza le sponde e le rive e gli scogli non avrebbe nulla di vero su cui infrangersi e schiantarsi; qualcosa che non lo racchiude, ma che lo sottolinei. Le preghiere, un po’ come le poesie, anche quelle brutte, o i dipinti di una madonna con le pupille troppo grandi per essere viste davvero. Il nome delle cose è solo un contrappeso. Qualcosa che ha a che fare con i palloncini colorati come unità di misura del cielo.

Succedono

Pubblicato: 08/19/2013 in Sera

Esco di rado a prescindere dalla mia volontà. Un po’ come quegli animali che quando gli apri la porticina della gabbia hanno paura di fare il primo passo. Camminare. Andare. Guidare. Quello a cui penso è: prendere la rincorsa e poi saltare e ok, questo è quello che penso ma poi cammino per strada e incontro la vecchia pazza del paese che mi dice: tu non devi dormire, non ti addormentare; quello che mi dice quella vecchia dai denti marci e il sorriso immarciscibile è: sei uno spreco, bambino, tu puoi inventarti una vita migliore di quella che fai. Io la guardo e non so se voglio abbracciarla o mandarla a fanculo. Non sono mai stato molto bravo ad accettare i consigli. Però non lo so se quello che mi dice quella vecchia dai capelli troppo neri per essere veri, io non lo so se questo si può ritenere un consiglio. Le parole si muovono solide nell’afa del pomeriggio e quando mi arrivano in faccia somigliano a una roba in bilico tra le carezze e gli schiaffi. Che ne so. Forse è solo una constatazione, forse è solo una vecchia che dice le stesse cose a tutti. Io la guardo, non ricordo se le sorrido, ma le rispondo che io sono stanco di inventarmi le cose. Non ne posso più di inventarmi mondi e futuri, nomi e amori, strade e case e tutto il resto: io non ne posso più. Quello che voglio è: realtà. Cruda, dura. Com’è. Quello che voglio è non inventarmi più un cazzo e lasciarmi travolgere. Cambiare me stesso, non i mondi inventati, che quelli mica esistono. Tutto questo però lo penso e basta, non lo dico alla vecchia pazza. Non perché mi vergogni. E poi, parlare con le vecchie pazze dopo dieci giorni che non parli con nessuno, in fondo, può essere salutare, se ci pensi. Non glielo dico perché ho paura, credo. Perché ho paura che mi dica qualcos’altro di troppo vero, di così vero da non poterlo sostenere. Se scopri che una vecchia pazza ha ragione e che tu hai torto, come la prenderesti, tu? E va bene, le dico, vedrò di starci attento. Che non vuol dire un cazzo, in effetti. Ma lei sembra soddisfatta. Se ne va. Io torno nella tana. Qui ci sono un mucchio di stracci che non hanno colore e mappe del tesoro che arrivano a fine mese. Tu come la vedi. Dimmi, tu cosa ne pensi. Dove andrai a vivere, dove andrai a morire. Che succederà adesso: chi vuoi essere, e tutto il resto. Già, il resto. Le scelte, i soldi, scrollarsi di dosso tutto quanto non sarebbe così male. Una fuga, forse; perché no. Quando uno se ne va, il nome che gli viene dato è niente di più che un punto di vista. Solo un punto di vista. Chiamala fuga, se ti va; chiamala: prova di volo. Oh, è così romantico. In realtà sei come quell’animale che ha paura di fare il primo passo quando qualcuno gli apre la porticina della gabbia, di quella gabbia che è fatta di niente, che è fatta di parole, di sogni che si sbriciolano al tatto e così via. Come quell’animale che forse pensa che una volta uscito di là, tutto quello che deve fare è cercare un’altra gabbia. Che il suo habitat è quello. E allora chi è che sbaglia, ti chiedi. Chi è che non va bene. Il mondo o tu. E come se ne esce. Se se ne esce. E buttarsi là, poi, dove succedono le cose.

Kao Izbjeglica

Pubblicato: 07/22/2013 in Sera

Il problema sarà pure l’altrove, dico, ma quello di cui sento la mancanza, ma la mancanza vera, quella mancanza fatta di carne e voglia assoluta, quella mancanza che inizia da sempre e finisce mai; quella mancanza che sento è la mancanza di un rifugio. Un posto sicuro dove possa nascondermi. Dove possa lasciarmi andare. Dove io possa semplicemente essere. Essere, dico. Spogliato di tutto. Di tutte le paure, di tutti i sogni, di tutte le scelte fatte e di tutte quelle da fare, di tutti i giorni che sono stati e di tutti i giorni che devono ancora essere. Nudo. Nudo e basta. Niente parti da recitare, niente parole da immaginare. Di quelle che devi pensarci un attimo prima di dirle, non so se capisci. Un covo. Un posto sicuro. Che sia un luogo, una musica, un libro. Che sia una persona. Una persona. Non lo so. Io non ne ho idea. Quello che so è che mi manca. Mi manca da sempre. Tanto da pensare che forse non esiste, una cosa del genere. Un posto del genere. Un concetto del genere. Una persona del genere. Non lo so. Non ne ho idea. Forse esiste ma è impossibile da trovare. E se è impossibile da trovare, allora esiste davvero? E se è impossibile da trovare, allora perché continuare a cercarla? Come ti può mancare una cosa che non esiste? Quello che mi chiedo è se valga la pena continuare a tastare, palmo dopo palmo, le probabilità improbabili, che parlano così spesso una lingua che non conosco, di cui non so un cazzo. Forse questi posti non esistono, forse queste persone non esistono. E basta. Non le trovi sugli scaffali polverosi di una biblioteca, o tra le migliori offerte al supermercato. Va a finire che ti consoli pensando che non esistano. Che non ci sono questi posti sicuri fatti di pelle dentro cui essere e condividere e basta. E allora continua pure a spargere pezzi di te qua e là, inutilmente continua, che poi neanche ti ricordi dove cazzo sei. Chi cazzo sei. Con la costante sensazione di: inesplosione. Quella sensazione di avere una supernova in pancia che però funziona al contrario e che risucchia dentro tutto quanto e che quando ha finito tu pensi: nulla mi tocca, tutto mi distrugge. Nulla mi tocca perché poi io mordo. Come fosse questa la natura. Lo stato naturale delle cose. La condizione data del cazzo. Un posto sicuro. Dove semplicemente essere, dove i morsi non importano. Dove nulla importa perché tutto è importante. Un posto sicuro dove tutto ti tocca e nulla ti distrugge. Un posto o una persona che ti circondi e ti accarezzi e ti parli con una voce morbida come lo zucchero filato e che ti dica: andrà tutto bene. Non devi pensare al mondo; non ora. Non devi distruggere il mondo; non ora. Non devi digrignare i denti; non ora. Andrà tutto bene ma qui e adesso tutto questo non importa; non ora. Perché quello in cui ti rinchiudi no, non è un covo. Non è un posto sicuro. Non è un nido. Quella è una gabbia con delle sbarre così strette e fitte che la luce da fuori non filtra e che il buio da dentro non passa. Denso. Non senti che fuori piove? Non puoi scappare da lì dentro: li senti i morsi sulle gambe? Li senti i denti che dilaniano le braccia? Li senti e senti che il nero diventa nero come il nero e quei denti del cazzo sono tuoi e non puoi scappare perché da quella rabbia, da questa rabbia, da questo cane nero e rabbioso che ti morde nel buio perché quel cane nero e rabbioso che ti morde le viscere, lo sai, sei tu. Nessun rifugio può sopportare questo peso. Spogliati. Nudo. Poi respira e credi in chi non parla.

Broken in Black

Pubblicato: 07/11/2013 in Sera

Guarda fuori dal finestrino aperto e non si cura delle gocce di pioggia che si schiantano sulla sua faccia e quello che pensa è: oh, questa, in un film, sarebbe la scena perfetta per far piangere il protagonista. L’insensibile, duro protagonista. Quello che non prova emozioni e che, in un climax che tende al nero del finale, finalmente si scioglie in un pianto liberatorio. Che è un po’ fare la pace, un po’ perdonarsi; che è un po’ come piango ma tanto la pioggia nasconde le lacrime e tutto il resto. Oh, sarebbe così naif. Così retrò. Invece tiene gli occhi fissi sui posti che conosce alla perfezione e che odia perché oh, si sente così simile a loro. Così impalpabile, così. Così cattivo, inconcludente: così inconcluso. L’auto va piano e piove e i tuoni non lo scuotono; le gocce sono grosse come speranze interrotte. Sul sedile di fianco, quel drappello che lo incita e che è fatto di fantasmi. Ognuno di loro ha un nome diverso dal suo nome reale. E quando si tolgono la maschera e gli abiti di scena, quando si struccano e poggiano le parrucche e tutto il resto da una parte, ciò che resta di loro è un circo fatto di pagliacci che ridono e che giocano tra sé: si rincorrono, si azzannano alla gola. Si uccidono l’uno con l’altro. Davanti alle colline morbide, soppesa le ipotesi del passato. Il futuro non esiste, pensa, ma il passato sì; le cose succedono, le cose che sono successe sono esistite, le cose che continuano a esistere, cazzo, come faccio a scrollarmele di dosso, come faccio a ripulirmi, come. Certe volte vorrebbe solo stare in silenzio e basta. Non esistere. E basterebbe così, poco; lo pensa, qualche volta. Qualche volta, quando il nero diventa più nero del nero e lui si perde per le stanze della propria rabbia, quello che pensa è: cazzo, è semplice. Basterebbe così poco, se uno ci pensa. Ma noi siamo troppo mortali per pensare di morire davvero. Ci hanno detto che siamo mortali e quindi no, non è il caso. Anche se basterebbe così poco. Sarebbero sufficienti pochi gradi a sinistra col volante, se ci pensi. Stringe gli occhi quando smette di piovere. Sono solo un po’ sfortunato, pensa; non è il caso di essere così drastici. Non fare il melodrammatico. Non recitare, ché non ti riesce, cazzo; non recitare, perché non ne sei in grado. Non ti credi neanche tu. Il buffone sul sedile posteriore tenta in ogni modo di togliersi il cappio ed il lampione si piega sotto il suo peso; è così buio, là dietro, che forse ciò che succede non sta succedendo davvero. Quello che succede là dietro non sta succedendo qua davanti: qua davanti le vecchie attraversano la strada e, da qualche parte, ci sono ragazzini che giocano a pallone. Basterebbe così poco, pensa. Cambiare prospettive. Cambiare gli specchi quando si rompono e tornare ad un’unica, sana distorsione consapevole di ciò che si è. Un po’ di colore qua e là, forse.

Di voglie e di artigli

Pubblicato: 07/08/2013 in Sera

Ci sono penombre dentro a cui ti sembra che il mondo anneghi, e per quanto tu stringa i polsi al nulla, il nulla ti assale e ti costringe a tenere gli occhi aperti. Vedi passare i volti di chi c’è stato e di chi ci sarà: chi c’è si nasconde, a volte, e quello che vuoi e quello che hai e la negazione di tutto e tutto il resto; che passa, chi passa, sono ombre o è sangue che pulsa, sono ombre o sono ossa e ciccia e tutto il resto? In certe penombre ti sembra di sprofondare. Inutile che ti affanni, inutile che tenti di strillare: dalla gola esce un flebile, tenue, insistente gorgoglio di colore viola scuro. Sorridi. Che ci stai a fare, se non sorridi; cosa insisti a fare, se non sorridi. Lasciami. Non lasciarmi mai. Non fino a quando saremo insieme; non fino a quando, non fino a come. Non fino a me. Laggiù in fondo. Vedi? Io sento il mare, da qui; io sento il vento, da qui. O forse sono solo speranze che vanno e vengono, forse è solo il flusso, sai, la marea e quella roba là; tutta roba che dentro una metafora ci sta d’incanto. Come se avesse un qualche valore, dopotutto. Poi passerà come passano i volti dentro la penombra, smuovendola appena, facendola tintinnare come se fosse il braccialetto di una donna che non si lascia amare. Sorridi, tu, sorridi; prima o poi, forse, può darsi, magari, chissà. Sai quella storia delle finestre aperte, delle porte aperte. Quella, sto parlando di quella storia. Quella che parla di persone e di parole. Di avverbi e di piume. Di voglie. Di artigli. Non senti anche tu il mare, da qui?

Il senso

Pubblicato: 07/01/2013 in Sera

Il tempo, il tempo, non c’è tempo, manca il tempo, inciampando tra i secondi e i minuti che sono passati, che non passano, che tornano e non sono più, non c’è tempo e troppo tempo, il tempo che fa, il tempo che verrà, il tempo che sarà se sarai in tempo e voglio essere lì, voglio essere ovunque, voglio voglio voglio e ciò che resta è nulla in mano e tutto a posto, niente dentro, esco e torno e poi ti parlo e voglio cose dolci, voglio ascoltare, voglio baciare e voglio tornare in tempo per il tempo da dare al tempo senza badare al quando, senza pensare a niente, frastornato dalle coincidenze che sussistono in tempi stretti ed allargando gli orizzonti, e la frequenza, dentro la forza e fuori con le dita, come se bastasse, come se fosse tutto, graffiando i dintorni e gli sguardi che sono in più, come fossero avverbi, o estranei dai capelli lisci. C’è la noia e tutto il resto, che lo spazio è relativo; ci sono le invasioni che lentamente ti stendono e non hai scampo, dentro al tempo che ci danno e niente al mondo e alla fine del mondo e mentimi, promettimi, giurami, parlami, mentimi e promettimi e giurami tutto ciò che ti passa per la testa e io ti crederò, perché non sono morto se quello che sento sono pulsazioni: non sono morto se ciò che sento sono anfratti, senza virgole, indecenze da leccare e posti nuovi da inventare in qualche posto. Che i posti non mancano, sai? E neanche il tempo, che non esiste, quello, quello è qualcosa che non c’è e se c’è chi se ne importa, che cazzo ce ne importa; lasciamoci, abbandoniamoci, arrendiamoci, stupriamo le nostre certezze e vestiamo le nostre fragilità come fossero nuvole nere, come fossero gocce. Come fossimo noi. Che vuoi che sia. E’ solo ciò che vogliamo che sia. Se vogliamo che sia. Hai mai provato a immaginare il passato? Io ogni tanto ci penso, come sarebbe stato se; e quello che penso, oh, quello che mi viene in mente è zero, forse un decimo, forse tutto, e m’invento promesse nuove che non ho mai fatto, e storie vere che non sono mai successe. Giustifiazioni. Motivi. Mi assumo la colpa, lasciate andare i ladri; me la carico addosso tutta, anche le vostre, anche la tua, anche la loro; è roba mia, io butto giù e poi vomito o forse no, forse resta tutto lì e poi un giorno, magari, un giorno arriverà il perdono. Un pezzetto per volta. Lento. Come le benedizioni e le maledizioni, come le magie che succedono e tu stai ad occhi chiusi per provare ad immaginare il senso di ciò che è e ciò che appare e un po’ di condizionali qua e là e il gioco è fatto. Ma tu pensa alla fuga, pensa all’assoluzione. L’assoluzione è dietro l’angolo, il tempo non esiste, e ciò che conta è che non si sa; la tua fortuna, cazzo, è che non si sa.