Kaleidos

Pubblicato: 01/08/2014 in Uncategorized

Un foglio bianco del cazzo è solo un foglio bianco del cazzo. Le metafore mi intristiscono, certi giorni; certi giorni io proprio non le sopporto. Sono quei giorni in cui vuoi chiamare le cose col loro nome. Quei giorni in cui le traiettorie e le intersezioni di pindarico hanno poco. Certe volte capita, se ci pensi. Non so se ti capita mai, di pensarci. A me sì, qualche volta. Non è qualcosa che ha a che fare col termine dei sogni. Con l’abbandonarsi, col tornare a terra, o come vuoi chiamare queste robe. Queste metafore. A dire la verità non so bene neanche io con che cosa abbia a che fare. Con me stesso, credo. Sai, quei discorsi tipo: faccio i conti con me stesso. L’esame di coscienza, sì. Parlo di quella roba. Del trovare il proprio posto nel mondo e cazzate del genere, di questo sto parlando: tu ci pensi mai? Io sì, qualche volta. Ho passato molto tempo pensando che il mio posto nel mondo fosse in un altrove indefinito. In un altrove: inesistente. Qualcosa del genere. Altre città, altri occhi: sempre qualcosa d’altro. Qualcosa che non avrei mai avuto, perché pochi passi dopo essere entrato nel tempio del possesso, ecco che tutto si sgretola, che tutto va in pezzi. Altro. Ho sempre pensato di aver bisogno di altro. Altri amici, altre donne. Altri me. Non mi sono mai riconosciuto in me. Davanti allo specchio, l’immagine riflessa e spezzettata, un caleidoscopio in bianco e nero di probabilità mal sfruttate, di speranze mal riposte. Di nulla. Il niente si riflette nel vuoto, è un po’ come una valanga di bolle di sapone che ti stritola e che ti fa pensare e dire: no, non questo, io voglio altro. Altro. Sempre altro. Ma cosa? Non si sa. Come si può sapere. E neanche ora lo so. Forse però l’errore sta lì: se non sai quello che vuoi, inizia a sapere quello che non vuoi. Vai per esclusione, dico: questo è un buon metodo, certe volte. Lo so, lo so: lo so cosa stai pensando. Che certe volte, quello che non vuoi è ancora più difficile da definire. Da capire. E il più delle volte, quello che succede è che lo capisci dopo, a posteriori, quando quello che volevi non vuole più te. O qualcosa del genere. Insomma, è un gran casino del cazzo. Vuoi scrivere, inventare, disegnare, camminare, correre, dormire, fare l’amore: cosa vuoi? Cosa pretendi? Cosa ti aspetti? Mettiti al centro. Metti al centro quello che pulsa. Ce l’hai. Non lasciarti convincere. Non lasciarti coinvolgere dalla tua tendenza autodistruttiva. Lasciati andare. Le cose poi succederanno. E una croce in più o meno, nel cimitero della memoria incerta, non farà differenza, mai.

Annunci

Duecentosessantacinque

Pubblicato: 12/10/2013 in Uncategorized

Se tira poco vento le bandierine non sventolano oppure lo fanno poco, troppo poco. Laggiù. Ci sono confini e limiti eppure non li vedi. Non. Chissà perché piovono i non fra le parole e i verbi. Un passo dopo l’altro, e in tondo. Un continuo punto e virgola. Come ti vedi tra dieci anni? Come ti vedi tra dieci minuti? Le bandierine. I bordi e lo strabordare; oh, basterebbe così poco. Oppure no, non basta poco, non basta neppure molto. I muri. Le mura. Come ti vedi tra dieci persone? Non mi vedo, non ci riesco, non sono in grado di guardare fuori dalla pelle che è una prigione ormai, che è un ostacolo ormai. Dovresti decidere e fare. Come ti vedi tra dieci decisioni? Sbagli, li accumuli e li metti da parte, dovrebbero insegnarti ma tu no, perché, perché mai. Dovresti decidere ed essere. Oh. Sarebbe così semplice. Fare da specchio nei confronti del mondo. Impercettibilmente, lasciar correre. Sarebbe così semplice. Dovresti decidere chi essere e correre, correre, correre. Oh, sarebbe così semplice, è così semplice attendere il messia, il bisogno di essere salvato e di mettersi tra le mani e i denti di qualcuno che ti dica: ecco, sei salvo. Ma le cose non vanno così. Quasi mai, le cose vanno così. Orizzonti, sono così vasti che ti stringono la gola e tu non respiri e se anneghi per l’aria che manca cosa vuoi dire. Che resta da dire. Le linee, l’incertezza, gli schianti soffici perché in fondo nulla ti tocca, e i miraggi, perché in fondo tutto ti distrugge. Il vuoto. Brutta bestia.

Duecentoquarantasette

Pubblicato: 11/26/2013 in Uncategorized

La macchina si ferma e però si ferma in discesa e allora la lascio andare nonostante quelle mille lucine che si accendono e i bip che coprono le mani tremanti dal nervoso e quello che mi viene da pensare è pensare a tutte le cose che mi fanno male e che odio o che penso di odiare tipo la musica, odio certa musica perché mi fa pensare oppure i libri, le storie che raccontano, odio i libri e certe storie che raccontano perché mi fanno pensare e odio anche certe parole o certi colori, odio tutto ciò che mi fa pensare a cose a cui non voglio pensare, a pezzetti di mondo che non voglio far entrare dentro al recinto, dentro alla gabbia, dentro alla palla di vetro o di plastica opaca dentro alla quale vivo e distorco ciò che non succede e ciò che succederebbe e ciò che succederà mentre ciò che è successo è come se non fosse successo a me e come faccio a ricordarlo, se non è successo a me, come posso elaborarlo, se tutto ciò non è roba mia, e lo so che questa roba non è la verità ma se uno ci pensa che cambia,  non cambia nulla, nulla di serio, nulla di nuovo, basta far finta di nulla e lasciar andare la macchina spenta con le mille lucine accese come fanno i bambini quando si mettono al volante e fanno brum brum e pensano che vogliono essere grandi ma perché, perché.

enne

Pubblicato: 11/15/2013 in Uncategorized

E’ saltato il tasto enne sulla tastiera e allora per scrivere le parole che hanno la enne dentro la pancia bisogna pigiare più forte, un po’ di più, e un po’ più forza ci vuole quando devi scrivere una parola che con la enne comincia, la parola no, per fare un esempio come un altro, che è un po’ come dire nnno, un po’ come calcare, un po’ come aprire un po’ più gli occhi quando la dici, quando la pensi e così via. La verità è che la verità esiste a tratti, è una sola ma esiste e poi si nasconde; la verità è che sai le cose oppure fingi di saperle oppure che non le sai e fingi di saperle e insomma come la metti la metti è un bel casino, un gran bel casino del cazzo.

Pubblicato: 11/08/2013 in Uncategorized

E’ come chiedersi a cosa serva scrivere.

Stavolta

Pubblicato: 11/08/2013 in Uncategorized

Il verde, l’aria, le nuvole bianche, hai mai inseguito le nuvole bianche?, hai mai pensato di salirci sopra, di arrampicarti come fanno i bambini sui divani o sulle parole, e vedere cosa succede di sotto da là? Faccio sogni che mi stancano, mi sveglio e sono a pezzi. Il verde, l’aria. La macchina ballonzola, tutto ballonzola, come un terremoto costante ma fioco. Un tizzone a cui abitui gli occhi nel buio. Robe di questo genere. Se vivi nel ballonzolio perenne di un tutto aleatorio finisce che ci fai l’abitudine: che diventa normalità. Le scarpe senza lacci. I disegni. I progetti che partono e di cui parli con quel concetto racchiuso nella parola: futuro. Oh, signora. Questa è la mia strada. Oh, signora, quando avevo due anni facevo dei tondi perfetti sulle pareti di casa. Il mio pennarello preferito era quello rosso, sa, signora. Io non sono mai stato molto bravo a prendere decisioni, signora, ma stavolta, signora, è diverso, sa?, stavolta sono io che prendo una strada senza ascoltare le sirene, maledette loro, maledette le sirene, ma stavolta, questa volta, sì, lo so, lo so signora, ogni volta è questa volta ma questa volta giuro che non è ogni volta; stavolta è una volta a sé. Sembro vero quando ne parlo, signora? Sembro vero, sembra vero, la sto convincendo, sì? Perché per quanto mi impegni, io non riesco a vederla così semplice. Così lineare. Così in superficie. Quello che faccio, signora, è provare a immaginarmi tra dieci anni, tra cinque anni, fra due mesi, domani. E non ci riesco. Quello che vedo è una statua di gesso screpolato, screziato. Saranno tutte queste implosioni che mi annebbiano, signora; forse è questo soffocamento, questo dondolio costante e immutevole e paralizzante. Di quelli che chiudi gli occhi per la paura e quando li riapri sei sempre lì. Nel solito posto. Nel solito mondo. Nel solito te stesso. Ma come si fa, signora. Come si fa. Vorrei imparare, signora, glielo giuro: sarei disposto a tutto pur di non essere me stesso, almeno per un po’. Darmi in affidamento. Affittarmi. Per un po’, almeno. Tanto per avere qualcosa da rovinare dopo. Ma stavolta, oh, stavolta signora, vedrà signora; stavolta sarà migliore, stavolta sarò migliore, stavolta mi impegnerò. Stavolta. E’ una cosa che ha a che fare con la concentrazione, se ci pensi; è una cosa che ha a che fare col mettere le cose al proprio posto. Le cose. Il loro posto. Come cazzo si fa, io non lo so. Che bisogno è quello che ti afferra la gola e stringe? Perché non ti arrendi a te stesso? Perché continuare ad illudersi?

Petali

Pubblicato: 11/05/2013 in Uncategorized

Sotto i petali della notte aveva voglia di ballare, di cantare e senza senso, di inseguire le gocce di pioggia a bocca aperta per l’incanto e la sete e un po’ per tutto il resto; tra i petali della notte aveva voglia di ballare, di perdere il fiato e senza sensi, danzando intorno ai miraggi dalle forme indefinite, profumo buono e tutto il resto; sui petali della notte disegnava sogni densi, intorno al rumoreggiare del subbuglio speziato, colorato, e i sorrisi e le lacrime e tutto il resto. Faceva l’equilibrista sui contorni scarni della notte quando piove. Un po’ come farebbe un dio o un artista prima di creare un universo nuovo, o una vita, una nuvola o un fiume; le braccia aperte a perdere l’equilibrio, le braccia aperte di chi aspetta un abbraccio o un agguato con la stessa euforica accondiscendenza. Le braccia aperte di chi offre il petto al rischio e al dono, terrorizzato e senza paura. Non pensava e poi cadeva, si rialzava e poi splendeva; ipotizzando rivoluzioni e rapimenti, grandi uomini e fallimenti, a bocca aperta per assorbirli, per cibarsi di qualcosa o qualcuno, con la fame di un neonato. Come se fosse sempre il primo giorno e non l’ultimo. Come fosse sempre il primo respiro, e non l’ultimo. Apriva le braccia e perdeva l’equilibrio: apriva le braccia e la notte passava.